Le scimmie di mare, 17ª puntata

Nel cinema non c’è una grammatica.
Yasujirō Ozu, Scritti sul cinema

Andavo ogni giorno al Museo in ore sempre diverse, come per coglierlo di sorpresa. Il cartello sul portone permaneva, insensato: chiuso per restauri interiori.
Poi smisi di bussare. Mi limitavo a fare qualche giro intorno all’edificio guardandolo con disprezzo.
Fu durante una di queste ispezioni inutili che notai sul retro una minuscola finestrella del tutto anomala e asimmetrica. Sembrava costruita apposta perché qualcuno vi mettesse l’occhio. Mi accostai come al mirino di una cinepresa.
L’inquadratura mostra solo parzialmente un vano che dev’essere molto ampio.
Scarsa illuminazione da una fonte imprecisata.
Due anziane poltrone con l’aria spaesata.
Casse di bottiglie gettate sul pavimento alla meno peggio da un magazziniere canaglia.
Fioriscono le piccole imprese dei ragnetti lavoratori.
Il set è suggestivo, fra un deposito di contrabbandieri e il soggiorno di un Robinson Crusoe poco più abbiente dell’originale.
Cinque minuti. Nessuno entra nell’inquadratura.
Mi innervosisco come quegli spettatori che se la prendono con la moglie: «Ma non succede niente in questo cazzo di film!», neanche lo avesse prodotto lei.
Finalmente qualcosa accade, ma fuori campo.
Effetti sonori.
Ruggiti (del custode invisibile).
Legni si schiantano, tramezzi crollano, vetri si infrangono. Risate di trionfo.
Fumi e bagliori di piccoli incendi. Il vecchio (che continua a rimanere fuori campo) dev’essere un piromane esperto, non vuole incendiare l’intero edificio ma solo eliminare il superfluo. Con la mazza e col fuoco.
La finestrella esercitava su di me un’attrazione simile alla dipendenza. Andavo a dare una sbirciata tutti i giorni, con l’ottusità di quei registi senza idee che girano chilometri di pellicola così come viene, sperando che durante il montaggio tutto acquisti un senso, non si sa perché.
A volte, il vecchio custode entrava nell’inquadratura con la mazza ancora calda di massacro, si lasciava cadere su una delle poltrone sbilenche e si attaccava alla prima bottiglia che trovava. Tirava lunghe sorsate tenendo gli occhi chiusi, li riapriva, constatava che tutto era uguale a prima e si rimetteva giù a poppare.
Dopo le pause alcoliche più lunghe, si gettava su una brandina e dormiva – impossibile prevedere quanto, dipendeva dai bicchieri e dai sogni; quando ne trovava uno che gli piaceva non lo lasciava più, lo spremeva fino all’ultimo. Allora si svegliava nel malumore e nel rimpianto.
Fra i suoi sogni preferiti c’era quello dei gatti, che ambientava in appartamenti di un cattivo gusto orientale e sempre molto costoso. Gatti maschi tigrati e gatte femmine bianche.
Dio, come lo desideravano quelle gattine, nessuno lo aveva mai amato così! I maschi tigrati gli sfilavano davanti con un inchino, gli si strusciavano sulle scarpe in segno di sottomissione; le femmine bianche perdevano la testa per la sua gamba di legno, l’abbrancavano e miagolavano di piacere mentre la unghiavano per ricavarne lunghi fili che cadevano sul pavimento formando delle ricciolute collinette di Venere; e il piacere delle gatte si irradiava in tutto il corpo di lui come se quell’arto non fosse più un povero pezzo di legno ma un conduttore amoroso che lo congiungeva a corpi femminili furibondi e ansiosi di possederlo. Quando il sogno svaniva, gli occhi del custode incontravano il muso del suo vecchio gatto tarlato che aveva assistito al baccanale nel silenzio di chi ha già visto tutto. Quella fissità mandava in bestia il vecchio che sturava la bottiglia delle recriminazioni: quando mai lui (il gatto) si era strofinato contro la sua gamba? In tutti quegli anni era stato solo capace di chiedere, chiedere e basta, con quegli occhi di vetro, chiuso in quel suo mutismo così femminile – (insensato, visto che era un esemplare maschio); non aveva nessun diritto di essere geloso di quelle gattine così giovani ma già capaci di apprezzare il fascino di un uomo maturo.
Da anni, il gatto aveva deciso di non lasciarsi trascinare nelle discussioni di coppia; gli avevano causato un’alopecia nervosa che lo faceva assomigliare a un péluche dimenticato in soffitta, oltre ad avergli rovinato l’appetito. E adesso quel suo padrone decerebrato credeva di rimediare mostrando la scatola delle crocchette Bozita e facendo la voce felina: “Non parliamone più. Guarda cosa ti ho preso…”.
Tampinava il gatto per tutta la casa come un marito con la coda fra le gambe. Al gatto, già la sola vista delle Bozita gli faceva saltare i nervi; il custode non le comprava mica per le vitamine e i sali minerali ma solo per la suggestione del nome. Nella giungla marcita del suo cervello, Bozita doveva evocare una qualche danzatrice brasiliana, forse fantasma di gioventù. Il vecchio fuori controllo ne imitava le movenze, ancheggiava perfino, e scuoteva la scatola come una maraca solitaria mentre improvvisava una canzoncina demente, sul genere di: “Quant’è bbona la Bozita!”.
Il gatto s’incupiva e più ancora si preoccupava; certe cose sono brutte da pensare ma bisogna tenere i piedi per terra: aveva appena compiuto dieci anni, che per un gatto sono la soglia della terza età; quella del padrone non la sapeva esattamente. Difficile indovinare chi sarebbe morto prima. Se fosse toccato al vecchio scimunito, la qualità della vita sarebbe migliorata senza tutte quelle petulanze e quelle arroganze, quelle violenze e quelle escandescenze. Rimaneva però l’incognita del sostentamento; in paese non tirava buona aria per i randagi. Viceversa, sarebbe potuto morire lui prima del padrone, allora l’avrebbero gettato nella discarica appena fuori dall’abitato come un vecchio televisore. Meglio così, si diceva nei momenti più bui, almeno sarebbe finita quella routine degradante. Tanto più (si consolava) che gli animali non temono la morte – lo aveva sentito dire tante volte sia dagli uomini che dagli altri gatti e si sforzava di crederci a tutti i costi. Non la temono, percepiscono solo il suo passo leggero all’ultimo momento, quando si avvicina, e si limitano a dire: “Ah, eccola.”
Ma questa faccenda non lo convinceva, gli sembrava così incredibile starsene tranquilli in poltrona mentre la morte entrava nella stanza. Cosa ne potevano sapere quei suoi amici gatti, ben vivi e pasciuti, che filosofeggiavano durante il pasto, tra un rognone e una mousse di anatra? Per approfondire, aveva consultato svariati manuali, ma erano tutte stupide pubblicazioni destinate alle vecchie svanite che cercano solamente lettiere e tronchetti per le unghie.
Oppresso dai pensieri, esasperato dalla reincarnazione della ballerina brasiliana, il gatto infilava di corsa il suo sportello ritagliato nel portone per prendere una boccata d’aria, ma il padrone lo perseguitava anche lì con le sue smancerie.
A volte, capitavo sul piazzale del museo durante queste sceneggiate domestiche e affrettavo il passo per entrare, ma in quattro salti il gatto infilava il suo sportellino inseguito dal padrone che riusciva sempre a sbattermi il portone in faccia.
I miei tentativi di entrare al museo erano diventati inutili; il vecchio aveva fatto piazza pulita di tutti i reperti di tutte le stagioni teatrali, comprese le mie. Ogni tanto compariva alla guida di un furgoncino carico di barattoli di vernice. Guidava euforico, derapava, zigzagava, il finestrino abbassato, la radio accesa al massimo. Con in testa un cappelluccio di carta di giornale come i manovali di una volta, giocava all’allegro imbianchino. Appena mi vedeva, incominciava a cantare forte. Voleva provocare. Dovevo immaginarlo che era stupido, fin dal primo incontro, quando mi aveva estorto tutte quelle banconote per farmi entrare. Avido come uno stupido. Credeva di farmi rabbia, non capiva che mi aveva sollevato da un compito penoso.
Tutto andato. Tutto perduto. Pazienza. Tutto sepolto sotto quattro mani di bianco. Cosa ne potevo io? Avevo fatto il possibile. Una fatalità. Mi sentivo leggero.
Gli stupidi sono lo strumento dell’imperscrutabile che decide i fatti nostri, possono anche produrre effetti positivi.
Lo studiavo mentre portava nel museo sempre nuovi carichi di colore. Saliva e scendeva dal furgone con un’agilità sospetta. Volteggiava sul pianale, si caricava quattro o cinque latte di vernice, saltava e atterrava a piedi pari come i ginnasti.
Il lettore ne è testimone: fino a qualche pagina fa, il custode aveva una gamba di legno, adesso non ce n’era più traccia. Sparita dalla sera alla mattina. Forse l’aveva sostituita con una protesi di ultima generazione che imitava perfettamente i muscoli e la carne.
Oppure la gamba di legno era stata un trucco ben riuscito.
I misteri del custode non si limitavano alla gamba; tutta la sua persona era in preda a una metamorfosi progressiva e inspiegabile. Le rughe del viso si spianavano in tempo reale come negli spot delle creme anti-età; ogni mattina il suo corpo appariva più sodo, più snello.
Era diventato anche più alto.
Quando il vecchio rottame ebbe risalito il corso degli anni fino alla soglia della trentina, la sua rigenerazione fu compiuta.
Me ne accorsi una mattina, verso mezzogiorno, quando scese da una Mazda decappottabile bluette intonata al suo vestito carta da zucchero; mi attraversò con lo sguardo, si diresse al portone del Museo, che era stato sostituito da una vetrata a rettangoli colorati (triste imitazione di Mondrian) e lo aprì strisciando una tessera magnetica.
In pochi minuti la Mazda decappottabile si riempì di ragazze a fiori.
Masticavano gomma, erano impazienti. Aspettavano lui, il filibustiere ristrutturato.
Una magra magra con in cima un cappello di paglia da turista, si allungò tutta e cacciò uno strillo:
– Sbrigati Bob!…
L’ex vecchio si faceva chiamare Bob, senza pudore.
Incontrandolo nella sua versione precedente, la magra magra gli avrebbe allungato una monetina e subito si sarebbe disinfettata le mani. Ma alle ragazze della Mazda non interessa il prima, hanno solo voglia che lui le porti via, non importa dove. Andare. Adesso. Subito. Molta voglia, e fanno suonare il clacson perché si sbrighi.
Uno zefiro leggero prende a soffiare sulle gonne. Le ragazze a fiori stormiscono, si sentono belle, fresche, e soprattutto nuove come tanti germogli
Loro non lo sanno, ma sono le spore di una Primavera- madre che riempie tutto il cielo che fa esplodere il piazzale abbandonato alla polvere in un festival di verzure e di uccellini colorati
che guarisce le piaghe dei cani randagi invasi dalle larve e li restituisce al vivere civile in forma di quadrupedi brizzolati, ben portanti, sulla cinquantina, più che dignitosi
che raddrizza le catapecchie sbilenche e le riscatta dall’anonimato pitturandole come donnine allegre degli anni Venti
che impasta gli abitanti con un’argilla nuova e rigenerante.

La Mazda bluette del sedicente Bob (che d’ora in poi verrà indicato come Bob) mi sorpassò con una mitragliata di clacson e scomparve insieme al suo carico di ragazze mentre mi trovavo davanti alla vetrina di un Armani Store.
La Primavera fecondatrice lo aveva fatto nascere quella notte insieme a tanti altri fratellini e sorelline.
Versace Store,
Cavalli Store,
Krizia Store,
Coveri Store,
Prada Store.
Tutta la via era una nursery di Store appena nati che si affacciavano alla vita sgambettando in una nuvola di borotalco.
Nell’open space dell’Armani Store trottavano commesse con i capelli tirati all’indietro e le code di cavallo. Dovevano essere sorelle perché papà Armani le aveva truccate e vestite tutte uguali.
Ho sempre saputo che non si devono sbirciare le commesse, anzitutto perché sono lavoratrici che faticano, e poi per ragioni di stile. Lo sapevo ma quella volta l’ho fatto. E sono stato punito. Infatti, mentre le guardavo, così solamente per guardare, mi sono visto riflesso nella vetrina. Unico in tutto il paese, la Primavera non mi aveva rigenerato per niente, al contrario mi aveva scaricato addosso un numero esagerato di anni.
Adesso erano le commesse nel negozio che guardavano me, così poco nuovo da risultare indecente.
Armana, la direttrice, era inquieta; la mia presenza davanti allo Store poteva deprezzare l’intera via. Ma la ragazza aveva fatto i corsi professionali e applicò la strategia della buona Samaritana.
– Si sente bene?
– Insomma. Dopo questa scarica di anni, è già tanto se sono ancora in piedi.
– Bene, è una buona notizia. Abita in paese?
– Diciamo di sì. Provvisoriamente.
– Bene. Il Provvisorio aiuta a restare giovani! Anche noi ragazze siamo qui solo di passaggio. Come uccellini sul ramo. (Ride. Ha denti belli). Appena avremo avviato questa nuova, meravigliosa avventura ci trasferiranno non si sa dove. Sono cinquant’anni che traslochiamo così da uno Store all’altro e non siamo per niente stanche. Non trova che sarebbe ora di tornare a casa?
Un ronzio segnalò che si stava aprendo la bocca di un garage. Ne uscì un minuscolo veicolo Armani guidato da un autista in scala uno a dieci.
– Dovrà adattarsi, i pulmini di taglia media li hanno spediti, ma arriveranno solo fra qualche giorno.
Intanto, le altre ragazze Armani erano uscite e aiutavano la direttrice a stipare il mio corpo nell’abitacolo; senza quelle manine specializzate in imballaggi sarebbe stato impossibile. Quando finalmente l’omino avviò il motore, riuscii a rigirarmi e sbirciai dal lunotto posteriore. Le commesse mi facevano ciao e tiravano sospiri di sollievo.
Nonostante il trabiccolo fosse firmato Armani, l’arrivo alla pensione non accrebbe il mio prestigio. Anzi. Come seppi in seguito, tutti gli Store ne tenevano una piccola flotta destinata ad accompagnare (a casa, se ne avevano una, oppure alla discarica) gli spaesati come me che non rientravano nel piano di rigenerazione del Nuovo.
Intorno al fabbricato originario era spuntata una piccola selva di altri parallelepipedi che ostentavano l’avanguardia dei loro materiali, resina, carbonio, e persino Fiber Reinforced Plastics, che nel mondo era ancora in fase di sperimentazione.
Sulle facciate dei nuovi edifici le finestre si aprivano generose.
La filosofia degli architetti filantropi era improntata all’inclusione, che consideravano un dovere morale, un risarcimento sociale. I passanti, derelitti per definizione, si sarebbero svagati gratuitamente guardando i personaggi più o meno famosi che transitavano da una finestra all’altra. Un sapiente gioco di luce e di buio li faceva apparire come incarnazioni di un immaginario sottratto alle leggi del tempo.
Antiche popstar planetarie, notoriamente defunte da decenni, si sballavano insieme ai rapper foruncolosi delle radio private.
Sottosegretari di pochi capelli, comparsi in qualche talk televisivo, prendevano sottobraccio un De Gaulle e un Arafat come vecchi compagni di scuola.
Le finestre sotto le quali si assembrava il pubblico erano quelle che lasciavano intravedere famosi personaggi femminili assortiti in una sorellanza molto libera.
Una Sharon Stone trentenne sparava raffiche di champagne su giornaliste contegnose, strafatte per l’occasione.
Tagli di luce balenavano su una femmina sacra che aveva spopolato a Hollywood in un tempo lontano.
– E quella chi sarebbe?
– Boh.
– Cosa si è messa sulla testa? – Sembra un serpente.
– Che schifo!
– Senza contare il pericolo!
– Ma non vedete che è morto?
– Peggio! Un serpente imbalsamato.
– Pensa la puzza!
– Per non dire l’igiene!
– Dev’essere malata.
– Con quella faccia da sepolcro, non è certo il ritratto della salute!
– Ahahahahah!
– E tutto quel nero intorno agli occhi? – Avrà consumato un chilo di carbone. – Ahahahahah!
– Che stronza!
– Perché?
– Dicevo così per dire.
– Attenzione, è arrivata la Ilary.
– Finalmente un po’ di gioventù!
– Insomma… anche lei ha i suoi anni.
– Sì, ma vuoi mettere con la serpentona?
– La serpentona non è mica tanto vecchia, è solo un po’… – … Defunta.
– Ahahahahah!
– Guarda te come se la intendono!
– Forse Ilary la vuole scritturare per il suo nuovo show,“La morte in vacanza”. – Ahahahahah!
La serpentona era Theda Bara, la più famosa vampira di Hollywood, scomparsa oltre sessant’anni prima, che adesso faceva casino, oltre che con la Ilary in fiore, con le Antonelle, le Alessie, le Barbare, le Michelle televisive, tutte vive e vitali nel sogno del presente.
Conoscevo bene la commistione dei vivi con i morti, in teatro è cosa di tutti i giorni; mi chiedevo dove stesse il trucco. Come ogni virus, il Nuovo ne conosce di ogni genere, dai più sofisticati a quelli così banali che quando li scopri ti senti un idiota.
Il trucco me lo rivelò la stessa Signora della pensione, che nel frattempo era stata ribattezzata Holiday Inn.
– Ha visto, ieri, che serata? Un po’ costosa, ma per la première bisognava fare le cose come si deve. Io francamente ero a corto di idee, l’illuminazione è venuta a Bob. Bob è pieno di risorse. Oltre che di contatti.
(Ride. Bob è il suo amante. Sicuro. Lei gli lascia la briglia lenta perché coltivi le sue relazioni perverse. Complici e amanti. Niente di strano. I corpi dei due ristrutturati erano ritornati giovani ed elastici – logico che ora vibrassero. Ma forse la tresca risaliva a molto prima, quando erano ancora la Vedova il Vecchio Filibustiere. Forse lui si smontava la gamba di legno prima di immergersi nel corpo molle di lei sciolto fra le lenzuola).
L’illuminazione di Bob era stata rivolgersi un’agenzia di sosia. La Signora ci teneva a mostrarmi il catalogo patinato.
– Vede? Tutti Top Selection. Da Jennifer Aniston a Catherine Zeta Jones. Alcuni sembrano dei veri e propri cloni e sono piuttosto cari, ma Bob ha detto che per una serata di promozione popolare andavano bene anche le seconde scelte.
Ci sono degli sventurati privi di tutto che fingono di essere Elton John. È la loro ultima risorsa, hanno perso il lavoro, e la madre si è portata nella fossa la pensione. La mattina, davanti allo specchio, mentre si ritocca la frangetta bionda, Elton non si chiede “Chi sono io?” (è una domanda da reddito medio-alto), ma: “Posso sembrare ancora a lui?”
Si pesa. Cristo! impreca, e cade in ginocchio ai piedi della bilancia. Due chili in un mese nonostante abbia mangiato solo pasta e tonno in scatola.
Più un chilo che aveva preso il mese scorso.
Tre in sessanta giorni.
Quelli dell’agenzia erano stati chiari:
– Mi dispiace, Elton, ma se continui così dobbiamo metterti fra i sosia amatoriali, lo sai come funziona qui.
Lo sa bene, e sa cosa significa: cachet dimezzati, ingaggi pochi, giusto alle convention di ultimo livello con i concessionari più incazzati:
– Quello lì ci ha soltanto le chiappe di Elton John. Verificare per credere!”
– Ahahahahah!
Poi l’estromissione dal catalogo e la fine.
Proverà ad abolire la pasta, ma riuscirà a vivere di solo tonno?

La storia dei sosia è antica come il teatro, ma il Nuovo se ne fotte della Storia. L’importante è riciclare. Una verniciata a spruzzo, un packaging sottovuoto, e i sosia sono pronti, freschi di giornata.
Tutto odorava di Nuovo. Il grande embrione di cemento accanto all’Holiday Inn era stato terminato nella notte e si presentava come una smisurata arena vuota ma già risonante di un pubblico invisibile.
Gli abitanti del Paese (dove si erano nascosti per tutto questo tempo?) stazionavano con i vestiti della domenica davanti alla porta di casa, gli occhi fissi sull’unica strada asfaltata.
Poiché dal curvone continuava a non spuntare nulla, gli abitanti capirono che dovevano aver fiducia e credere, credere fortemente. Si scatenò una caccia affannosa alla fede. Alcuni se ne fecero una posticcia, alla buona, altri ricorsero al baratto e alle minacce. Solo i vecchi se ne stavano seduti tranquilli e li guardavano come tanti scemi; era da mo’ che loro non si aspettavano più niente.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
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9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/
13ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23477&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=1c1693b818&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
14ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23497
15ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23526
16ªpuntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23547

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