Lev Tolstoj, Conversazione su mogli e mariti (frammento)

Il treno veniva acquistando sempre maggior velocità e faceva sempre maggior frastuono quando le ruote passavano sulle giunture tra i binari, cosicché mi era difficile seguire la conversazione. Ma l’argomento m’interessava, e così mi sedetti un po’ più vicino. Il mio vicino, quel signore così nervoso dagli occhi scintillanti, era evidentemente interessato anche lui e seguiva il discorso senza muoversi dal suo posto. “E cosa c’è di male nell’istruzione?” osservò la signora con un sorriso appena percettibile. “Era forse meglio ai tempi andati, quando ci si sposava senza che i fidanzati si fossero nemmeno visti?” riprese a dire, rispondendo, con il malvezzo proprio di molte signore, non tanto a quel che aveva effettivamente detto il suo interlocutore quanto a ciò che lei pensava che l’altro avrebbe detto. “Non sapevano nemmeno se amavano il marito, né se avrebbero potuto amarlo, si sposavano con il primo che capitava e poi si tormentavano tutta la vita; e questo secondo lei era meglio?” E così dicendo la signora si rivolgeva evidentemente molto più a me e all’avvocato che non al vecchio con il quale pure stava parlando. “Troppo istruiti sono diventati,” ripeté il vecchio, considerando la donna con uno sguardo pieno di disprezzo e senza degnarsi di rispondere alla sua domanda. “Sarebbe interessante sapere in che cosa lei vede il rapporto tra l’istruzione e il disaccordo tra coniugi,” intervenne a dire l’avvocato con un leggero sorriso. Il mercante avrebbe voluto dire qualcosa, ma la signora gli tagliò la parola in bocca. “Eh no, ormai quei tempi sono passati,” prese a dire, ma l’avvocato l’interruppe. “Aspetti, lasci che dica che cosa ne pensa lui.” “Queste sciocchezze vengono tutte dall’istruzione,” dichiarò recisamente il vecchio. “Fanno sposare della gente che non s’ama e poi si meravigliano se vivono in disaccordo,” si affrettò a replicare la signora, gettando un’occhiata non solo a me e all’avvocato, ma anche al commesso che si era raddrizzato sulla schiena appoggiando il gomito alla spalliera e ascoltava anche lui sorridendo. “Soltanto gli animali si possono accoppiare come vuole il padrone, ma gli esseri umani hanno proprie inclinazioni e simpatie,” aggiunse con l’evidente intenzione di provocare il vecchio. “Lei parla a vuoto, signora mia,” replicò il mercante. “Gli animali sono bestie, ma all’uomo è stata data una legge a cui deve obbedire.” “Ma come si può vivere con un uomo quando non c’è l’amore?” La signora aveva evidentemente una gran fretta di esprimere dei giudizi che dovevano sembrarle nuovi di zecca. “Un tempo a queste cose non ci si badava,” replicò il vecchio in tono sentenzioso. “Soltanto ora è venuta fuori questa moda. Oggi capita che, da un giorno all’altro, lei fa al marito: ‘Io ti lascio.’ Perfino tra i contadini è invalsa questa moda. ‘Ecco qua le tue camicie e i tuoi calzoni,’ gli fa, ‘e io me ne vado con Van’ka ch’è più ricco di te.’ Ma che c’è da parlarne tanto? Il fatto è che per la donna la cosa essenziale dev’essere il timore.” Il commesso rivolgeva lo sguardo ora all’avvocato, ora alla signora e ora a me, sorridendo sotto i baffi e pronto, a quanto pareva, a prendersi gioco o ad approvare le parole del mercante a seconda di come sarebbero state accolte. “Ma timore di che?” chiese la signora.
“Di suo ma-ri-to! Ecco di chi deve aver timore.”

Lev Tolstoj, Sonata a Kreutzer, Feltrinelli, Traduzione Gianlorenzo Pacini.

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