
“Cerco di non soffermarmi sulla paralisi”, mi ha detto John Callahan una volta. “A meno che non voglio mangiare cinese e la persona che sta con me non vuole andarlo a comprare perché piove. Allora porto abilmente la conversazione sul fatto che sono tetraplegico. Ci sono dei lati positivi nell’essere su una sedia a rotelle. Puoi piantarti una forchetta nella gamba e non sentire niente. E se vuoi fare il vignettista, hai il vantaggio di essere già seduto”. Callahan è stato un grande umorista, ma la sua opera non è per tutti.
“Se qualcuno ride dicendo: ‘Non è divertente’, sai che sta leggendo John Callahan”, ha scritto P.J. O’Rourke. Nel 1992, quando ci siamo conosciuti, aveva appena rinunciato all’assistenza pubblica. Siamo rimasti in contatto per i successivi diciotto anni, durante i quali ha pubblicato le sue vignette in più di cinquanta giornali, tra cui il New Yorker e l’Independent (e in Italia Internazionale). Si è comprato una bella casa in una ricca zona della città e ha avuto un’assistente ventiquattr’ore su ventiquattro. Callahan teneva una bacheca in cucina, dove appendeva le lettere di protesta che riceveva dai lettori.
Uno s’infuriò per un disegno di Stanlio e Ollio ricoverati in un reparto per sieropositivi con la didascalia: “Ecco un altro bel pasticcio in cui mi hai cacciato”. Un altro lettore ebbe da ridire su una vignetta con due del Ku Klux Klan che indossano le tipiche lenzuola e uno dice: “Non ti piace quando sono ancora calde dell’asciugabiancheria?”. Ma Callahan non era sempre così provocatorio. Qualche anno fa mi ha mandato un disegno con due cani che bevono acqua in bottiglia. “Sai”, dice uno, “probabilmente questa roba non viene nemmeno da un cesso. Forse arriva da un fresco torrente di montagna, o qualcosa del genere”.
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