
Il modo in cui da sempre la scuola ha presentato ai giovani l’epica è fuorviante.
I poemi epici sono in realtà una forma di intrattenimento, con una fortissima funzione educativa: in sostanza, sono i più remoti antenati di quello che oggi con il tipico inglesismo che piace a un certo mondo dell’informazione e della didattica, si chiamerebbe edutainment.
Nello stesso tempo, però, l’epica è figlia di una società contadina e pastorale primitiva, in origine priva di scrittura, in cui la tradizione orale è l’unico mezzo per trasmettere le conoscenze tecniche e giuridiche e i valori fondamentali necessari a una comunità per sopravvivere.
Miti e poemi epici, passando di bocca in bocca, raccontavano di dèi e di eroi: ma nel contempo le gesta raccontate contenevano mappe del cielo e della terra, norme legali e rituali, messaggi etici, cognizioni mediche, indicazioni dei tempi della caccia, della semina e della raccolta. A un livello più profondo, il mito è perciò il linguaggio tecnico delle comunità arcaiche.
Questa ricchezza di funzioni fa del mito, e dell’epica, un fenomeno a sé all’interno delle forme di espressione poetica. La semplicità dei miti li rende immediatamente accessibili; nello stesso tempo, il linguaggio straniante dell’epica, che è la forma originaria in cui il mito per lo più si tramanda, conferisce alle narrazioni degli eroi e degli dèi il tono di un racconto che si lega alle radici più profonde dell’esistenza umana. Il canto e la danza che spesso si legano alla forma epica del mito, accrescono il suo potere attrattivo.
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