
Evidentemente il mestiere di canzonettista le appariva come una parte necessaria della vita, e a quello riconnetteva tutto ciò che di bello e di grande aveva udito dire sull’arte e sugli artisti; cosicché le sembrava giusto, educativo e signorile uscir fuori ogni sera su un piccolo palcoscenico velato dal fumo denso dei sigari e cantare canzoni il cui valore emotivo era per lei fuori di discussione. S’intende che non rifuggiva dall’intercalarvi qualche scurrilità, com’è necessario per ravvivare un po’ ciò che è decente, ma era convintissima che anche la prima cantante dell’Opera Imperiale dovesse fare altrettanto. Certo, se si vuole assolutamente definire prostituzione il vendere per denaro soltanto il proprio corpo, e non, com’è costume, l’intera persona, allora bisogna dire che Leona occasionalmente esercitava la prostituzione. Ma quando per nove anni, come era toccato a lei dal sedicesimo anno in poi, si conosce l’esiguità delle paghe nei varietà d’infimo ordine, i prezzi delle toilettes e della biancheria, le ritenute, l’avarizia e l’arbitrio dei tenutari, percentuali su cibi e bevande consumati dai clienti messi in uzzolo e sul prezzo delle camere dell’albergo vicino, quando si deve giornalmente combattere con tutto ciò, litigare, calcolare, quello che per il profano è giocondo libertinaggio diventa un mestiere pieno di logica e di obiettività, con un suo codice professionale. La prostituzione è appunto una di quelle questioni che appaiono molto diverse a seconda che si considerino dal di sopra o dal di sotto.
Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi
Traduzione di Anita Rho, Gabriella Benedetti, Laura Castoldi