Ivano Dionigi, La faccia e il volto (frammento)

Noi siamo tempo. Lo dice la finitudine del nostro corpo, che è «il libro del tempo»2; lo dice il nostro «volto», al quale ormai da tempo preferiamo la «faccia»: aspetto esteriore, sembianza, apparenza. Parola simbolo dei nostri giorni, così fortunata e pervasiva da eclissare e sostituire «volto», parola ben più ricca e dinamica, che evoca la sfera dell’animo e lo svolgersi del tempo (da volvere, «far girare, far scorrere»). È il volto che manifesta, misura e ritma l’età non solo anagrafica ma anche interiore, i moti di gioia e dolore, di serenità e turbamento, di bontà e cattiveria. Pensiamo al volto luminoso e miracoloso di un bimbo, di una giovane donna, di un vecchio. Volontà e sentimenti sono testimoniati dal volto e non dalla faccia. Questo dice la lingua con Isidoro: «Tra faccia e volto è dunque una differenza; faccia designa semplicemente l’aspetto naturale di ciascuno, mentre volto esprime gli stati d’animo» (Etimologie 11, 1, 34: Et differunt sibi utraque. Nam facies simpliciter accipitur de uniuscuiusque naturali aspectu; vultus autem animorum qualitatem significat); questo dice l’etica con Lévinas: «Noi chiamiamo volto il modo in cui si presenta l’Altro […]. Il volto […] introduce una nozione di verità».

Ivano Dionigi, Segui il tuo demone, Laterza

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