
III parte
Capitolo I
Nel quale un incontro casuale diventa molto impegnativo
C’è un’intesa segreta fra le passate generazioni e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla terra
Walter Benjamin, Angelus Novus
Se avessi avuto una moglie sarebbero sorti dei malumori; un convitato immateriale ma invasivo come l’ombra di quel Clemente Calcaterra che mi ero messo in casa (colazione, pranzo, cena) avrebbe fatto scricchiolare qualunque ménage. Certe notti si infilava anche nei miei sogni, così dovevo alzarmi per tornare a leggere le uniche due raccolte delle sue poesie che avevo trovato in biblioteca (ne esistevano altre, ma erano irreperibili).
Se avessi avuto una moglie, ne ero certo, l’avrei tormentata con le mie congetture su quel piccolo autore sepolto e dimenticato da decine d’anni – pure e semplici congetture, perché, non sapendo quasi niente di lui, lo creavo un giorno dopo l’altro; ma non mi stava riuscendo bene, era acido, faceva il sostenuto e forse si lavava poco. Un pomeriggio, durante il caffè, una moglie avrebbe mostrato i primi segni di nervosismo.
UNA MOGLIE: – Senti, riusciamo a non parlare di questo Calcaterra per mezz’ora? Non capisco cosa ti ha preso. Fra l’altro, dici che le sue poesie sono brutte.
IL NARRATORE: – Non ho detto brutte, ho detto: poco interessanti.
UNA MOGLIE: – Sono così poco interessanti che ci passi sopra le giornate e le nottate, te ne rendi conto?
Troppo complicato da spiegare.
Certi pensieri nascono afflitti da una gracilità congenita; fin dalla prima occhiata abbiamo la certezza che rimarranno sempre così, bozzoli gelatinosi senza forma e senza futuro; non per questo smettiamo di accudirli e di crescerli come i pensieri ben riusciti, ma non ci verrebbe mai in mente di mostrarli in pubblico, tanto meno a una moglie ipotetica. Un bozzolo di pensiero non è sempre un bel vedere; come niente, questo le avrebbe fatto troppa pena oppure troppo schifo.
(«Cosa fai, adesso me lo metti anche sotto il naso? Portalo via, per favore!»)
La mia attrazione per Clemente Calcaterra doveva rimanere clandestina; io per primo non ne capivo molto ma non volevo indagare, mi faceva compagnia e me la tenevo addosso come uno di quei malesseri che ti danno la piccola illusione di non essere solo.
Col Clemente si era in due per modo di dire. Lui se ne stava bello morto e sistemato nella sua porziuncola di Novecento, io ero messo molto peggio: avevo un piede nel nuovo millennio ma tutto il resto di me era sbilanciato sul XX secolo; bastava un piccolo smottamento e volavo giù, non c’erano santi: tutte quelle sue poesie mi distraevano, erano pericolose, oltre che inutili: più le rileggevo, meno riuscivo a distinguerle l’una dall’altra, come le collegiali di Santa Marta che incrociavo da bambino: camicia bianca, gonna blu e mantella nera («Vedi?, sono le orfane», mormorava mia madre); io sbriciavo cercandone qualcuna carina, ma la Morte, oltre che sui genitori, aveva messo il suo copyright anche sulle figlie; non c’era niente da leggere in quelle creature destinate a fare le comparse nella solenne messa in scena del Lutto.
Le poesie del Calcaterra non erano propriamente orfane, ma figlie di un padre anaffettivo come lo sono tutti i padri con la mania della riproduzione: delle loro creature non gli importa granché, ma sono contenti quando le vedono riunite tutte insieme, una volta all’anno, sotto il tiglio, al grande pranzo di Ferragosto.
Per Clemente, la nascita di una nuova poesia era un atto quasi fisiologico, dunque poco interessante. «Mi vengono da sole, io non devo fare altro che scriverle.» Fortunatamente per lui, viveva anche ore appassionate, ore lunghe, passava interi pomeriggi a riordinare i suoi versi con la pignoleria un po’ infoiata del collezionista di soldatini. Anziché in brigate, reggimenti e compagnie, le raggruppava in sezioni, che è snervante perché le poesie tendono alla vaghezza e all’insubordinazione. Solo dopo molti dubbi, riesami e interventi disciplinari l’opus era formata in tutti i suoi organi e pronta per essere consegnata, sotto forma di dattiloscritto, alla Storia letteraria, Ufficio accettazioni.
Sul funzionamento di questo ufficio Clemente si interrogava spesso: perché certi autori venivano accettati ed altri esclusi? Rimaneva un mistero venato di ingiustizia, ma era fiducioso.
«In fondo», si diceva, «che cos’è la Letteratura? Tutto ciò che è stato scritto e conservato nelle biblioteche», e poiché alcuni bibliotecari amici avevano inserito qualche sua raccolta nella sezione di poesia contemporanea, pensava che la Storia letteraria, messa di fronte al fatto compiuto, le avrebbe acquisite senza tante istruttorie.
Era quindi morto serenamente.
Un’uscita di scena esemplare, anche se eccentrica, secondo i pochi testimoni.
Mentre i medici allargavano le braccia e borbottavano i loro rosari di malaugurio, Clemente si faceva qualche calcolo: quattro copie delle sue raccolte erano state inviate per legge alle biblioteche nazionali di Firenze e di Roma; altre erano conservate in quelle comunali sparse sul territorio: il calcolo delle probabilità garantiva che nei successivi dieci, venti, cinquant’anni (non c’era fretta) qualche habitué delle sale di lettura sarebbe inciampato nelle sue poesie. Quanti? Impossibile azzardare una cifra, ma era poi così importante?
Più che alla vita eterna – sulla quale, in quanto diacono, aveva molto meditato – i pensieri di Clemente si rivolgevano ai suoi lettori di là da venire; non erano ancora nati ma già li sentiva familiari; difatti rimasero accanto lui anche durante l’estrema unzione. Per istam sanctam Unctionem… indulgeat tibi Dominus … Mentre il prete gli segnava la croce sulle palpebre socchiuse, vedeva i suoi futuri lettori accucciati accanto al letto insieme ad alcune figure lattiginose, probabilmente ultraterrene, che presenziavano con la faccia di circostanza. Quella compunzione gli dava sui nervi. Non potevano pazientare qualche minuto? Perché tanta fretta? C’era tutta l’eternità per fare conoscenza.
Un attimo prima del commiato si guardò intorno e mormorò: «Ci vediamo, ragazzi….» Il celebrante stupì; anima semplice, ignorava che certi poeti non smettono mai di promuovere le loro pubblicazioni quali che siano le circostanze, è più forte di loro, e quando intravedono qualche lettore, sia pure ipotetico e postumo, possono anche morire col sorriso sulle labbra.
Il difficile, è sempre il portare avanti più vite – o piuttosto il vedere in ogni istante tutte le vite parziali alla luce centrale di quella che è la sola e la unica.
René Daumal, La conoscenza di sé
Se avessi avuto una moglie, mi sarei poi deciso a dirle tutto sull’affare Calcaterra. L’avrei svegliata nonostante l’ora nonostante le sue proteste.
– Sono quasi le due… Cosa c’è di tanto urgente? Non puoi aspettare domattina?
No che non potevo aspettare. Appena entrato avrei subito vuotato il sacco, e pazienza se il protocollo coniugale non lo prevedeva, per una volta se ne sarebbe fatta una ragione. Se voleva, poteva anche continuare a dormire mentre mi confessavo.
In mancanza di una moglie, mi aggiravo per la casa – a quei tempi era inutilmente grande – come colui che va in cerca di qualcuno senza rendersene conto.
Non trovai nessuno, naturalmente, ma scoprii una porta di cui non ricordavo l’esistenza. La aprii. Lo spazio era ampio, ben proporzionato ed estraneo. Con le stanze succede come con le persone; puoi incontrarle anche tutti i giorni, ma se non le pensi è come se non esistessero; quella stanza era forse la più grande della casa, eppure mi ero dimenticato di pensarla – da quanto tempo?
Entrai. Mi accolse un armadio ad ante spalancate su un guardaroba femminile.
Il letto era disfatto, l’abitatrice della stanza doveva essere uscita all’improvviso per non tornare più.
Sul comodino, una bottiglietta di birra appena iniziata.
Un giradischi Grundig teneva il suo braccio sospeso su un 33 giri. Nonostante la polvere, si leggeva ancora l’etichetta, “Save a prayer”.
Di fronte al letto, il poster di un ragazzo fresco di parrucchiere.
A prima vista, la camera di un’adolescente.
E perché non di una moglie? L’una non escludeva l’altra. Oltre al chiuso stagnante, si sentiva il tipico odore di trama morta – cercando bene, se ne sarebbero trovati i resti sotto qualche mobile. Non era difficile ricostruirla. In piena notte, una moglie esasperata, col conforto di una birra e di un sottofondo musicale, aveva fatto un salto nello strapiombo della sua adolescenza; atterrata sul pianoro dei quindici anni, si era ritrovata integra e viva come non le sembrava di essere mai stata, con due polmoni freschi di fabbrica che reclamavano aria nuova e un paio di gambette scalpitanti.
Logico che avesse infilato la porta senza voltarsi.
Forse era andata così. Ma mi riguardava? Di trame come questa se ne producono ogni giorno a migliaia, tutte quasi uguali, tutte così leggere, così volatili che si disperdono per le città e i continenti finché non vanno a ricadere chissà dove, sulle teste e sugli abiti dei passanti – ecco perché quando cediamo alla debolezza di riordinare le sequenze della nostra vita ne troviamo sempre qualcuna di provenienza dubbia: la trama ci è familiare, ma gli attori? Potremmo essere noi come chiunque altro.
Diedi un’occhiata alla stanza. Il pulviscolo di una moglie, anche se anonima e fuggitiva, era ancora presente. L’insieme dava un poco sullo spettrale ma era meglio così, una donna completa di corpo e spirito mi avrebbe reso più difficile il discorso.
Da una quantità di dettagli ci si accorgeva che egli intratteneva sempre meno rapporti fra l’uomo che era e quello che avrebbe voluto essere
Emmanuel Bove, Un uomo che sapeva
In materia di confessioni ero un po’ arrugginito, avevo conservato solo qualche suggestione vecchia di molti decenni. La mezza tenebra della chiesa. Il tremolio delle anime penitenti in forma di candele. Il confessionale ligneo di un falso barocco. E soprattutto la grata corrosa dall’immondizia dei peccati dietro la quale stava acquattata Presenza, una sagoma che alitava, sospirava e mugolava Durante i passaggi più gravi Presenza tirava su col naso.
Il pulviscolo di Una moglie si è addensato. Se ne sta a mezz’aria in forma di Assenza, un personaggio astratto come quelli che compaiono nei morality plays medievali (Bellezza, Mondo, Avarizia, Buone Azioni…).
Assenza non ha un’identità sessuale. Decido di attribuirgliene una femminile – di confessori maschi ne ho già una collezione.
Prendo una sedia mi avvicino al letto: «Posso?» Silenzio, variamente interpretabile.
IL NARRATORE – Stia tranquilla, non sarà una confessione tanto lunga, riguarda solo il mio rapporto con Clemente Calcaterra. Per chiarirlo, se possibile. Glielo devo, signora.
Assenza dà un’occhiata all’orologio sulla parete di sinistra.
IL NARRATORE – Clemente Calcaterra è un imbecille. Punto. Questo sarebbe stato il mio giudizio sul poeta quando avevo vent’anni – mio e di tutti i drammaturghi delle salette. Oggi mi rendo conto che “imbecille” è eccessivo, sbagliato e ingiusto, ma, lo sappiamo, a quell’età i ragazzi tagliano tutto col coltello.
Con un gesto, Assenza fa segno di stringere.
IL NARRATORE – Che cos’erano ai nostri occhi i poeti come Calcaterra? Glielo spiego con un piccolo racconto esemplare che s’intitola Le signorine Galli.
Assenza sospira.
IL NARRATORE – Le signorine Galli erano due anziane gemelle che avevano sempre vissuto insieme. Inseparabili. Niente mariti, né figli, né amanti a impicciare il loro ménage. Sempre vestite propriamente, vaporose e profumate, gentili con tutti ma molto riservate, come chi protegge una delicata vita interiore.
Per quanto si sapeva, nessuno del quartiere era mai entrato in casa loro. Morirono tutte e due la stessa notte. Fu la verduraia a dare l’allarme, qualche giorno più tardi, inquieta per la prolungata assenza delle clienti.
Quando i pompieri forzarono la porta ed entrarono nel grande e polveroso appartamento Galli trovarono le signorine composte in un letto matrimoniale, ciascuna con la sua camicina da notte a fiori, una sul lilla, l’altra sul verde tenero.
Si tenevano per mano come quando erano bambine. «Sembra che dormano», recitò il pompiere più giovane.
«E questo chi è?», chiese il caposquadra, ruvido.
«Uno nuovo. Ha preso servizio la settimana scorsa», illustrò il numero due.
«Incominciamo male», masticò il capataz da sotto l’elmo. E prese ad annusare l’aria.
«Avete notato quanti fiori? Ce n’è dappertutto!», garrì il debuttante inconsapevole.
«Silenzio!», abbaiò il segugio, «Se è come penso io, vogliono essere altro che fiori», e si diede a seguire una pista nel corridoio.
(Breve sospensione. Assenza si è in parte dispersa per la stanza. Il climax narrativo non l’appassiona – colpa del mio racconto o è proprio refrattaria alle storie in generale?).
IL NARRATORE – Giunti nella penombra di un salotto, oltre ai fiori predetti, i pompieri si trovano di fronte a una grande cristalliera con file e file di barattolini a chiusura stagna, tutti uguali e forniti di un’etichetta manoscritta.
«Ammazza, è una collezione!», strilla eccitato il ragazzo pompiere mentre fa il gesto di aprire la cristalliera. (Per lui, la vita è tutta un caleidoscopio di scoperte). Prontamente, il numero due gli ferma il braccio a rischio di amputazione.
Un raggio di sole si fa largo fra le tende (a fiori).
Il Capo esamina un barattolino controluce. Legge: «Des. 15 aprile 19….» Lo ripone e passa ai successivi:
«Arm. 15 aprile 19…», « Des. 16 aprile 19…», « Arm. 16 aprile 19…» « Des. 17 aprile 19…», « Arm. 17 aprile 19….»
«Informatevi dai vicini come si chiamavano le defunte.» «Desolina e Arminia Galli!», squilla l’underdog.
«È scemo ma non privo di risorse. E se prendesse il posto del numero due che non ha più lo smalto dei primi tempi?», machiavellizza il Capo.
«Allontanatevi.»
Infila un paio di guanti scientifici. Con l’indice e il pollice circospetti apre il tappo di un barattolino tenendolo ben lontano dal viso.
Richiude immediatamente.
Non si ritengono necessari ulteriori esami.
«Aveva ragione il mio naso.»
«Cioè?», s’informa il giovane in odore di promozione.
Casa Galli è molto più grande degli appartamentini dei tre pompieri messi insieme. Esso consta di: quattro camere da letto, camera degli ospiti, boudoir, salotto, sala da pranzo, cucina, guardaroba, ampio ripostiglio, due bagni, soggiorno, sala della televisione, sala della musica, sala degli arazzi, pinacoteca. Ogni angolo, ogni anfratto, ogni mozzicone di corridoio viene scandagliato dagli occhi analitici del Capo (quelli degli scagnozzi essendo fuori uso in quanto abbagliati dalle vestigia della borghesia che fu).
Barattolini ovunque. Dal pavimento al soffitto. Un diario escrementizio monumentale da far scomparire il Journal di Gide. Come le madri sollecite che pesano le creature prima e dopo la poppata, Desolina e Arminia avevano raccolto e museificato, giorno dopo giorno, gli elaborati dei rispettivi intestini.
«Si potrebbe dire che ci sono due vite in questi barattolini», filosofò il Capo.
«Se posso permettermi, non si tratta di vite del tutto intere», si permise il pompiere giovane. «Secondo un calcolo sommario i reperti ammontano a circa 40.000: 20.000 di Desolina e altrettanti di Arminia. Ipotizziamo che le due signorine ne abbiano riempiti uno a testa ogni giorno. (Ci sarà stata anche qualche battuta d’arresto, ma non dovrebbe incidere sulla stima globale). Dunque, 20.000 diviso 365 fanno 54 anni. Poiché le sorelle ne hanno ottantaquattro, dovrebbero aver iniziato la loro attività sulla trentina.»
Silenzio.
ASSENZA – (che nel frattempo è ritornata più visibile) Finisce così?
IL NARRATORE – Sì. Un racconto esemplare non è una crime story: quando ha detto quello che aveva da dire, finisce.
ASSENZA – Secondo me, ogni racconto andrebbe concluso, ma non facciamone una questione.
Quando qualcuno dice: non facciamone una questione, sta per aprirne una di quelle che non finiscono più, quindi tagliai corto e venni al punto. I poeti alla Calcaterra (e forse tutti i poeti) erano come le signorine Galli. La stessa ritualità ossessiva, la stessa contemplazione del proprio elaborato – che si trattasse di deiezioni o di parole non cambiava molto: le gemelle affidavano ai barattolini la memoria del loro passaggio tra i vivi, i poeti ai libri. (Fra parentesi: gli escrementi delle signorine avevano resistito per mezzo secolo, un risultato che non tutte le raccolte di poesia possono vantare).
Col suo“monumentum aere perennius” Orazio l’aveva presa molto alta; le gemelle e i poeti calcaterriani, poveretti, arrancavano sulla terra e balbettavano: “Siamo stati qui… Anche noi abbiamo vissuto, questa è la prova…”, ed esibivano le rispettive raccolte.
I teatranti, condannati all’illusione e all’effimero, questi cultori della sopravvivenza a tutti i costi, non li capivano proprio, e volentieri ci scherzavano su. I poeti non la prendevano né bene né male: per loro, il teatro non era cosa dietro cui perdere tempo: uno scheletro rudimentale rivestito di parole corruttibili, cioè inestetiche – una specie di cellulite che affligge la Letteratura.
Ogni tanto qualche poeta si affacciava ai nostri spettacoli come si va alla fiera del paese, oppure al casino (per via delle attrici, che tentavano di insidiare, ma per lo più senza riuscire a battere chiodo).
Quando venivamo a sapere che uno di questi Tartufi era stato respinto, l’attrice che gli aveva dato buca ci appariva improvvisamente come una donna di grande spessore morale. E subito volevamo sapere.
– … Non è successo niente di speciale… gli ho fatto capire che non c’era trippa per gatti, tutto qui.
– Sì, ma com’è andata esattamente?
– È venuto in camerino, mi ha fatto un sacco di complimenti… poi mi ha chiesto se mi andava uno champagnino insieme.
– Dio, lo squallore di uno champagnino!… cose che neanche un viveur di Reggio Emilia. E tu l’hai scaricato.
– No, sono andata.
– Ah.
– Non sono mica scema. Uno champagnino da Rodrigo, capisci? Hai presente quanto costa? Non mi era mai capitato. – E poi?
– E poi due palle così… Che lui, pur essendo un poeta, qualche volta aveva pensato di scrivere per il teatro ma gli attori erano tutti così banali… Che invece io quella sera gli ero piaciuta perché ero diversa… Che lui aveva frequentato Morandi e a casa aveva anche un suo disegno con dedica… Che sentendomi recitare gli era venuta l’idea di fare una lettura drammatizzata delle sue poesie con anche le musiche… Che poteva essere l’inizio di una collaborazione… Che un’altra volta si potevano leggere anche le poesie di Roversi, … e anche quelle di Leonetti, un altro amico, peccato che bazzicava col Gruppo 63… che era tutta una montatura editoriale… che i loro libri non vendevano neanche cento copie… Alle due e mezza non ce la facevo più, e gli ho detto: «Senti, il disegno di Morandi lo vediamo un’altra volta. Adesso devo andare a dormire altrimenti muoio qui stecchita.» Ci è rimasto male ma chi se ne frega. Oltretutto le letture drammatiche sarebbero state gratis.
Come le amavamo, le nostre piccole attrici, quando indossavano la corazza delle vergini guerriere!
Pausa.
ASSENZA – Questo non è divertente, sa di triste.
IL NARRATORE – Certo. Tutte le pratiche teatrali sono intrise di tristezza; non la si nota perché è rivestita di euforia.
L’euforia crea dipendenza, bisogna assumerne dosi sempre maggiori se si vuole tirare avanti nel calendario fatto di spettacoli e di niente.
I giorni del niente sono tanti. Sono la maggior parte dei giorni.
Una mattina, si scopre che l’euforia è finita. Può succedere. Rimane soltanto il suo residuo, un sorriso con intorno il niente. È imbarazzante.
Sparsi per i teatri, se ne incontrano molti di questi sorrisi senza ragione e senza padrone. Da qualche parte potrebbe esserci anche il mio. Sarebbe seccante se un idiota me lo riportasse credendo di farmi un piacere.
– Guardi cosa ho trovato, dev’essere il suo!
Naturalmente io giurerei che quel sorriso non mi corrisponde, che non ho mai avuto niente a che fare col teatro. Non ci sono riscontri, il teatro non lascia traccia, ma si sa come sono fatti questi soggetti, insistono; allora gli mostrerei la prova decisiva: il testo che sto scrivendo: “Quasi tutto era andato”. Quattro parole sono poche, ma persino quell’idiota capirebbe che non si tratta di teatro.
ASSENZA – Secondo me, sta facendo troppo affidamento su queste quattro parole.
IL NARRATORE – Anche i biglietti da visita sono di quattro parole e raccontano già molto. “Nino Costa, scrittore garibaldino”. “Riccardo Galeazzi, archiatra pontificio”. “Ornella Puliti Santoliquido, pianista”. Quando Nino, Riccardo e Ornella se ne vanno, le loro vite rimangono in quelle piccole pubblicazioni di una pagina stampata su cartoncino Bristol. Certo, come biografie sono scarne, ma un bravo lettore ci ritrova l’epopea dei Mille, le trame del Vaticano, il pianoforte giramondo della Ornella con tutti gli annessi di feste e di amori. Senza contare che, contrariamente a quelle dei biglietti da visita, le mie quattro parole potrebbero anche crescere, diventare capitoli e chissà che cos’altro.
ASSENZA – Insomma, un libro. Ci voleva tanto a dirlo?
IL NARRATORE – Ho già una certa età.
ASSENZA – … Così, prima di andarsene vorrebbe lasciare una traccia di sé. E quel piacere un po’ maledetto di morire e rinascere insieme allo spettacolo, sera dopo sera…?
IL NARRATORE – Tutte storie. Non si rinasce proprio per niente. Basta che tu non figuri in cartellone per un paio di stagioni e ti hanno già sepolto per sempre.
ASSENZA – Mah!… Questa sua ansia di lasciare un segno è tanto diffusa quanto banale. Confezionare le proprie merdine e affidarle ai posteri. Come le gemelle Galli.
IL NARRATORE – …
ASSENZA – Come i poeti anelanti a una modesta immortalità, che lei prendeva in giro.
IL NARRATORE – …
ASSENZA – Come quell’imbecille di Clemente Calcaterra.
IL NARRATORE – Gliel’ho detto, questo giudizio su Calcaterra risale ai miei vent’anni.
ASSENZA – E il suo giudizio di adesso?
IL NARRATORE – Su di lui l’ombra dell’imbecillità è rimasta, ma oggi la sento anche un po’ mia. È un’imbecillità accogliente. Come il fresco di un pergolato.
Te ne stai seduto su una panca di legno, con i grappoli d’uva che ti pendono sulla testa. I pochi che passano ti salutano. Il giorno che te ne vai si fermano un attimo:
– Hai visto?, da un paio di giorni non c’è più. – Che gli sia successo qualcosa?
– Sarà mica morto?
– Può essere.
Se per caso hai scritto un libro, il sindaco del paese con il pergolato organizza una piccola commemorazione. Qualche parola sullo scomparso (poche, perché non si sa quasi niente di lui), poi una breve lettura che incomincia con “Quasi tutto era andato”. Se il testo è tutto lì, la cerimonia finisce e si va a casa, ma può darsi che prima di allora le pagine siano aumentate, dipende da quando si muore.
ASSENZA – Quanti anni ha?
IL NARRATORE – Settantasette.
ASSENZA – Mah!… A questa età le conveniva rimanere continuare col teatro. A teatro, scomparire è del tutto naturale. Poco più di un soffio. Terminata la scena, si fa qualche passo, e si è fuori: Exit. Ce lo insegnano i classici. A turno, tutti exeunt, composti, senza fare storie, anche se la tragedia è in pieno corso. Questo sua smania di aggrapparsi a qualcosa di certo… di concreto come lei si illude che sia un libro, mi sembra, non so… una caduta di stile. Ci ripensi.
Sta diventando un’Assenza fastidiosa.
Adesso si è gonfiata il disopra e il disotto per accentuare la sua identità femminile.
Ha anche indossato un naso di cartapesta e all’insù, rimane dritto come un piccolo pennone, con sopra un paio di occhialetti alla Karl Kraus.
Nella fretta del travestimento, Assenza non ha notato che al naso nuovo sono collegati un paio di baffi.
Sul labbro superiore di molte donne cresce una leggera peluria; alcuni lo trovano addirittura attraente, ma i mustacchi di Assenza non si possono minimizzare.
Le significo a piccoli gesti che sotto il suo naso c’è qualcosa di troppo.
ASSENZA – (ignorando il mio messaggio) … Vede, se il suo fosse un libro di memorie – memorie e basta, senza secondi fini – poco male, quasi tutti ne scrivono uno prima di tirar le cuoia…
Nell’argomentazione, i baffi hanno incominciato a vibrare. Un pizzicorino maligno aggredisce il naso docente e genera uno starnuto demolitore
Fugge Assenza coprendosi il viso con una mano vergognosa «Oppardòn… Oppardòn!….»
Assenza fugge, ma verso dove?
Non troverà niente che la conforti in un momento così delicato, non uno specchio, né una toilette, né un bagnetto di servizio, neppure un letto sul quale gettarsi e piangere. Non troverà niente, perché con la sua scomparsa tutto per contagio si trasforma in assenza, le stanze, i corridoi, la casa intera.
Mi guardai intorno. L’unica presenza era la mia.
Nelle Nuove avventure di Pinocchio, Collodi Nipote racconta che cosa accadde all’eroe creato dallo zio dopo la sua metamorfosi in ragazzino perbene. Intorno a lui, tutto è scomparso. La casupola-bottega di Geppetto, lo stesso suo babbo putativo (certamente defunto), la Fata, l’intero borgo che lo aveva visto debuttare nel mondo. Pinocchio è solo e libero, pronto ad entrare nel secondo romanzo della sua formazione. Per inaugurare la nuova vita, l’eroe se ne va in trattoria. Di fronte al suo tavolo, una compagnia di comici al completo fa baldoria. L’amorosa, il padre nobile, il brillante, l’ingenua, il generico, il generico brillante e tanti altri. Governa la brigata il Cavalier De’Guitti, capocomico esuberante e cordiale, che tuona a Pinocchio: «Non le fa malinconia pranzare tutto solo? Venga qui con noi!.» Le attrici applaudono, strizzano i corsetti, lo fanno sedere in mezzo a loro, lo riempiono di premure, improvvisano mille giochi malandrini. In onore del nuovo arrivato si stappano una dozzina di bottiglie e ricomincia il carosello degli antipasti, seguiti dai polli, dagli arrosti, dalle lepri in salsa dolce, dalle rane fritte, dai saltimbocca, dagli spezzatini, dai brasati, dagli ossibuchi. Quando entrano sei vassoi di trippa alla parmigiana, il Cavalier De’Guitti dice che è meglio fermarsi e passare ai dessert perché nel pomeriggio ci sono le prove e bisogna star leggeri.
A proposito di prove: un attore è appena fuggito dalla compagnia per un impiego ben pagato di usciere (sarcasmi antiborghesi percorrono la tavolata) lasciando libero il ruolo di mamo. Il capocomico è sicuro che Pinocchio sarebbe un ottimo sostituto; dopo quarant’anni di teatro ha l’occhio clinico, saprà pur vedere se il ragazzo ha stoffa. Le attrici applaudono e ridono forte. Pinocchio ringrazia lusingato e imbarazzato, non sa proprio cosa sia questo mamo. Ci pensa l’amoroso a illuminarlo: «Il personaggio del mamo è un giovane ingenuo un po’ melenso, che viene spesso beffato, ma che vorrebbe apparire scaltro ed esperto della vita.»
Il padre nobile sentenzia: «Questo ragazzo è un mamo nato e sputato.»
Accolto nella compagnia per acclamazione, Pinocchio paga volentieri il conto della tavolata; è piuttosto salato, ma gli sembra il minimo, per sdebitarsi. Non vede l’ora di incominciare le prove.
«Per lei, oggi, niente prove», intima il Cavalier De’Guitti, «Pensi piuttosto a preparare le valigie, fra tre giorni ci imbarchiamo per l’America Latina.»
Quando lessi, da bambino, questa seconda vita di Pinocchio, non potevo immaginare che, a parte qualche dettaglio, la mia le sarebbe assomigliata. Contrariamente alle intenzioni di Collodi Nipote, non mi faceva per niente ridere la storia del ragazzo che si lascia abbagliare dal teatro (la versione adulta del Paese dei Balocchi); mi sembrava una trappola malvagia nella quale forse presagivo che sarei caduto anch’io.
Il resto del romanzo (cioè la gran parte) l’ho cancellato. Nella mia memoria rimangono solo le prime pagine che lasciano intuire inevitabili disastri, quindi un sicuro divertimento per (quasi) tutti i lettori – e questo, alla fine, era ciò che importava a Collodi Nipote e all’editore.
Non credo che nessun autore scriverà mai la parte finale delle avventure di Pinocchio, quella in cui il ragazzino perbene invecchia e muore. Qui le nostre due storie divergono profondamente. Per quanto ne sappiamo, l’attore Pinocchio, inguaribilmente giovane e ingenuo, sta ancora girovagando su e giù per l’America Latina con la compagnia De’ Guitti, mentre la mia tournée si è interrotta da qualche anno. Rimarrebbe da scrivere la terza parte delle mie avventure, quella conclusiva. Non è indispensabile, la vita si scrive benissimo da sé, quindi, volendo, ci si può anche risparmiare questa fatica. Però poi bisogna accettare il finale così come viene, senza lamentarsi – e sui finali la vita, a parte qualche trovata fantasiosa, non si impegna più di tanto; sarà che ha fretta di concludere, non so, sta di fatto che si assomigliano tutti. Dopo una dissolvenza esasperante, le luci sembrano spente.
– Ci siamo! sospirano i parenti convenuti in platea per l’ultimo atto, adesso è proprio buio.
Invece no. Nei riflettori resiste ancora un filamento sottile. Disappunto appena mascherato. C’è sempre qualcuno che mormora:
– Ma questa è ancora vita?
L’attesa si fa lunga. Le gambe fremono. Occhiate agli orologi. Colpi di tosse nervosa. Scricchiolii in platea.
I parenti si rivolgono agli addetti, gente pratica che vede due o tre exitus al giorno:
– Secondo me, questa notte riesce a superarla, potete tranquillamente tornare domani.»
E avanti così per giorni. Alla fine, i parenti si stufano, comprensibilmente. Il finale si consuma a platea vuota.
Ciascuno si regoli come crede; io preferisco scriverla questa ultima parte delle mie avventure. Per farlo, dovrò tornare in quel museo delle identità teatrali dimenticate che gli abitanti indicano come là-bas. È una fragile piattaforma da cui ricominciare, ma se voglio lasciarmi alle spalle il teatro dovrei trovare la voglia di attraversarlo ancora una volta, sperando che dopo le stanze delle attrici morte ce ne siano altre con le pareti pulite sulle quali riscrivere “Quasi tutto era andato”, e continuare.
(Continua)
Leggi le puntate precedenti:
1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
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9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/
13ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23477&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=1c1693b818&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
14ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23497