
Antonio Ligabue, La traversata della Siberia
Ma che inaccessibile, misteriosa forza è dunque questa, che attira a te? Perché riecheggia e di continuo risuona all’orecchio, malinconica, come si diffonde su tutta l’ampiezza tua, da mare a mare, la tua canzone? Che c’è in essa, in codesta canzone? Che cosa chiama cosí, e singhiozza, e afferra al cuore? Che suoni son questi, che morbosamente s’insinuano e penetrano nell’anima, e s’attorcigliano al mio cuore? Terra di Russia! che cosa vuoi dunque da me? Quale inaccessibile legame sussiste fra noi? Che hai da guardarmi cosí, e perché tutto quello che c’è in te si rivolge a me con quest’occhi pieni di aspettazione?… E ancora, pieno di stupore, rimango immoto, e già sul capo ho l’ombra d’una nube minacciosa, gravida di piogge incombenti, e il pensiero ammutolisce dinanzi alla tua vastità. Che si preannuncia, da questa vastità illimitata? Forse qui, forse in te sorgerà uno sconfinato pensiero, giacché tu stessa sei senza fine? Non potrebbe qui aver l’avvento un eroe gigante, giacché c’è spazio abbastanza perché si sviluppi e si muova? E minacciosamente mi abbraccia la possente vastità, riverberandosi con terribile forza nel profondo del mio essere; d’una potenza arcana s’illuminano i miei occhi…”
Nikolaj Vasil’evič Gogol’, Le anime morte, Einaudi, traduzione Agostino Villa