Le scimmie di mare, 16ª puntata

IV Parte
Capitolo I
Nel quale si succedono alcune metamorfosi che l’autore accetta senza indagarne troppo le cause.

e la fine di tutto il nostro esplorare sarà di giungere donde partimmo
T.S.Eliot, Attratti da questo amore, alla voce di questo richiamo

Ero poi riuscito a tornare in quel Paese assente dalle carte geografiche. In che modo non saprei dire. Forse era più vicino di quanto pensassi, così vicino che mi era bastato scavalcare una linea sottile senza accorgermene, come in quel gioco; come si chiamava? La Campana, ecco. Una decina di caselle disegnate col gesso sulle quali dovevamo saltellare come giovani gru su una gamba sola. Non ero mai riuscito a capire le regole, così finivo sempre sui numeri sbagliati. Le bambine ridevano.
Tanti anni dopo, eccomi di nuovo spaesato.
Non riuscendo a ricostruire il mio itinerario, mi sentivo come chi non è né andato né tornato; evidentemente esistevano un qui e un là che giocavano a prendermi in mezzo; si rincorrevano, si accapigliavano, si fondevano in uno e subito si separavano per ricominciare.
Cosa volevano dirmi con quel rimpiattino dispettoso?, che il viaggio me lo ero figurato io e che invece stavo girando come un vecchio fuori di testa e di età in groppa al cavallino di una mia giostra tutta personale?
Quando entrai nel soggiorno della pensione la Signora alzò appena gli occhi dall’ultimo numero di Harpers Bazaar che stava sfogliando:
– La chiave è lì sullo scaffale…
Come se io fossi l’addetto al contatore del gas.
Ho detto La Signora perché subito mi resi conto che non avrei mai più potuta vederla e nemmeno pensarla come La Vedova. Dalla sua pelle incrostata di lacrime e liquori fatti in casa erano scomparsi i peli ribelli, le verruche, le scrofolette e i grappoli di vescicole multicolori come i palloncini del tiro a segno.
Solo un racconto magico poteva spiegare una metamorfosi così radicale. Provavo a ricostruirne la trama: durante la mia assenza La Vedova era definitivamente affogata nella palude del suo scontento; quel fango doveva avere straordinarie proprietà terapeutiche, perché la morta non solo era resuscitata, ma si era reincarnata nella Signora che adesso sfoggiava l’epidermide luminosa di un’antica teiera giapponese.
Tanto per dire qualcosa, le annunciai che la mattina dopo sarei andato al museo.
La Signora richiuse spazientita la rivista:
– Ancora con questo museo!…
Diede un’occhiata a un piccolo Baume&Mercier quadrato: – È l’ora dell’ufficio stampa.
Sorrise. Chiamò, in la maggiore:
– Berta… Louise … Nina… Chantal… Katia…
Entrano in ordine sparso: un abitino a volant, una t-shirt a coscia, un pigiama con bretelle, un top con pizzo più gonna a palloncino, un leggins skinny in tulle più canotta a orlo e smerlo, una mini denim più giubba militare, un pantaloncini vita elastica più camicetta fantasia pitone.
La Signora emerge da un lungo caffetano écru che la slancia – e non di poco, avrà guadagnato almeno una decina di centimetri rispetto a quando era La Vedova.
Niente gioielli, solo un giro di coralli rosso sangue intorno al collo.
Lo staff è riunito in uno spazio operativo protetto da una parete di vetro. Sequenza (per me) priva di audio.
Soggetto della sequenza: le pubbliche relazioni.
Pantaloncini e Mini denim sono ai telefoni. Leggins skinny le fotografa. T-shirt digita. Abitino a volant e Top con pizzo si baciano. Buffa idea. Ridono. Leggins skinny è contrariata perché ha perso quello scatto prezioso. Chiede alle due di ripetere. Non accontentata, fa il broncio. Mini denim fotografa il broncio e invia subito. Tutte si fotografano mentre fanno il broncio. Invio. Pantaloncini stappa una bottiglia di vino. Leggins skinny strabuzza gli occhi. T-shirt la fotografa. Strabuzzano tutte. Si passano velocemente la bottiglia. Bevono a collo. Rivoletti di vino e saliva. Risate. Foto e invio. Abitino a volant fa la faccia ubriaca. Tutte ridono e si fotografano con la faccia ubriaca. Invio. Pigiama con bretelle fa il segno di I love. T-shirt le storce il dito mignolo. Pigiama fa la smorfia della bambina che piange. Foto e invio. La sequenza acquista velocità. Capelli (una ciocca sopra le labbra a fingere un paio di baffi). Nasi (deformati da un dito che li spinge all’insù oppure esplorati da altri diti tra smorfie di disgusto collettivo). Bocche (a papera, a culo di gallina, alla “vieni che ti faccio vedere come si bacia”). Lingue (alla Einstein, alla fragola, alla porno).
La Signora controlla i like sullo schermo del computer. È soddisfatta, sembra che tutto questo stia piacendo molto.
– Piacendo a chi?
– Al mondo, no? – che domanda!
Qualche giorno dopo, mi avrebbe detto, en passant (da quando si era trasformata nella Signora, parlava quasi sempre en passant):
– Una bella squadra, sono fiera del mio staff, tutte laureate in Scienze della Comunicazione.
– E cosa comunicano?
Pausa incredula.
– La Comunicazione! Ha presente? Ma dove vive lei?

Tutto era cambiato, anche la pensione aveva una sua tristezza nuova, me ne accorsi dopo cena. Niente confessioni all’ombra delle bottiglie di liquori casalinghi, niente racconti, niente malinconie, niente rievocazioni del marito morto in circostanze oscure. La Signora svolazzava con le Louise e le Chantal del suo staff e ogni mezz’ora ringiovaniva in modo preoccupante. Intorno alla mezzanotte, di fronte a me c’era un crocchio di ginnasiali di quelle che ridacchiano e additano i maschi raggruppati contro la parete opposta.
Poiché l’unico maschio presente ero io, cercai conforto nella notte che circondava l’edificio.

Dev’essere mezzanotte. Meno cinque minuti. Si dorme.
Jules Laforgue, Veglia d’aprile

Quando uno esce nel buio per rigenerarsi, questo buio dovrebbe essere abbastanza vuoto, così da assomigliare anche vagamente al nulla. Invece lo spazio intorno alla pensione era in gran parte occupato da una struttura di forma indecifrabile alta una ventina di metri. Lo schieramento dei ponteggi e delle gru diceva che era destinata a crescere chissà quanto.
Che senso aveva un’opera ciclopica con pretese futuribili in un paese dove non capitava mai nessuno tranne me? Rientrai e mi misi a letto. Ogni poco mi alzavo, andavo alla finestra, spiavo.
Il grande embrione di cemento era sempre là. Dormiva tranquillo, lui.

Il mattino viene a deflagrare nella mia camera molto presto.
È una sinfonia di betoniere che grufolano, di carpentieri che canticchiano “Se ce mettimme a fa’ ammore”, di elevatori che fanno uuuh, di muratori calcificati che cristonano con gli avventizi, di bulldozer con la voce catarrosa dei vecchi aeroplani.
Il primo sole esalta la superficie di un enorme parallelepipedo bianco, come se nella notte un architetto avesse calato una corazza luminosa sul grande embrione rendendolo top secret – pensavano che avessi visto già troppo?
Da una terrazza privata, la Signora assapora il bordello dissonante che fa tremare la sua creatura:
– Niente di tutto questo esisterebbe senza di me.


Lasciate ch’io vada a rintracciare la vita passata per risuscitarmi da questa morte presente.
Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, LIII

Tarda mattinata. Il piazzale davanti al museo è abbandonato a una polvere senza rimedio. Non aiuole, non pavimentazione, non segnali stradali, non lampioni, non passanti, nemmeno vecchie rotaie arrugginite a testimoniare che un tempo qualcuno era transitato da quelle parti.
Alla desertificazione del piazzale è scampata solo un’anziana, dignitosa panchina verde sulla quale sta seduto un gatto imbronciato, anche lui con un piede nella pensione. Sono assortiti bene, hanno l’aria di due che s’incontrano tutti i giorni alla stessa ora per un tacito appuntamento e restano lì al sole senza aprir bocca, perché le parole le hanno finite da un pezzo.
Mi siedo anch’io con cautela, in punta di panchina; nessuno mi ha invitato e non vorrei spaventare il gatto, il quale proprio non mi vede nemmeno, ha altro per la testa, e devono essere pensieri fastidiosi di denaro, di scadenze, di grane familiari. Ogni tanto si volta, dà una occhiata al museo che sta alle nostre spalle e tira moccoli molto simili a quelli degli uomini.
L’avversione del gatto per il museo è anche la mia. Guardo la facciata sgradevole come un ufficio postale. Mi vedo mentre ripercorro ancora una volta le stanze con i graffiti delle attrici morte scoprendone di nuove con altri reperti di spettacoli in decomposizione ormai illeggibili.
Non sarebbe stato piacevole. Lo sapevo, ma mi dicevo che era necessario attraversare ancora una volta quelle stanze se volevo archiviarle una volta per tutte. Insomma, concludevo virilmente, ci sono degli appuntamenti col destino ai quali non ci si può sottrarre.

Come quando ripescano una salma nelle acque del lago: tre mesi fra le alghe a venti metri di profondità sono tanti, ci vuole l’occhio di un familiare stretto.
– Pronto, signora C*?… Qui è ancora il comando dei carabinieri… Ho chiesto conferma al maresciallo; mi dispiace, ma la sua presenza è indispensabile per l’identificazione… Passiamo a prenderla fra mezz’ora.
Mentre la signora C* si riveste (sono le quattro del mattino), il suo strazio si incrocia con una domanda: sarà in grado di riconoscere il corpo del signor C*? È un pensiero fra l’assurdo e l’empio che non può condividere con nessuno, tanto meno con i carabinieri. Cosa ne sa lei di quel corpo? Da molti anni il signor C* le è sempre apparso già vestito e confezionato entro giacche doppiopetto o monopetto, maglie girocollo e pantaloni, felpe, cappotti, salopette blu; la signora C* conosce quel guardaroba capo per capo, potrebbe scriverne l’inventario completo, dalle camicie, ai calzini, alle mutande, tutto, invece sul corpo nudo del signor C* teme di fare scena muta come una studentessa che ha preparato solo la lezione del giorno; Odoacre lo sa tutto a memoria, ma le guerre puniche chi se le ricorda?
Cerca di riepilogare il corpo del marito. Le vengono in mente solo immagini molto parziali; due braccine scarne che sbucano da una canottiera bianca, un pezzo di gluteo fuoruscito dallo slip, qualche visione del pube del signor C* mentre s’infila l’accappatoio dopo la doccia, ma sono fotogrammi rari e vedovi perché di solito suo marito si chiude in bagno a chiave.
C’era stato un tempo in cui i signori C* dormivano nudi anche d’inverno e quando si svegliavano scendevano dal letto e andavano in cucina così com’erano. Per una coppia agli inizi la cucina è un teatro anatomico ricco di imprevisti; le carni giovani, così compatte e sicure di sé, si frammentano in un buffo caleidoscopio e si moltiplicano sugli acciai del tostapane, della caffettiera, dei coltelli inox. È un modo nuovo di riscoprire il corpo dell’altro fuori dalle solite lenzuola, nuovo e anche divertente, come quando il signor C* si avvicinava ai fornelli per punzecchiare le salsicce e il suo pene finiva per trovarsi proprio all’altezza delle fiamme. Allora la signora C* rideva come una matta mentre gridava: «Cosa fai? Guarda che se te lo abbrustolisci non mi piace più!», e cose simili – una volta si scompisciò fino ai singulti quando lui se la mise sulle ginocchia e prese a sculacciare il suo sedere fresco di sposa con una luganega ancora calda.
Ma le risate si erano spente da tanto tempo, e alla signora C* quel tempo sembrava molto lontano, ormai consegnato a un’epoca mitica sempre più incerta.
Le salsicce, insieme con le uova e a tutte le altre cose buone, erano uscite dal menù della prima colazione, sostituite dalle fette biscottate e dal miele d’acacia. Anche i fuochi erano spenti; niente più minacciava il membro del signor C* e il sedere della signora C* che si aggiravano per la casa protetti da un pigiama di cotone a strisce e da una vestaglia in pura lana con farfalle. Per qualche anno la signora C* patì nel silenzio la mancanza delle grigliate e delle luganeghe. Un mattino, si rese conto che quella mancanza era venuta meno, che mancava della mancanza e che non cercava nemmeno più di ritrovarla. Quello stesso mattino, il signor C*, dopo aver fatto presente che era finito lo yogurt magro, osservò: «Cos’hai, non ti senti bene? Oggi mi sembri un po’ smorta.» Da qualche minuto la signora C* era ipnotizzata dal processo di decomposizione dell’Orzoro in grande tazza filettata di rosso, e intese un po’ morta. Mormorò: «Sì, lo credo anch’io». Alzò la testa. Di fronte a lei, un vecchio maligno annegava nel latte una formella di Weetabeex.
Si è rivestita alla meglio. È pronta. Seduta in entrata con la borsa sulle ginocchia, aspetta i carabinieri. Sentirà la sirena in avvicinamento? Le metteranno una mano sulla testa prima di farla entrare nella volante? Dove avverrà il riconoscimento, sulla riva del lago o all’obitorio? Domande oziose che fanno schermo a quella più impegnativa: come si presenta oggi, 26 gennaio, alle quattro e mezza del mattino, la salma del signor C*? Una formella di Weetabeex impiega meno di un minuto per sciogliersi in un liquido – come si trasforma un corpo umano dopo tre mesi sul fondo di un lago?
La signora prende una decisione, riconoscerà qualunque cosa. Anche se i carabinieri le mostreranno un grumo informe di un metro e settanta, dirà: «Sì, è mio marito.»
Si chiede se sarà così orribile.
È sola, la casa è vuota. Dietro i vetri è spuntata un’alba antipatica che le volta le spalle con ostentazione, figurarsi se la ascolta. È sola, quindi si può rispondere sinceramente. No, non sarà orribile. Grottesco, semmai. Identificare un corpo che le è estraneo da più di vent’anni.
Quando la signora C* mi raccontò la notte del rico- noscimento, la mia prima reazione fu egoistica: «Questo a me non potrà capitare; privo di congiunti come sono, non mi verrà mai chiesto di identificare nessuno.» Non pensavo che un giorno sarei stato chiamato a un confronto più difficile di quello della signora C*, riconoscere per un’ultima volta i resti dei miei spettacoli. L’utero sfibrato del palcoscenico. Ero scivolato giù senza neanche accorgermene. Per andare dove? In cerca di una Scrittura che fosse capace di camminare da sola, una pagina dopo l’altra, senza le stampelle delle voci, dei corpi, delle luci ruffiane e di tutto l’armamentario del teatro.
– Insomma, un romanzo», mi era stato detto sbrigativamente.
– Non esageriamo, avevo risposto.
Guardai l’orologio. Era inutile tirarla in lungo. Mi alzai dalla panchina.
Fu allora che il gatto si voltò verso di me. Aveva scoperto che esistevo. Mi fissava come i paesani dei borghi selvatici guatano i turisti: «Con tutti i bei posti che ci sono, cosa gli è saltato in mente di venire nel nostro buco schifoso! Capaci che hanno anche i soldi. Che coglioni.»
Non è facile sostenere lo sguardo di un gatto, io per lo meno non ero abituato.
Un lungo fischio venne a incrinare l’imbarazzo.
Era un richiamo sguaiato, volgare, che avrebbe fatto imbestialire anche il cane più bonario, figurarsi un gatto. Un esemplare un po’ fumantino avrebbe cercato il fischiatore per dargli una buona ripassata di unghie, invece il gatto della panchina era uno di quegli introversi che si tengono tutto dentro. Consultò il sole, constatò che era già mezzogiorno e venti, crollò il capo, scese dalla panchina e si avviò a passi lenti verso il museo. Strascicava le zampe come un detenuto alla fine dell’ora d’aria. Stringeva il cuore. Mi ricordò un amico di una certa età che aveva appena sposato una ragazza di vent’anni più giovane. Era entusiasta della nuova vita coniugale, rimanevano solo alcuni punti da perfezionare. «Per esempio», mi confidò, «prima di rientrare a pranzo e a cena devo prendere venti gocce di Lexotan.»
Mi incamminai verso il museo. Il gatto se ne accorse, appiattì le orecchie, partì di corsa e infilò il suo sportellino personale ritagliato nel portone.
Dai battenti pendeva un avviso scritto in uno stampatello incerto: “Chiuso per restauri interiori”.
Ne fui sollevato come uno studente davanti alla scuola distrutta da un incendio la mattina del compito in classe, poi subentrò la rabbia. Quel cartello idiota era senz’altro un’iniziativa personale del custode.
Presi a battere i pugni sulla porta strepitando: avrei fatto rapporto al sindaco e il filibustiere sarebbe stato cacciato; in un paese di anime senza presente né futuro, quella miseria di museo era comunque una risorsa, non poteva perdere il suo unico visitatore per colpa di un vecchio che rubava il denaro del popolo.
Da una finestra aperta del primo piano si affacciò il gatto. Mi guardava come si guarda un ubriaco notturno, con fastidio e compassione. Sospirò e chiuse lentamente le persiane.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
hp?post=23224&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=7f3ecf24d8&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/
13ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23477&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=1c1693b818&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
14ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23497
15ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23526

Lascia un commento