Le scimmie di mare, 20ª e ultima puntata

Il Gatto fiutò l’aria e si rabbuiò. Pensai a uno dei suoi soliti sbalzi di umore, ma questa volta c’era una ragione; i gatti non amano il mare, e davanti a noi giaceva una superficie d’acqua senza confini: immobile e impregnata di salmastro, un mare in allestimento cui mancava solamente il moto.
La Signora aveva fatto le cose in grande: insieme al mare trapiantato nella piscina del Monkies Stadium aveva messo in cantiere anche quello a grandezza naturale. Stava realizzando il suo sogno di quando era solo una vedova in disarmo, troppo prigioniera della bottiglia e di un marito fantasma.
Sulla spiaggia di sassi spuntavano depositi per gli attrezzi e capanne-dormitorio per gli operai; ne usciva un mix di tamburi srilankesi, percussioni bangladesi, flauti malgasci. Schiavi trapiantati dal terzo mondo sulle rive di un mare artificiale.
Erano incominciati anche i lavori di arredamento della spiaggia: qualche palma montata per metà a cui mancava ancora il fogliame, gli scheletri di tre o quattro costruzioni esotiche destinate a diventare ristorantini tipici; c’era anche una struttura che accennava a un porticciolo.
Il Gatto alzò il mento con quel suo modo protervo:

–  E adesso?
–  Adesso cosa? Adesso faccia quello che crede. Ciascuno per sé.
Il Gatto scosse la testa.
– Lei mi delude. Credevo che avesse in mente un progetto. Mi ha fatto camminare tutto il pomeriggio per arrivare a questo punto morto.
Era un quadrupede appiccicoso che smentiva tutte le dicerie sulla presunta autonomia dei gatti e per di più rivoltava la frittata in un modo insultante. Stavo per passare ai maltrattamenti, quando da dietro una collina si alzò una voce pompata da molte migliaia di watt. Diffondeva un inglese così basico che ogni spettatore pensava: «Beh, io lo parlo molto meglio.»
Ladies and gentlemen… welcome to historical event “The wonderful theater of the Sea Monkeys”
Una volta riemersa dagli applausi, la voce passava ad annunciare il repertorio delle Sea Monkyes che sembrava non finire mai. Ad ogni nome che la voce sparava da dietro la collina il pubblico tumultuava. Di gioia, di libidine, di sorpresa, di estasi.
– Chris D’Antali… Suzy Haiek… Peppe Morgia… Alain Remy… Helen Lancelot… Pogo Pami… George Boletus…
Chi erano? I fidanzati e le fidanzate delle Scimmie di mare? I loro partner umani o umanoidi?
Il Gatto fece uno di quei suoi sorrisi dei quali non ho ancora parlato e non parlerò:
– Sono drammaturghi. La nuova scrittura scenica. Mai sentito parlare di George Boletus? – tanto per citare il più conosciuto.

La notte si era decisa a calare del tutto, finalmente, e del Gatto erano rimasti solo i fanalini verdi degli occhi che puntavano la capanna multietnica degli operai – ruffiano com’era, avrebbe trovato subito vitto e alloggio. Certamente sarebbe diventato la star della serata.
Quanto a me, mi arrangiai in un deposito degli attrezzi abbastanza spazioso che conteneva materiali poco ingombranti. Picconi, badili, martelli, tenaglie, avvitatori, cazzuole, trabattelli, chiavi, scalpelli, pennelli. Roba solida. Avevo giusto bisogno di un po’ di concretezza.
Com’era prevedibile, Il Gatto divenne la mascotte degli operai, verso i quali tuttavia manteneva sempre un certo sussiego. Quelle povere anime cercavano di ingraziarselo come potevano – non possedendo niente, a ciascuna sarebbe piaciuto avere un animale tutto suo. Il Gatto non si negava a nessuno, ma senza sbilanciarsi. Se fra quei derelitti fosse circolata la coscienza di classe di una volta se lo sarebbero mangiato fin dal primo giorno.
Con me Il Gatto giocava a “andiamo a trovare un vecchio amico che non se la passa tanto bene”. Ogni tanto compariva nel deposito degli attrezzi, sempre di pomeriggio. La sera risaliva la collina e s’imbucava nel Monkeys Stadium. Non perdeva uno spettacolo e il giorno dopo pretendeva di raccontarmelo per intero:
– Ieri ho visto Black Moonlight, di Aldo Preston. Non male. Due killer si sparano a vicenda nella notte. Stranamente, rimangono illesi. C’è di mezzo una valigetta. Contiene denaro? Una bomba? Non si sa.
– Guardi, non mi interessa, non sopporto i riassunti degli spettacoli.
– I killer incontrano una ragazza che fugge nella notte in mutandine e reggiseno. La portano in un locale che al posto dei séparé ha delle stanzette blindate. La ragazza è disponibile a fare sesso orale, ma solo con uno dei due, decidano loro. I killer estraggono le pistole…
Tentavo di sottrarmi al riassunto scivolando fuori, oppure incominciavo a correre stupidamente lungo la spiaggia, ma il Gatto mi raggiungeva in quattro salti e continuava sino alla fine, al sipario, agli applausi.
–  Insomma, una schifezza. E gli attori com’erano?
–  … Normali, direi…
–  Cosa vuol dire normali? Avevano antenne, peduncoli, escre- scenze?
–  No, non credo… o almeno non me ne sono accorto.
–  Lei non capisce niente di teatro.
Il Gatto, che se la tirava a critico specialista del repertorio contemporaneo, la prese male e per un po’ non si fece vedere. Quella notte fui svegliato da uno sferragliare profondo e lontano. Uscii. Era un rumore composito, un dialogo, si potrebbe dire, fra un grande argano e un mantice asmatico. I macchinari sparsi lungo la spiaggia giacevano inerti, così come gli operai nella baracca. Immersi un piede nell’acqua. Era attraversata da vibrazioni appena percepibili, come di farfalla che si sgranchisce le ali prima del volo. Nelle settimane seguenti, quel lavorio oscuro proseguì e aumentò di intensità; gli operai non se ne accorgevano, di giorno erano sopraffatti dal rumore dei macchinari, di notte dal sonno. Progressivamente, le vibrazioni sotterranee divennero abba- stanza forti da risalire fino alla superficie e il mare sviluppò un suo moto ondoso che non aveva niente da invidiare a quello di un vero mare. Un sofisticato meccanismo riproduceva una risacca che depositava sulla spiaggia brandelli di ciabatte, schegge di vetro levigato, stracci che erano stati giacche blazer di finti capitani di mare, dentiere galleggianti di vecchi annegati in solitudine, e insomma tutto un trovarobato marino nel quale si nascondevano storie mai raccontate, forse nemmeno vissute. Di tanto in tanto sceglievo alcuni di quei poveri reperti e li allineavo su una mensola nella capanna degli attrezzi. La mattina, me li ritrovavo davanti e mi chiedevo cosa ci facessero lì. Un giorno il Gatto ricomparve. Aveva deciso di fare pace.
– Se vuole, ho due biglietti per questa sera. Debutta Risveglio di primavera.
–  No grazie.
–  Guardi che non è il solito Wedekind, ma una riscrittura integrale di Fabio Mandel.
– Senta, noi ci conosciamo da poco, quindi è meglio che lo sappia; ci sono due cose che non mi deve nominare, le Scimmie di mare, o Sea Monkyes se preferisce, e le riscritture.
Decisi che mi sarei dedicato alla rieducazione teatrale del Gatto, o almeno ci avrei provato. Quelli della sua età, è difficile fargli passare le fregole, di qualunque genere siano, dalle ragazze alla drammaturgia contemporanea; credono che la Morte, vedendoli così eccitati e apparentemente vitali, faccia marcia indietro e decida di ripassare un’altra volta.
Ormai il mare era a pieno regime e pompava sulla riva detriti in abbondanza. Una mattina passeggiavamo con i piedi nell’acqua, io e il Gatto. Lui parlava e parlava, certamente di un qualche spettacolo.
All’improvviso si arrestò come fanno i gatti quando puntano il piccione. Fissava una lunga corda smangiata dall’acqua con l’aria di chi elabora una riflessione profonda.
–  Chissà a quale barca apparteneva… Ci sarà stato un naufragio.
–  Vede, anche quando lei prova a pensare, elabora associazioni molto elementari come corda-mare-barca-naufragio. Se fosse in cucina, partorirebbe qualcosa come tegamino-burro-uovo, oppure, a un funerale, vanità-fragilità-eternità… oppure…
–  Basta, ho capito! Soffiava di brutto. Per un attimo ebbi paura che si risvegliasse in lui il Felis Silvestris primordiale.
– Non la prenda sul personale, l’immaginario dei gatti è angusto, si sa, e questa robaccia con i killer e le ragazze in reggiseno non lo amplieranno di certo.
Lei non immagina quante situazioni teatrali può generare una corda. Per esempio: “Guardatela, signori, la riconoscete? È la corda con la quale s’impiccò l’infelice camerierina Rosetta, illusa da un futile gioco d’amore (Alfred De Musset, Con l’amore non si scherza, Atto III, scena VII, finale). Perdican, il giovane che per leggerezza ha causato quella morte guarda il corpo della giovane che oscilla nel vuoto, guarda la corda che ha strangolato una giovane vita: ‘Vi supplico, Signore! Non fate di me un assassino! Voi sapete come sono andate le cose; noi siamo due ragazzi sventati che hanno giocato con la vita e la morte, ma il nostro cuore è puro’”
Il Gatto non disse niente, però si vedeva che era turbato. Pur non essendo molto intelligente, percepiva il soffio di un universo a lui del tutto sconosciuto, quello del Grande Repertorio.
Poco più avanti, fra un mucchio di alghe, sbrilluccicava una vecchia bottiglietta con la scritta Ricard in rilievo. Il Gatto le si avvicinò per annusarla:
– Vede, questa bottiglietta finemente istoriata appartenne al Marchese di Forlimpopoli: «Voglio farvi sentire un bicchierino di vin di Cipro che, da che siete al mondo, non avrete sentito il compagno. E ho piacere che Mirandolina lo senta, e dica il suo parere.» Goldoni, La Locandiera, Atto II, Scena VI.
Quelle dosi omeopatiche di teatro accendevano nel Gatto scoppi di risate infantili mentre un buffo pizzicorino gli faceva strizzare gli occhi come quando leccava lo yogurt magro.
Nei giorni seguenti proseguimmo con la nostra scuola peripatetica. Il Gatto assomigliava sempre più a un cane da riporto; si lanciava in corse pazze sulla spiaggia finché non trovava un relitto, per esempio una vecchia torcia ossidata.
–  Questo cos’è?
–  Una lanterna. “Tutto quel che ho da dir nella mia parte/ è di avvertirvi che questa lanterna/ è la Luna, e io l’Uomo della Luna. Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, Atto V, Scena I.” Oppure un paio di occhiali neri con le lenti incrinate:
–  Ecco gli occhiali di Hamm in Finale di partita, di Beckett, “Basta, è venuto il momento che tutto questo finisca. E tuttavia esito, esito a… finire. Sì, è così, è il momento che questo finisca e io ancora esito a finire.”
–  … Questa mi sembra un po’ loffia.
–  Pazienza.
–  … Non so… non si capisce, forse non era chiara nemmeno a … come si chiama…?
–  Beckett.
–  È famoso?
–  Sì, ma molto meno delle Sea Monkyies.
–  Lo credo bene! Non poteva continuare così, me lo ripetevo ogni giorno, dovevo dare un taglio netto; la somministrazione del Grande Repertorio in pillole produceva effetti opposti a quelli che avevo sperato; Il Gatto continuava a mostrare una forte dipendenza dagli spettacoli delle Scimmie di mare e per di più era diventato supponente; straparlava di teatro storpiando nomi a casaccio: Lupo di Veda, Blibsen, Mardivò… Onesti classici incorrotti dai secoli si deformavano in quella bocca animalesca che andava assomigliando sempre più a quella di un uomo.
Incominciai a pensare di ucciderlo.
Certo, avrei anche potuto affrontarlo e dirglielo chiaro: «Da oggi il corso propedeutico al teatro è sospeso». Senza nessuna spiegazione. Ma già immaginavo il seguito; ruffiano com’era, Il Gatto avrebbe sgranato gli occhioni: «Perché?… Cosa ho fatto?… Non è giusto, non è corretto, lei aveva preso un impegno…»
Ucciderlo era più semplice.
Invece non fu necessario. Una mattina, mentre ripassavo i miei pensieri delittuosi, si presentò tutto tirato a lucido, con un abito color fresco mare e una ragazza.
–  Questa è Rosy…
A fatica, le palpebre di Rosy sollevarono strati pesanti di kajal e gli occhi fecero clic senza registrare niente di notevole.
Il Gatto mi dava colpetti fastidiosi sul braccio e intanto si slinguava i baffi, interrogativo:
–  Che ne dice, eh?, che ne dice…
Con la testa accennava alla Rosy, al suo top in forma di Batman, al suo rossetto nero color mora in forma di cuoricino, alle gambotte di periferia che finivano dentro un paio di scarponcini militari.
–  Che ne dice, eh?
Si era fatto la ragazza. E allora? Cosa voleva da me? Ammirazione? Invidia? Una benedizione?
La mora piazzata nel viso della Rosy si dischiuse e parlò:
–  Ronny, andiamo?
–  Parlo un attimo col Maestro e sono da te.
–  Ronny sarebbe lei?
–  Sì, da tre giorni. È stata un’idea di Rosy: Ronny e Rosy. Suona bene, vero?
–  Chiariamo una cosa, Ronny: io non sono il suo Maestro. La diffido dal fare il mio nome in qualunque circostanza; noi due non ci siamo mai conosciuti.
–  Come vuole, peggio per lei.
Quella del Gatto era una visita di commiato. Sì, partiva. Gli ultimi giorni erano stati un turbine di avvenimenti straordinari. La Rosy, il nuovo incarico giunto all’improvviso, da un giorno all’altro. Quale incarico? Ancora non lo sapevo? Strano, le agenzie avevano già diffuso la notizia: Il Gatto era stato nominato direttore artistico della Sea Monkyes.
Direttore artistico.
– Sì, avevo capito bene. E tra una settimana sarebbe partito in tournée con la compagnia.
–  Ne hai ancora per molto, Ronny?
La ragazza è annoiata. Ha tolto gli scarponcini e si esamina le dita dei piedi una per una con la concentrazione del neonato che ha scoperto le sue estremità.
Il Gatto mi racconta del suo futuro che nonostante l’età vede lungo, prospero e avventuroso; io continuo a guardare la Rosy seduta nel bagnasciuga che fa i pirulini. Forse il lettore non lo sa, ma con i pirulini ha giocato anche lui quando era piccolo. Ci si mette col sedere a mollo come la Rosy, si prende una manciata di sabbia semiliquida e con le dita raccolte a tulipano la si lascia colare sulla sabbia asciutta. Con i pirulini, una goccia dopo l’altra, si possono creare ghirigori, colonnine simili a quelle dei monaci stiliti, decorazioni per le torte e anche termitai, ma bisogna stare attenti, basta un pirulino di troppo e tutto crolla. Sulla riva del mare, inconsapevole, il bambino affronta per la prima volta il dilemma che lo accompagnerà per la vita: azzardare ancora, o accontentarsi dei risultati solidamente pirulinati?
La Rosy si è completamente spogliata e se ne sta seduta nell’acqua. Le scolature di kajal e di rossetto la fanno assomigliare a una bambola che la padroncina ha scarabocchiato con la biro. Il Gatto, cinico e ormai del tutto asessuato, simula occhiate fameliche su quel corpo in cui non c’è nulla da desiderare, né misteri né imperfezioni: soltanto una giustezza disarmante. Mi ricorda quelli che chiedono “È corretto?” invece di “Va bene?” Nel suo nudo di ragazzotta a mollo con la sua faccia impastrocchiata, Rosy è disperatamente corretta.
IL GATTO: – Quanto è carina, vero?
IL NARRATORE: – Ai vecchi, tutte le ragazze sembrano carine.
IL GATTO: – Sì, ma Rosy non è una ragazza, è una scimmia di mare, credevo che se ne fosse accorto; una delle più brave della compagnia – anche se non dovrei essere io a dirlo.
La scimmia di mare ha raccolto i vestiti, bagnati come sono, e si è rivestita.
ROSY: – Uffa, Ronny… andiamo?
IL GATTO: – Sì, ho finito, andiamo.

Siamo ora giunti, lettore, al termine del nostro lungo viaggio. Poiché abbiamo viaggiato insieme attraverso tante pagine, comportiamoci scambievolmente come i viaggiatori in una diligenza che hanno passato parecchi giorni in compagnia e che nonostante i litigi o le piccole animosità che possono aver avuto luogo lungo la strada, fanno pace finalmente e rimontano per l’ultima volta nel loro veicolo allegri e di buon umore; poiché, dopo questo tratto, ci può capitare, come di solito capita a loro, di non incontrarci mai più.
Henry Fielding, Tom Jones

Leggi le puntate precedenti:

1ªpuntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ªpuntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ªpuntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ªpuntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ªpuntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ªpuntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
hp?post=23224&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=7f3ecf24d8&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
9ª puntata  https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ªpuntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/
13ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23477&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=1c1693b818&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
14ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23497
15ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23526
16ªpuntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23547
17ª puntata  https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23617
18 puntataª https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23655
19ªpuntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23665

Lascia un commento