
Capitolo II
Che potrebbe essere l’ultimo.
Ciò che lei dice non è che un sogno, tanto spaventoso quanto impossibile. Villiers de l’Isle-Adam, L’Eva futura
Uomini bianchi si aggiravano per il Paese in piccole formazioni di tre o quattro elementi. Piantavano lunghi termometri nel terreno per rilevare la temperatura del sottosuolo, il suo grado di acidità e chissà cos’altro. Sigillati in tute refrattarie, si immergevano nei rigagnoli e riempivano bottigliette di acque torbide. Per lo più scuotevano la testa e allargavano le braccia per dire: «Ma come si fa?». Fino a che non interveniva a brutto muso un uomo ugualmente bianco ma più grande di due taglie: «Cosa scuotete la testa… cosa allargate le braccia?… Pensate a trascrivere i numeri esatti e basta!»
Sugli uomini bianchi, gli abitanti del paese non si pronunciavano, erano ancora tramortiti dal mistero del mare inscatolato nella Grande Arena di cui sapevano solo l’esistenza. I più svegli avevano notato che sulle tute degli uomini bianchi spiccavano due arcane lettere d’oro, SM.
– … Sua Maestà…?
– Mmm…– Suore della Misericordia…?– Targa automobilistica di Myslowice…?– E dove sarebbe?– Dalle parti della Polonia, credo …– Vedi? Non lo sai neanche tu.– … Singolare Maschile…?– … Stato Maggiore…? Dovette intervenire la maestra:– Società per l’allestimento dei Mari
– Ah, ecco!, fecero i più svegli, e smisero di interrogarsi.
Dopo gli uomini dentro le tute, vennero i furgoni bianchi. Arrivavano sempre col buio, a passo d’uomo, alimentati da un’energia misteriosa. I pochi nottambuli un po’ bevuti si trovavano davanti uno di quei musi candidi che li fissava coi fari spalancati e che subito scivolava via lasciando appena intravedere le sue lettere d’oro sulle fiancate, SM. Qualcuno più scoppiato degli altri pretendeva che si trattasse di un’apparizione e la inseguiva brancolando tra i fumi:
– Fermati, puttana d’una troia!… Se ti lasci prendere giuro che mi converto!…
Ma l’apparizione non era mica scema, accelerava e imboc- cava il viale della Grande Arena mentre l’inseguitore inciampava nei suoi propositi di redenzione e andava a scorticarsi sull’asfalto.
Sono io, e non sono io. Mi ritroverai e di nuovo mi perderai.
Marcel Schwob, Il libro di Monelle
Scena: esterno giorno, poco prima dell’alba. Totale della Grande Arena. Ponteggi e gru.
Una quarantina di operai sta montando un’insegna smisurata che fra poco illuminerà a giorno alcuni chilometri quadrati di territorio. Ma il Paese ancora non lo sa e dorme il suo sonno senza idee.
Stacco: il bordo dell’Arena. La Signora osserva l’acqua. È inquieta. Percorre a piccoli passi lo stesso metro quadrato di piastrelle avanti e indietro.
Bob, giacca verdemare, pantaloni blu, è a disposizione. LA SIGNORA: – … Un’idea geniale. Complimenti!
BOB: – Quale?
LA SIGNORA : – La sua! Come le è venuto in mente di far montare l’insegna luminosa proprio oggi, nel momento più delicato!
BOB: – Volevo solo guadagnare tempo.
LA SIGNORA: – Lei sarebbe capace di dare appuntamento all’idraulico la prima notte di nozze.
(In pubblico ostentano il lei: la conferma che sono davvero amanti).
Stacco: un operaio a cavalcioni di un traliccio si apre una birra.
L’OPERAIO: –Auch auf dem höchsten Thron sitzt mab auf dem eigenen Hintern!
Ilarità del collettivo.
LA SIGNORA: – Cos’hanno da berciare a questo modo?! BOB: – Non saprei, sono tedeschi. Una squadra molto specializzata. Credo che Hintern voglia dire culo.
LA SIGNORA: – Lei è un incosciente, Bob. Questa gazzarra può essere deleteria per le creature, lo capisce?
Stacco: il bordo dell’Arena. Seduti a un tavolino, i professori Chen Yan Yan, docente della Zeijang Ocean University, e Bhim Kapoor, ricercatore presso l’inStem di Bangalore. La dottoressa Amira Hosseini, dottoranda all’Università di Teheran, prende appunti.
Stacco: la Signora al tavolino degli scienziati.
I dialoghi sono coperti da una colonna musicale (Shostakovic, Quartetto n. 8 in Do minore, Op. 110, Allegretto).
La Signora gesticola, indica gli operai, il cielo, l’acqua, il mondo. Si torce le mani.
KAPOOR: – Nessun pericolo, gli elementi esterni non pos- sono influire sull’esperimento.
LA SIGNORA: – Ha detto esperimento? Vuol dire che potrebbe non riuscire? Sappiamo come vanno a finire gli esperimenti.
CHEN: – Ma no, ma no… Lo chiamiamo così perché gli individui che nasceranno sono pezzi unici, tutti diversi uno dall’altro. Non è fantastico? D’altra parte, se ci pensa, ogni vita assomiglia molto a un esperimento.
LA SIGNORA: – (senza entusiasmo) Beh, sì, è abbastanza fantastico.
Con la spensieratezza di una bimba, Amira ha immerso le mani nell’acqua e le muove dolcemente avanti e indietro.
KAPOOR: – Cosa combina, dottoranda Hosseini!?
AMIRA: – Scusi professore, non ho resistito alla tentazione di toccarle. Senta, sono di una morbidezza soprannaturale.
Breve consulto fra i due scienziati:
KAPOOR: – Ma questa, chi ce l’ha mandata?
CHEN: – È l’allieva prediletta di Rahmani, quella di turno. KAPOOR: – Rahmani sarà anche un luminare ma esagera…
Ormai ha ottant’anni… è una malattia! Non gli sono bastati quattro processi. Con questa ragazza, capace che se ne becca un altro.
CHEN: – Beh, per una così mi farei processare anch’io. KAPOOR: – Professore…!
La dottoranda Hosseini sorride statuaria. La camicetta a grandi pavoni bagnati le modella il busto persiano.
Nei professori Kapoor e Chen si accendono due immagini simultanee: per il primo, Amira è la reincarnazione di Anahita, la dea iraniana delle fertilità; per il secondo, la ragazza dello spot Chanel Rouge Coco Flash. L’immagine di Kapoor è la più pertinente: sulle palme aperte della giovane divinità pulsano dodici minuscole forme ovoidali, cuoricini smarriti:
LE FORME OVOIDALI: – Ma non si doveva nascere più tardi?
KAPOOR: – È impazzita dottoressa? Le rimetta subito in acqua!
AMIRA: – Sì professore.
CHEN: – Ormai è inutile. A contatto con l’epidermide umana, sia pure quella della dottoressa Hosseini, si devitalizzano.
LA SIGNORA: – Lo sapevo, me lo sentivo!
KAPOOR: – Non è affatto grave, signora. Ce ne sono molte altre, per così dire.
CHEN: – Molte?…, moltissime altre… moltissimissime! I DUE PROFESSORI: – Hihihihihi!
CHEN: – … Sempre che la dottoressa Hosseini non le ripeschi una per una.
I DUE PROFESSORI: – Hihihihihi!
LA SIGNORA: – Questa ilarità non mi sembra per niente scientifica.
KAPOOR: – Ha ragione. È un riso nervoso, lo stress dell’attesa
LA SIGNORA: – A chi lo dice! Dovremo aspettare ancora molto?
CHEN: – Hihihihihi!
KAPOOR: – Si contenga, professor Chen! (alla Signora) Più o meno una trentina di ore. Non sono molte, se pensa alla complessa fusione degli organismi che si stanno formando.
LA SIGNORA: – Quante saranno le uova?
KAPOOR: – A parte che non si tratta propriamente di uova, è impossibile calcolarlo. Alcuni trilioni, direi.
LA SIGNORA: – Trilioni. Affascinante. In questo momento, mentre parliamo, sotto la calma apparente dell’acqua…
AMIRA: – Eh sì! Quei trilioni si stanno dando un gran daffare, può scommetterci. È tutto un godi-godi cellulare che nemmeno se l’immagina,.
KAPOOR: – (Precisando) Sono microrganismi liofilizzati.
AMIRA: – Non ha importanza… Dicevo: in questo momento tutti quei liofilizzati si annusano, si toccano, si strofinano, si slinguano, ingroppano il primo che capita e sotto a chi tocca. Non so ancora come funziona il trombamento perché sono solo a metà della tesi.
Kapoor prende in disparte il collega. La telecamera li segue.
KAPOOR: – Bisogna rispedire la ragazza a Teheran. È urgente.
CHEN: – Come la prenderà il professor Rahmani?
KAPOOR: – La prenda come vuole, dovrà farsene una ragione. Questa, come apre bocca, ci sputtana.
CHEN: – Non drammatizziamo, è soltanto un po’ giovane. Vede come se la intende bene con la Signora? Sono diventate amiche.
KAPOOR: – Intanto me la tolga di mezzo. Ne riparliamo domani.
– Stop! Mezz’ora di pausa!
Kevin Romanek si annoia. È arrivato tre giorni fa con una troupe della AT&T per documentare l’evento e non è successo ancora niente. Solo chiacchiere di scienziati che saranno tutte tagliate in montaggio. Per il resto, acqua e sonno. Un’immensa piscina di acqua addormentata.
Romanek ripensa agli ultimi due video che si è autofinan- ziato (come i precedenti): un matrimonio zombie e un gruppo di ragazze che giocavano al voo-doo in un negozio di animali.
Un critico indipendente voleva segnalarli per gli Awards ma gli avevano riso in faccia. Seimila dollari sputtanati. Quasi gli ultimi. Qui, per cinque giorni di lavoro gliene sganciano ventimila più le spese. È una bella paccata di soldi ma anche una gigantesca presa per il culo di tutto il suo lavoro consacrato alla ricerca più crudele. La sua compagna Gwenda era stata molto felice di quell’ingaggio – per il bene di lui, naturalmente. «Lo vedi anche tu, Kevin, se ti fai passare le scalmane sperimen- tali è tutta un’altra vita.» Al ritorno, l’avrebbe lasciata. Era più di un anno che ci pensava.
– Potete smontare, per oggi non giriamo più!
Se le regioni si fondessero le une con le altre senza alcuna demarcazione, cosa che resta da dimostrare, è possibile che tante volte io sia uscito dalla mia, credendo sempre di esservi ancora dentro.
Samuel Beckett, Molloy
Ma in questo Paese non ci sono i dintorni?
Incontravo solo quartieri nuovi, uno dopo l’altro. Interminabilmente. Si riproducevano da soli sotto i miei passi. Erano confortevoli, mica angosciosi, quartierini freschi di giornata. Piccoli hotel prestige, zimmer, motel, bed&breakfast. Tutti sorridenti anche se appena un po’ tesi, come chi sta aspettando da ore, forse da giorni o settimane.
Una dozzina di operai si arrampicavano lungo scale tele- scopiche e tendevano cavi d’acciaio per montare uno striscione pubblicitario. I pochi passanti non ci facevano caso. Forse sapevano già. Anch’io temevo di sapere già, per questo volevo mettere il maggior spazio possibile fra me, la Grande Arena e quei quartieri vuoti che presto sarebbero stato invasi non sapevo da chi. Il Vuoto attira, è inevitabile, così come, sciocca- mente, anche il Pieno.
Finalmente montato e dispiegato, lo striscione lanciò il suo grido rosso carminio:
SEA-MONKYES (STADIUM)
Lungo il viale, altre squadre di operai sincronizzati avevano montato nuovi striscioni, uno ogni cinquanta metri:
WONDERFUL WORLD OF AMAZING SEA-MONKEYS!
Possiede il bambino, come noi, la credenza in un mondo reale, e la distingue dalle diverse finzioni del suo gioco e della sua immaginazione?
Jean Piaget, La rappresentazione del mondo nel fanciullo
Lo sbarco delle Scimmie di mare in versione americana punto 2 era ormai imminente. Il Nuovo le aveva ribattezzate Sea Monkies per spacciarle ancora sul mercato – un trucco dozzinale che aumentava il mio sgomento di fronte a uno spettro, un fantasma infantile che diventava corpo,
che un giorno avrebbe suonato alla mia porta: «Sorpresa!»,
che io avrei finto un impegno urgente senza riuscire a togliermelo di dosso,
che mi sarei messo a correre tentando di seminarlo,
che mi sarei rifugiato in un bar, ingenuamente,
che avrei trovato lo spettro già seduto al tavolino prima di me,
che avrebbe ordinato un’aranciata San Pellegrino amara
che un tempo mi piaceva tanto,
che mi avrebbe guardato con languore (niente è più ripugnante di uno spettro che fa il sensuale),
che l’aranciata amara avrebbe contenuto un filtro tipo quello dello stupro,
che mi sarei ritrovato su un grande pagliericcio, nudo, incosciente e abusato da una ridda di creature cosparse di antennine e pinne dorsali,
che, una volta saziati, i mostricini si sarebbero seduti per terra, in circolo, tutti seri come gli attori di Grotowski prima della prova aspettando un mio cenno,
che un dio beffardo si era divertito a realizzare il desiderio di una compagnia teatrale tutta mia, ma con molti decenni di ritardo,
che me l’aveva creata proprio su misura, orripilante come la volevo allora – i bambini sono attratti dal Disgustoso, lo si sa,
che saremmo stati una cosa sola, io e le Scimmie di mare punto 2,
che sarei stato ricordato come un povero addestratore di pulci o qualcosa di simile.
Guardai l’orologio. Se i calcoli del professor Kapoor erano esatti, le creature si erano già formate. Forse in quell’istante le prime antennine stavano spuntando dall’acqua, poi sarebbero emersi i peduncoli, le pinne, i corpi lunghi e piatti. Forse nella nuova versione gli avevano fatto i seni. Forse la Signora aveva preparato un buffet. Sicuro, un grande buffet per cento, duecento invitati, cornice indispensabile per un’occasione come questa – mica avrebbe passato la serata a mangiare tramezzini in compagnia di Bob e delle Scimmie. Sicuramente la Signora voleva che io partecipassi, anzi era proprio indispensabile. Dovevo assistere al suo trionfo. Nel quale avrebbe ritagliato una fettina per me: La Signora (presentandomi a un direttore di teatro vestito da maestro di tennis) : – Pensi che la prima idea di un teatro delle Sea Monkies era venuta a lui.
IL DIRETTORE DI TEATRO: – Ah, ecco. E poi…?
LA SIGNORA: – E poi niente, ha lasciato perdere. Ma parliamo di tanti, tantissimi anni fa. Era troppo in anticipo sui tempi.
IL DIRETTORE DI TEATRO: – Sapesse come mi stanno sui coglioni quelli che sono in anticipo sui tempi!
(No, il direttore non sarebbe stato così volgare, avrebbe semplicemente ripetuto «Ah, ecco.»)
Mentre mi stavo rappresentando l’inaugurazione alla quale tentavo di sfuggire, comparvero piccole comitive di turisti fra i quali spuntava qualche divisa azzurra, gli steward del Sea Monkyes Stadium. Certamente mi stavano cercando. Mi vedevo già sollevato per le ascelle da un paio di quei ragazzoni che mi issavano su un’auto dalla targa truccata per poi scaricarmi nel pieno della festa come un discolo evaso dal collegio.
Mi venne in soccorso l’Ombra che incominciava a calare sulle case e sulle colonne dei turisti con i quali cercavo di confondermi. A intervalli regolari eravamo illuminati da due luci intermittenti, una bianca e una rossa, che indirizzavano verso il Sea Monkyes Stadium una folla sempre più fitta. Altoparlanti improvvisati diffondevano una voce a singhiozzo che annunciava, per quel che si riusciva a capire, uno spettacolo epocale e totale. Il serpentone dei corpi si era compattato al punto che ormai ci si doveva fermare ogni due passi, ma a tutti sembrava normale procedere così, con i piedi a strascico e gli occhi ipnotizzati dalle luci bicolori.
Uno, due… suggeriva la grande insegna.
… Tre e quattro… rispondevano le scarpe dei processionanti.
Dovevo sottrarmi a quella morsa. La moltitudine si faceva sempre più densa, eravamo a un passo dalla fusione totale; in breve, sarei stato completamente inghiottito da quel corpo mistico che mi avrebbe riportato, un passetto dopo l’altro, al Sea Monkyes Stadium.
Quando un racconto finisce in un cul de sac, ci si aspetta che il Narratore risolva la situazione con un’invenzione ingegnosa. Questo non è sempre possibile per svariate e a volte buone ragioni. Nel nostro caso il Narratore si è pericolosamente confuso con i suoi personaggi ed è finito in una mischia dalla quale rischia di essere stritolato.
In una situazione così scomoda non è facile farsi venire un’idea passabile, infatti quella a cui ricorse il Narratore fu modesta – d’altra parte, diciamolo, anche il Destino, che secondo me è molto sopravvalutato, ha spesso delle trovate banali, eppure tutti si mostrano sorpresi e cadono in ginocchio folgorati.
Per evadere dal muro umano in cui era imprigionato, il Narratore decise di giocare la carta del Gatto del Museo – non pensava che un giorno gli sarebbe ancora tornato utile, quindi lo aveva abbandonato insieme a tanti altri personaggi di cui non ricordava più nemmeno il nome.
Ecco dunque che Il Gatto, catapultato nel racconto senza preavviso e senza un perché, si ritrova in una selva di scarpe, di stivaletti, di sandali, di piedi callosi. È un tipo che di solito sa controllarsi, ma qui vogliono essere pestoni e calci più o meno volontari che finiranno per schiacciarlo come una rana. Per quanto filosofo e ormai di mezza età, in quell’anonimo Felis Catus si risveglia la bestia che dorme in lui da sei milioni di anni, il Felis Silvestris – non la versione libica, incline ai rapporti con gli umani, bensì quella europea, un piccoletto che in quanto a ferocia se la giocava con il Thyloacoleo carnifex, secondo i paleontologi.
Come la mietitrebbia sfugge al controllo dell’operatore e impazza per il campo decapitando le spighe a casaccio poi, sempre mulinando le sue lame, irrompe in paese e recide tutti quelli che incontra, compresi i fedeli in processione con la statua del Patrono, così il Gatto affetta, lacera, amputa, strazia e infine disperde la folla degli inebetiti che si trascinano verso il Sea Monkyes Stadium.
Quando il Narratore ebbe riletto la carneficina appena terminata, gli venne qualche dubbio. Non era un po’ debole? Forse avrebbe dovuto calcare di più la mano, creare un grande, orrido affresco ricco di dettagli forti, per esempio gli artigli e le zanne del Felis Silvestris primordiale mentre aggredivano visi, polpacci, occhi, parti molli, guance innocenti di bambini che le mani sanguinanti delle madri tentavano di proteggere. Ma al Narratore non gli andava di riscrivere, per pigrizia e anche perché lo splatter non era nelle sue corde. Guardò Il Gatto satollo. Si leccava le zampe e il muso come un pensionato dopo una mangiata di pesce alla bocciofila. Anche volendo, sarebbe stato impossibile ripetere la scena; dentro quel corpo abbandonato al torpore del dopopranzo il sanguinario Felis Silvestris aveva ripreso il suo sonno. Non si sarebbe risvegliato prima di qualche altro milione di anni.
Da dove venivano? Dal posto più vicino. Dove andavano? Sappiamo forse dove stiamo andando?
Denis Diderot, Jacques il fatalista e il suo padrone
Il Gatto mi seguiva. Di solito lo fanno i gatti sfrattati o quelli che sperano di migliorare il loro tenore di vita. Gli basta un’occhiata per valutare chi hanno di fronte; se è abbiente, se è single, se è affittuario o proprietario, se è iperattivo o sedentario. Hanno i loro parametri, vanno a colpo sicuro.
Invece il Gatto, che non aveva capito niente, seguiva la persona sbagliata. Era escluso che io tornassi all’Holiday Inn per finire in pasto alla Signora, ai direttori di teatro, ai registi specializzati in Monkie’s Dramaturgy, ai laboratori per aspiranti Scimmie di mare, così com’era difficile che potessi affittare un bilocale appartato in cui farmi dimenticare. Quanto al ritorno, neanche pensarlo; il Paese era diventato irriconoscibile, chissà quale nome gli avevano dato, e se non sai nemmeno da dove parti mancano anche i minimi presupposti del viaggio.
Dunque andavamo, io e il Gatto, così, tanto per andare, e l’andare era un declinare facile che mi sarei goduto volentieri da solo.
Ogni tanto facevo un tentativo per togliermelo dai piedi:
– Mi dia retta, è una stupidaggine, io e lei non abbiamo nulla a che spartire. Se crede all’unione di due solitudini o cose simili vada su un sito di incontri e mi lasci perdere.
Gli stratagemmi del Gatto per non rispondere erano penosi, come quelli di chi parla tenendo il cellulare spento; fingeva di esaminare un sasso qualunque con la faccia del geologo che studia un meteorite misterioso, oppure si avvitava con un balzo nell’aria per catturare farfalle inesistenti.
A mano a mano che scendevamo lungo il declivio, i bead and breakfast e le strutture alberghiere si diradavano. Anche il paesaggio perdeva gradualmente i pezzi, come se il disegnatore, stanco di miniare arbusti e alberelli, avesse incominciato tirar via. Scendevamo fra piccoli scarabocchi rotondi che rimpicciolivano a ogni nostro passo, finché ci ritrovammo su una distesa di ciottoli levigati disegnati di fresco.
(Continua)
Leggi le puntate precedenti:
1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
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9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/
13ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23477&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=1c1693b818&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
14ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23497
15ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23526
16ªpuntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23547
17ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23617
18 puntataª https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23655