
Da chi è composto, al giorno d’oggi, lo zoccolo duro dei lettori dell’Ulisse? Chi lo legge? Chi si accoccola con l’Ulisse tra le mani? Questo libro viene studiato da cima a fondo, viene aperto e scucito da tutte le parti, è stato ampiamente decostruito. Ma chi legge l’Ulisse per puro piacere? Conosco un poeta che lo porta sempre con sé nella valigetta. Conosco un romanziere che la sera, prima di coricarsi, lo consulta brevemente. Conosco un saggista che lo ostenta spiritosamente sulla mensola del bagno. Queste persone l’hanno letto – ma l’hanno letto come si legge un libro, dall’inizio alla fine? Perché la verità è che l’Ulisse non va incontro al lettore. Tutti sanno che James Joyce è uno scrittore per scrittori. E forse non si esagera dicendo che James Joyce è in realtà uno scrittore per uno scrittore solo. Va incontro solo a se stesso; James Joyce va incontro solo a James Joyce. È anche un genio. E lo si può dire con una certa sicurezza: al suo confronto Beckett appare prosaico, Lawrence laconico, Nabokov ingenuo. Nell’intero corpus della sua opera si vede Joyce che si lava diligentemente le mani del semplice talento: gli accessibilissimi racconti di Gente di Dublino, il piú o meno comprensibile Ritratto dell’artista da giovane, poi l’Ulisse, prima che Joyce si prepari per quell’immolazione di ostilità, di sterminio del lettore che è Finnegans Wake, dove ogni parola è un pun multilingue. Genio esemplare, Joyce è anche un Moderno esemplare, prolisso fino al fanatismo, innovativo e astruso, e libero dall’obbligo di accontentare il lettore (al posto dei contributi governativi o della protezione delle università, Joyce aveva il mecenatismo). Senza redini, senza catene, si è involato per portare a compimento il destino del suo genio; o, se preferite, ha scritto perché gli piaceva, punto e basta. È una cosa che tutti gli scrittori fanno, o aspirano a fare, o farebbero se ne avessero il coraggio. Joyce è l’unico che l’ha fatto con tanta dissennata maestria. È un dettaglio al contempo divertente e appropriato il fatto che all’inizio l’Ulisse dovesse figurare come un racconto in Gente di Dublino. E in un certo senso, l’Ulisse alla fine non è altro che un racconto di trecentomila e passa parole nel quale Joyce ha messo tutto quello che sapeva. La folle inclusività del romanzo viene presentata come un ironico sacramento, una versione umana della conoscenza divina: Joyce è davvero il Narratore Onnisciente. Ma si può comunque immaginare la piega che il racconto avrebbe preso se fosse stato narrato con la decorosa evasività dei primi lavori. Un garbato signore ebreo sulla quarantina passeggia per le strade di Dublino tormentato dalla gelosia per l’infedeltà sessuale che sua moglie si prepara a consumare; un ventenne cattolico, un giovane imprudente, prende un percorso parallelo, tormentato da un senso di colpa retrospettivo nei confronti della madre morta; i due si incontrano, scambiano qualche parola, si salutano. Fine. Nella quiete e nell’austerità di questa storia, nelle sue costrizioni di tempo e luogo, Joyce ha visto – o è riuscito a evocare – la struttura dell’epica: un’epica degradata, un’epica moderna. C’è un unico evento nell’Ulisse: l’incontro tra Bloom e Stephen. (È un anticlimax di cento pagine; ma in fondo stiamo parlando di un antiromanzo). Tutto il resto è «Vita. Vita», per dirla con Bloom. «Ogni vita è fatta di molti giorni, giorno dopo giorno», come dice Stephen: «Noi camminiamo attraverso noi stessi, incontrando ladroni, spettri, giganti, vecchi, giovani, mogli, vedove, fratelli in amore. Ma incontriamo sempre noi stessi».
Amis, Martin, La guerra contro i cliché, Einaudi, traduzione Federica Aceto