
E finalmente iniziarono gli arrivi.
Camion autocisterna Howo, tutti gialli, altezza sette metri, capienza 35.000 litri ciascuno, guidati da autisti giapponesi impermeabili alla folla festante, ai bambini che ruzzolavano fra le ruote giganti, al sindaco che venne travolto mentre leggeva un breve discorso di benvenuto.
Le vecchie contavano i camion come fossero i grani di un rosario che non finiva più:
– 111… 112… 113…
– Ma quali 113? Sono già 127.
– Zitta, che perdo il conto!
– Fa’ un po’ come ti pare. 128…129… 130…
Alla fine, la maestra decise che gli Howo gialli erano 200.
Problema: moltiplicando la capienza di ogni singolo camion (35.000 litri) per il numero dei veicoli, a quanto ammontava il totale dei liquidi trasportati?
In groppa a una Suzuki 1000, Bob coordinava l’invasione delle autocisterne, coadiuvato da una dozzina di teppisti motorizzati che si divertivano un sacco a zigzagare fra i mostri giapponesi mentre li scortavano fino all’Arena Smisurata dove li aspettava la Signora insieme a un’équipe di ingegneri idraulici.
Dopo tre giorni di travaso ininterrotto, all’alba del quarto, l’ultimo Howo fece retromarcia e raggiunse la colonna degli altri centonovantanove.
La Signora licenziò gli ingegneri e andò a sedersi in una cabina di vetro sul gradone più alto dell’Arena. Tutta sola, contemplò i sette milioni di litri d’acqua azzurro-verde ancora immobili nel sonno che precede la vita.
Come una primipara all’ultimo mese, combattuta fra l’impazienza di stringere al petto la sua creatura e il piacere di prolungare l’attesa, la Signora rimase a lungo incerta se premere un grande pulsante rosso con su scritto START.
Dopo un’ora di spasmi e delizie, decise che ne aveva abbastanza. Premette.
La superficie inerte delle acque prese ad animarsi con un su e giù pigro come il respiro di un gigante addormentato sul fondo, poi con affanno crescente, così che si formarono piccole onde sormontate da crestine bianche e leggere.
La macchina funzionava.
Verso le cinque del mattino, la Signora venne a bussare alla mia camera. Doveva essere molto eccitata, perché di solito comunicava con me solo tramite l’ufficio stampa. Bussava e scalciava la porta.
– Su, presto, si alzi!
– Che ore sono?
– Non ha importanza, lei deve essere il primo a vedere! – Che cosa?
– Il mare!
–…
– Ricorda quando le dissi, un pomeriggio: “Sarebbe straordinario se il mare arrivasse fin qui.”
–…
– Non ci credeva, vero? Mi guardava come un rottame di vedova che si era bevuta il cervello.
– Beh, a quei tempi ci dava piuttosto dentro con la bottiglia.
La serratura cedette, era inevitabile.
La Signora entrò, mi sollevò così com’ero e mi trascinò fino all’Arena. Salì nella cabina di vetro e spinse i comandi al massimo. I seni immaturi delle ondine si gonfiarono fino a trasformarsi nei pettorali di cavalloni membruti che eseguivano un adagio sontuoso e sempre uguale.
Il mare, il mare, sempre ricominciato!
Paul Valéry, Il cimitero marino
Tema: “La prima volta che avete visto il mare.”
La prima volta che ho visto il mare, tutto sapeva di malaticcio, l’acqua, le poche case ancora in piedi, la rotonda e i muri del bar Milano, la signora affittacamere che ci aveva rimediato due stanze.
La cosa più in salute era un bunker dell’alleato germanico che sembrava bruciato di fresco. Sotto una botola c’erano ancora i soldati morti, dicevano.
Tuttavia, su quella spiaggia spenta dalla guerra spuntava qualche pallone a spicchi bianchi e blu inseguito da un bimbetto smunto, ma con un costumino così rosso che sembrava uno squillo di bandiera. Sulle sabbie se ne stavano appoggiate alcune madri, floride come le aveva plasmate il Duce, con i seni che gemevano dentro un costume a fioroni.
Non era ancora una vita, ma insomma.
Poi i bagnini impugnarono picchetti e mazzuoli e piantarono le prime tende rettangolari come vele fenicie.
Poi con i primi guadagni incominciarono a curare il loro aspetto.
Poi impararono a sorridere coi nuovi denti d’oro alle matrone mussoliniane, e quel brillio di incisivi e molari ammiccava a una nuova età ancora indecifrabile ma già leggendaria.
Poi il mare riprese un po’ di colore, così che i bagnanti abituali dicevano: «Per essere l’Adriatico, ha qualcosa del Mar di Sardegna, non trovi?»
Poi i grandi hotel fecero un restyling radicale, così da sembrare meno fascisti di vent’anni prima.
Poi nacque una miriade di pensioncine settimine che fornivano pulizia, lasagne e buonumore a prezzi stracciati, così che pareva di stare in una riviera socialista.
Poi vennero le famiglie, di corsa, con i bambini piccoli perché non c’erano pericoli, tutto appariva liscio e piatto, e il mare declinava dolcemente, così che ci potevi passeggiare dentro come in città.
Poi, in alta stagione, tre ragazze furono violentate nella pineta a distanza di dieci giorni una dall’altra, così che molti giovani attirati dall’odore del sangue giunsero da ogni parte del Paese cavalcando le moto dai grandi tubi incandescenti.
Poi, da sotto gli ombrelloni, i bagnanti videro spuntare piedi neri che aravano le sabbie bollenti del litorale avanti e indietro, e alzando gli occhi scoprirono interi corpi dello stesso nero nascosti da pesanti tappeti.
– Pensa tu il caldo che devono avere là sotto, dice lei.
– Ieri è affondato un altro barcone, si vede che non era il loro, dice lui.
Poi non so, non sono più andato.
Nonostante gli stupri, i gelati dai gusti tutti uguali, i padri di famiglia a passeggio col pacco in rilievo, le figlie trasudanti olio solare, i tramonti di seconda mano, le luci di 40 watt nelle pensioni, era un mare più accettabile di quello ricreato nella Grande Arena, immobile e composto in un rigor mortis deprimente. Si animava solo quando arrivava la Signora che ci passava delle mezze giornate tutta sola nella cabina di vetro. Aveva subito imparato a smanettare sul quadro comandi e governava le onde secondo il suo capriccio; ne determinava la lunghezza (distanza fra due creste successiveg l); l’altezza (distanza tra il livello delle creste e quello delle gole: h), la ripidità (rapporto fra altezza e lunghezza: h/l). Ma, come molti virtuosi della tastiera, la Signora spesso cadeva preda dei suoi umori, spegneva tutto e se ne andava senza neanche voltarsi. Le onde rimanevano lì come delle stupide, poi non sapendo che fare si sgonfiavano e ritornavano semplice acqua.
Non gli passava neanche per la testa, a quelle schiumette vuote, che il comportamento della padrona nascesse dall’insoddisfazione di chi anela all’alto, un Alto vertiginoso e troppo complesso per la loro piatta superficie. Io però me ne accorsi e incominciai a temere.
(Continua)
Leggi le puntate precedenti:
1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
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9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/
13ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23477&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=1c1693b818&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
14ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23497
15ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23526
16ªpuntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23547
17ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23617