Le scimmie di mare, 14ª puntata

Capitolo quinto
È il più lungo e digressivo di questo libro, tanto che l’autore sente di dover parlare direttamente al lettore infrangendo una regola che si era imposta prima di iniziare.

Non si sa mai bene il libro che si sta scrivendo.
Philippe Forest, Un destino di felicità, “Formula”

Lo so, lettore, adesso tu vorresti chiedermi di fare il punto. Non credere di essere l’unico, l’ho pensato anch’io, molte volte e molto prima di te mentre scrivevo e ripercorrevo queste pagine. L’avrebbe desiderato anche la Lettrice nera che è entrata nella prima parte del racconto; si capiva che moriva dalla voglia di farmi una domanda diretta, ma non ci riusciva. Era un tormento, poverina.
Te lo dico perché ne ho la prova. Una sera l’ho spiata mentre telefonava a qualcuno; parlava a voce bassa per non farsi sentire, poi le è sfuggita una frase stridula: «… Credi che mi stia divertendo, qui? Sto solo cercando di capire!»
Ma potrei anche dirti che quella telefonata non è mai avvenuta, che l’ho improvvisata adesso, mentre la scrivevo, e tutto si complicherebbe ulteriormente.
Lo vedi anche tu, se ci fermiamo su ogni passaggio non andiamo più avanti, e invece dobbiamo stringere perché il tempo è poco. Lo so, ho consumato molte pagine su questa serata nella casa di Genesio; se le ho scritte, significa che erano necessarie per arrivare al poeta suo padre – molti credono che sia possibile rallentare o accelerare un racconto come si vuole; non è così, il narratore può intervenire solo fino a un certo punto; anche qui, come nella vita, le cose accadono quando devono o possono accadere.
Adesso, se hai deciso di continuare a leggere, devi prepararti a una nuova storia. E ancora una volta né tu né io sappiamo dove porterà. È la storia di Clemente, così come l’ho ricavata dalla piccola pubblicazione di Alphonse Moutier che m’intascai prima di lasciare per sempre la dimora dei Calcaterra.
Non sono riuscito a ricostruire un profilo di questo Moutier. Devo dire che non mi sono molto impegnato perché ho capito subito che tipo era, uno di quegli esegeti che saltano a piedi uniti nelle vite degli altri per parlare della Poesia, del Bello della Salvazione, della propria visione del mondo e dell’Arte – insomma di se stessi. E tuttavia fra i nuvoloni di quella scrittura pompiera si apriva qualche squarcio di cielo (quello azzurro-topo dei letterati minori) dal quale si affacciava Clemente Calcaterra. Ma erano sequenze frammentarie e scombinate. Moutier era troppo instabile, troppo ansioso. Scriveva cinque righe sulla vocazione letteraria dell’eroe e subito veniva preso dalla smania di inserirle in un grande affresco del Secolo; dopo qualche pennellata si pentiva e tornava al quotidiano spicciolo con una serie di aneddoti che avevano l’aria di essere inventati.
Tutto così, fin dalle prime pagine.
Sono un lettore piuttosto insofferente, non ci metto molto a chiudere un libro quando mi accorgo che prende una certa piega, eppure quella sera continuavo a leggere maledicendo il biografo e anche Clemente Calcaterra il quale, bisogna dirlo, era incolpevole, non mi aveva certo chiesto di occuparmi di lui, continuava a starsene tranquillo, morto e archiviato in uno degli innumerevoli scaffali del Novecento.
Era la sua serenità nell’oblio che mi attirava?
Credo di sì. Il sex appeal di chi non ha bisogno di nessuno, tanto meno di te.
Forse anche per ripicca nei confronti del Moutier, decisi che avrei riscritto un Clemente Calcaterra a mia misura pur non sapendone quasi niente.
Non era una novità; avevo già manomesso autori molto più importanti di Moutier: Ibsen, Cyrano de Bergerac, Schumann, Voltaire, Middleton, Cocteau, Defoe, Tournier, Schnitzler, Pirandello, Céline.
Aggredivo le loro opere indifese e le trascinavo nel buio del laboratorio teatrale; qui, le fissavo sul tavolo drammaturgico e me le lavoravo con calma; quando, ancora operate di fresco, andavano allo specchio impallidivano. La riscrittura aveva cancellato dalle loro fisionomie la nobiltà dell’imbalsamazione e senza le stampelle del tempo vagavano come vecchine sperdute nei corridoi di una clinica sconosciuta. Tentavo di incoraggiarle: dovevano fidarsi di me, erano bellissime così, il loro smarrimento era anche il mio. Sforzi inutili che aumentavano il loro stato di confusione.
Come quello di tutti gli organismi troppo manipolati, il loro ciclo vitale era breve; dopo tre o quattro repliche si assopivano nel camerino di un attore e il mattino dopo trovavamo solo gli scheletrini dei loro copioni. A volte pensavo che durante quel sonno si ricomponessero nella forma originaria; forse al risveglio, ritrovandosi integre, ripensavano alla loro breve vita giù nel teatro come a uno di quegli incubi in cui si sogna di precipitare.
Tanti anni prima, quando ero agli inizi, mi facevo molti scrupoli e molto mi interrogavo prima di iniziare una riscrittura; sull’operina di Moutier non mi soffermai neanche un minuto, cercai anzi di dimenticarla per poter scrivere più liberamente quanto segue:

A PROPOSITO DI CLEMENTE CALCATERRA

Ecco il torto che ho avuto, uno dei torti, essermi voluto una storia, quando basta la vita da sola.
Samuel Beckett, Testi per nulla

I ricordi più lontani di Clemente Calcaterra risalivano ai primi anni passati dentro una grande vasca sotterranea in cui era confuso con un’infinità di altri poeti minuscoli, quasi invisibili a occhio nudo. Da questi grandi contenitori si dipartono innumerevoli capillari attraverso i quali gli esserini iniziano il loro viaggio verso il grande corpo della Società Letteraria.
Durante il percorso, i micropoeti incontrano strati di varia composizione chimica, dai feldspati inaccessibili delle case editrici titolate, alle argille dei piccoli editori a pagamento, al semolino colloso delle pubblicazioni in rete.
Tutti cercano un approdo; esausti per il viaggio, molti si fanno andar bene il primo che trovano, purché abbia un lettino, un tavolo, una sedia e una porticina sulla quale applicare la loro targhetta con scritto: poeta.
Clemente Calcaterra era diverso; non si era ancora fermato e già pensava di ripartire. Quella sua indole inquieta era la garanzia di una forte vocazione? Assomigliava alla fame feroce di viaggio che aveva divorato Dino Campana? Clemente se lo chiedeva ma preferiva non rispondere; certo gli sarebbe piaciuto scrivere qualcosa come i Canti Orfici ma tutti quei ricoveri negli ospedali psichiatrici gli sembravano un pedaggio troppo pesante da pagare.
Si diede una calmata e incominciò a scegliere con oculatezza le sue mete.

Approdò anzitutto ai Littoriali della Cultura e dell’Arte, dove gli fu preferito Sinisgalli; poi presentò un romanzo al Premio Bagutta, che quell’anno doveva andare a Leonida Repaci con I fratelli Rupe.
Tornò a fare versi e subito sbagliò indirizzo.
Un amico che collaborava alla rivista “L’Italiano” organizzò un appostamento nella trattoria dove tutti i giorni pranzava Longanesi. Il direttore, maldisposto e afflitto dalla sua dispepsia, fu sbrigativo; i nuovi autori erano dei gran leccaculo, ma se quel giovanotto aveva qualche paginetta che facesse un bel contropelo al Regime le avrebbe dato un’occhiata.
Quando Clemente pronunciò la parola poesia, Longanesi venne colto da uno spasmo come davanti a un piatto di penne all’arrabbiata e lasciò la trattoria senza nemmeno ordinare.
Falliti alcuni altri tentativi, Clemente riuscì a fare il suo esordio poetico sul mensile “L’Uomo, quaderni di lettura” con una lirica intitolata “Forse solo una luce”. Dopo nemmeno una settimana dalla pubblicazione era già lì che proponeva altri componimenti. Il direttore s’innervosì; la rivista pubblicava solamente una poesia ogni numero e in lista d’attesa c’erano già Quasimodo, Sinisgalli (ancora lui!), Diego Valeri più altri di seconda scelta, quindi se ne stesse un po’ tranquillo.
Nei mesi seguenti, il debuttante smanioso tenne d’occhio la portineria e la redazione. Il traffico della poesia era sempre sostenuto. Finalmente, verso l’estate, incominciò a rallentare, come gli confermò anche il portinaio. Clemente pensò che entro un paio di mesi sarebbe toccato a lui; invece, a sorpresa, sul numero di ottobre comparve una poesia lunga tre pagine intitolata “Lava”. Autore, Domenico Porzio, un ragazzino ventenne.
“Alitava la notte un vago orrore
nelle conche del golfo silenzioso”
e così via. Sicuramente una mano vigliacca l’aveva deposta, di notte, sul tavolo del direttore – la mano dello stesso Porzio, non c’era dubbio.
Quel Porzio che trattava Clemente quasi da maestro e col quale discuteva tutta la notte su D’Annunzio! quel Porzio doppiogiochista che dopo aver decretato per iscritto la morte della poesia ne pubblicava una lunga tre pagine grazie a chissà quali maneggi!
Nei mesi seguenti, le poesie porziane continuarono a comparire, numero dopo numero.
Non sopportando quello stillicidio, Clemente ripartì senza una destinazione, e com’era inevitabile finì nella ragnatela dei circoli letterari che in quegli anni si annidavano in molte città italiane, specialmente in quelle più piccole.
Invisibili a un primo sguardo, i circoli letterari si rivelavano al viaggiatore all’improvviso, come le violette nei boschi; prima ne vedi una sola, introversa, nascosta nell’erba, poi ti giri e ne scopri un intero giacimento; così i poeti: ne incontravi uno per caso, al caffè, ci scambiavi due parole e quella sera stessa ti ritrovavi in un salotto dove ne erano spuntati altri quindici che reggevano con una mano il loro dattiloscritto e con l’altra un sandwich o un calice di vino, ciascuno impegnato a elencare le sue ultime letture.
Clemente scoprì che erano più informati di lui. Tutti libri appena usciti; era capitato in provincia, mica fra i selvaggi. Seguiva un elenco di talenti cittadini che il letterato forestiero avrebbe dovuto conoscere al più presto.
C’erano dei notai arguti che scrivevano commedie brillanti meglio di Aldo De Benedetti. Medici che avevano scoperto l’Ermetismo prima di Montale – e gli esempi non si limitavano ai professionisti colti, comprendevano anche impiegati e artigiani – uno per tutti, un fornaio poeta vernacolare, che se il fascismo non avesse fatto la guerra ai dialetti sarebbe finito nelle antologie scolastiche.
Una strage di ingegni.
Ma i poeti non si lasciavano scoraggiare e affidavano le loro opere alle riviste che si autofinanziavano con furore.
Durante le serate, le pubblicazioni erano esposte sul ripiano di un tavolino finto Settecento: pochi fogli a caratteri fitti pinzati con le graffette; l’impaginazione e il formato erano gli stessi per tutte, cambiava solo il titolo: “Verso e controverso”, “Il cannocchiale della poesia”, “Sentimento”, “Il cuore a nudo”, “Elicona 900”. Qua e là sporgeva qualche testata nervosa, ancora un po’ futurista: “La Saetta”, “Recalcitrando”, “Il Pistone”.
Un mese dopo l’altro, Clemente aveva dovuto visionarne molte, e scrivere su ciascuna un giudizio, necessariamente incoraggiante (cosa si può dire a un poeta che ti guarda negli occhi in quel modo?).
I rituali della poesia cittadina avevano finalmente trovato un celebrante.
Clemente battezzava gli esordienti; cresimava, rincuo- randoli, i veterani che avevano raccolto solo qualche menzione ai premi letterari e confessava le poetesse – anche qualche poeta maschio, ma le femmine erano più numerose e più bisognose.
Le confessioni si svolgevano, com’è logico, in forma privata, nei salottini o sulle terrazze tranquille. Per i casi urgenti andavano bene anche le cucine.
Nei primi tempi Clemente esercitava il suo ministero con qualche turbamento. Gli era già capitato di trovarsi a tu per tu con una donna, ma era sempre successo fra le mura di una casa di tolleranza e sempre in gruppo con cinque o sei compari zavorrati di vino, mezzi fascisti e poco letterati. La truppa vociante saliva di corsa fino al primo piano e si spargeva per le stanze delle ragazze. Durante gli accoppiamenti i muri erano attraversati da messaggi dolorosi, come di carcerati che dovendo pagare il loro debito con la sessualità cercano di espiare in fretta la pena per tornare alla libertà del marciapiede.
Fra un cliente e l’altro, le donne del primo piano si sgranchivano sui letti e ripiombavano nella fredda geometria delle gambe aperte a compasso; con i loro occhi di pietra, a Clemente sembravano delle sfingi. Non era pronto per quell’esame di egittologia – archeologo improvvisato nel buio della donna, intuiva l’esistenza di un labirinto femminile ma non riusciva a ricomporne l’anatomia geroglifica sparsa nel letto. C’era del Cubismo fra quelle lenzuola stropicciate (in quegli anni s’infiltrava un po’ dappertutto); se Clemente lo avesse riconosciuto si sarebbe potuto orientare, ma era cieco all’arte figurativa perché troppo impegnato a rincorrere la lucciola della poesia.
Tutto invece era molto chiaro nelle confessioni delle poetesse, e ciò che dicevano con le parole lo rafforzavano con gli occhi. Li piantavano dritti dentro quelli di lui e parlavano a ruota libera, non tanto di poesia quanto di quei mariti che avevano lasciato salire sulla loro barchetta, durante una domenica al lago, quando erano ancora ragazze stupidine. Pensavano che, finito il giro, se ne sarebbero andati; invece niente, una volta saliti, non c’era stato verso di smuoverli, erano rimasti lì per tutto il pomeriggio, poi per tutta l’estate e per tutte le stagioni successive. Anni. Ormai quindici, venti, e anche di più.
Diventati mariti, il tempo e il torpore li avevano fatti ingrossare; prima il sedere, poi il tronco, poi tutto il resto. Attualmente erano dei giganteschi menhir coniugali che aprivano la bocca soltanto per dare ordini sul governo della barca e sulla rotta da seguire – argomenti di cui niente sapevano, essendo creature terragne, dure come quelle rocce che circondavano il lago maledetto. Giganteschi e refrattari a tutto. Perfino al tradimento – sì, Clemente aveva capito bene (qui gli occhi della penitente lampeggiavano e il suo viso si avvicinava a quello del confessore).
– Lei sa perché si tradisce, vero?
–…
– Per mandare un messaggio dritto e forte dopo tante risposte non pervenute. Per tirare finalmente un mattone contro quelle cuticagne di pietra.
A quel punto il menhir si riscuoteva: – C’è qualcosa che non va?
– No, tutto va come deve andare, va com’era scritto fin dal primo giorno. Ti ho tradito!… Sono andata a letto con questo e con quello e con quell’altro!
Non chiedevano tanto, solo un attimo di attenzione. Poi, che succedesse quello che succede in questi casi, la furia, la cacciata, il perdono, le lacrime e tutto il repertorio. Ma l’attimo passava in fretta. Su quei mariti culoni, persino i tradimenti scivolavano via come acqua, figurarsi la poesia: le sue ali impalpabili non gli facevano nemmeno il solletico, ai menhir. tutt’al più gli scucivano un sorriso di compatimento schifato, perché per loro la poesia e la puttaneria erano le due facce di un’unica moneta che il destino gli aveva infilato in tasca con l’inganno: la sciagura di una moglie sbagliata.
Quando arrivavano a questa svolta, gli occhi della poetessa non lampeggiavano più, erano chiusi, e Clemente si ritrovava da solo di fronte a quella grande faccia tutta intera, inerte come una macchina complessa che si è fermata senza preavviso. Per mancanza di energia, per il guasto di un circuito? In ogni caso non gli chiedessero di metterci le mani, perché lui di meccanica non se ne intendeva proprio. Di qualunque meccanica. Seguiva un silenzio durante cui Clemente girellava per la stanza cercando qualcosa da dire. Quando aveva trovato le parole, si voltava ma la grande faccia non c’era più.
Erano diventati rari i momenti in cui sedeva al tavolo per scrivere. Leggeva, sì, ma prevalentemente i dattiloscritti dei molti che gli chiedevano un parere, un sostegno, una segnalazione presso editori irraggiungibili.
Per i poeti dei circoli, egli proveniva da un mondo che avevano sempre pensato come immateriale; ma se Clemente Calcaterra sedeva lì insieme a loro in forma corporea con il sandwich e il calice di vino, per sillogismo doveva essere concreto anche il Parnaso in cui sedevano, passeggiavano e bevevano Ungaretti, Moravia e tutti gli altri: concreto e arredato con larghe poltrone e autentici tavolini Settecento. La Grande Società Letteraria non solo esisteva, ma grazie al Calcaterra si travasava nel minuscolo ditale della loro cittadina, come se una cuoca generosa, dopo avere riempito lo stampo col budino della Scrittura Alta, avesse utilizzato la miscela avanzata per riempire gli stampini di tanti altri budini figli, minuscoli, ma della stessa sublime sostanza. I poeti dei circoli avevano finalmente un pedigree certificato da Clemente, che prima di arrivare qui da loro era stato là, aveva sorseggiato quel vino e addentato quei sandwich, ed era bello pensarlo seduto fra gli alberi di un qualche déjeuner sur l’herbe con Quasimodo, Sinisgalli, Valeri e tanti altri mentre scambiava con loro, alla pari, tonno, uova sode e visioni sul futuro dell’arte.
Durante le serate letterarie, la Poesia seguiva Calcaterra col passo rassegnato di un vecchio cane prossimo alla pensione. Quasi sempre egli la legava nell’ingresso resistendo alla padrona di casa:
– Ma perché non la fa accomodare con noi?.
– No no, mi dia retta, lei preferisce così, la conosco. Spesso qualcuno gli chiedeva di recitare “Forse solo una luce”, la lirica che lo aveva consacrato. Lui opponeva resistenza, e non era la solita manfrina dell’autore ma la piccola vertigine di chi oscilla fra il desiderio di gratificazione e la tristezza di un applauso già previsto dal programma di sala. Alla fine, quando si trovava sotto il naso il décollété della primogenita ventunenne – la più colta della famiglia – che lo sospingeva verso l’ingresso, doveva cedere e con l’animo gonfio andava a slegare la Poesia. Non tornava subito, passavano lunghi minuti imbarazzanti durante i quali giungevano in salotto i frammenti di una discussione sottovoce, di quelle che fanno i vecchi coniugi. Non si capiva granché; sicuramente la Poesia non voleva, ma sembrava che non volesse nemmeno lui. Perché dunque la facevano tanto lunga quei due? Tutti s’interrogavano con gli occhi e si rispondevano alzando le sopracciglia: evidentemente negli strati alti della poesia c’erano delle perturbazioni che da terra non si potevano vedere, bisognava aver pazienza e aspettare mangiando un sandwich nel rispetto dell’Indeci- frabile.
Quando finalmente Clemente riappariva, la sua entrata in scena era deplorevole persino per il circolo letterario di una città così piccola, perché lui trascinava la Poesia imprecando fra i denti e lei teneva le zampe rigide, puntate in avanti, con gli unghioni che si conficcavano nel tappeto. A volte, durante quei corpo a corpo i due finivano per urtare un tavolino che reggeva un vaso liberty o sfregiavano un paravento di seta con le geishe.
Ma poi, quando Clemente recitava i versi di “Forse solo una luce”, tutto veniva dimenticato, anzi ripensato come una bizzarria che garantiva la genialità dell’artista. Non bisognava fare i provinciali; Malaparte metteva in piedi un duello ogni volta che aveva voglia di sgranchirsi le gambe, e D’Annunzio si presentava alle sue amanti indossando un pigiama-scafandro con un buco al punto giusto per nascondere il suo corpo in decomposizione. Non c’era niente di strano – dicevano i poeti alla padrona di casa perplessa – se a Clemente Calcaterra capitava di rompere qualche soprammobile. Tutto era nel flusso del secolo, e ora su quelle acque navigava felicemente anche il loro cenacolo culturale. Se ne allietasse, anziché protestare.
Dopo quelle serate, i ritorni a casa si svolgevano nel silenzio. Lui davanti, col passo strafottente di chi è padrone della strada e del suo destino; la Poesia dietro, che lo seguiva come poteva, perdendo terreno. Non se ne lamentava, compativa soltanto l’egotismo del padroncino. Arrancava e taceva. Era abbastanza vecchia da sapere che certi giovani non si possono cambiare nemmeno da giovani.
La coppia non funzionava, ecco tutto, e ormai era inutile chiedersi chi avesse messo insieme due soggetti come loro. Invece Clemente, più tignoso, non si rassegnava e continuava a lamentarsi: perché a un giovane letterato proteso verso il Nuovo come lui era toccata una Poesia nata già vecchia come quella?
Alle continue esplosioni di rabbia seguivano le recriminazioni: mai che lei si desse un po’ di fondotinta per coprire qualche ruga! C’erano tante Poesie della sua età che facevano ancora la loro figura. Se non si badava troppo ai particolari potevano sembrare addirittura contemporanee. Prendesse esempio da loro.
Lei neanche rispondeva. Non le andava di diventare come quelle vecchie ritinte; non si era mai messa niente in faccia nemmeno da ragazza, quando tutte le altre si facevano carine, sempre con in testa quell’idea di accalappiare qualcuno. La prendevano in giro: «Ma tu esci così? Chi vuoi che ti si pigli?» E correvano via.
Poi era venuta la stagione dei sorteggi, e alcune Poesie che sembravano destinate a spaccare tutto, che si erano fatte largo a colpi di Zang Tumb Tumb, erano state accoppiate con certi autori nati vecchi che le avevano inchiodate al tavolo a comporre endecasillabi otto ore al giorno, e guai se sbagliavano un accento.
Quanto a lei, così limpida, così mite, così domestica, era stata assegnata a quel giovanotto che avrebbe voluto far esplodere il ventre linguistico del secolo col suo arpione poetico.
Poco fatti com’erano l’uno per l’altro, le discussioni divennero quotidiane e si fecero ancora più aspre quando lui intensificò le confessioni con le poetesse.
Dopo averle ascoltate, Clemente si lasciava andare a sua volta a qualche confidenza. Quel suo aprirsi, per lui così nuovo e balbettante, era gradito alle penitenti le quali, avendogli già socchiuso molte delle loro stanze segrete, trovavano logico e naturale concludere la confessione spalancando tutte se stesse.
La Poesia non partecipava a questo genere di incontri. Quando Clemente rincasava, sempre molto tardi, la trovava seduta in silenzio accanto alla ciotola che era rimasta vuota dalla sera prima; in quel mutismo il padroncino leggeva un rimprovero a cui reagiva aggressivamente: d’accordo, se n’era dimenticato, sai che tragedia! Con tutto quello che ha in mente un artista, può succedere che la zuppa passi in secondo piano.
Lui, piuttosto, aveva diverse cose da ridire su di lei; negli ultimi tempi era diventata ancora più insipida del solito; perché se ne stava accucciata per ore davanti alla finestra? a fissare che? si poteva sapere?
La Poesia uggiolava qualcosa di incomprensibile e continuava a guardare fuori, a guardare il cielo.
Effettivamente, era diventata un po’ lunatica. Passava di colpo dalla contemplazione all’attivismo frenetico; non faceva altro che occuparsi di bucati, lenzuola, lavande odorose, marmellate e paioli di rame che non le sembravano mai abbastanza lucidi. Se fosse stata una moglie, Clemente l’avrebbe sistemata in fretta: «Senti, facciamo così: d’ora in poi ciascuno vive la sua vita, e amen», ma con la propria Poesia non c’è mai questo genere di confidenza.
Poi gli venne un sospetto; quel lavare, quello strofinare, quel rassettare non era la solita, nevrotica routine domestica; bisognava vedere come lei si trasformava durante quei raptus; i suoi gesti diventavano un rituale e sulla bocca fioriva un sorriso mistico che tirava gli schiaffi.
Più l’osservava, più Clemente se ne convinceva; la sua Poesia stava progettando un golpe, voleva imporgli un nuovo stile di vita, un regime, oppure, peggio ancora, stava edificando le mura di una poetica.
Non si trattava solo di saponi, stracci e spazzoloni, quella aveva in mente un disegno ben preciso. Lasciandola fare, una mattina lui si sarebbe trovato imprigionato in un mondo di sentimenti fragranti e croccanti, di spighe, di pane caldo di forno con la croce sul dorso. Forse anche di amore coniugale.
Bisognava intervenire.
Più volte, rientrando ancora sovreccitato dalle sedute con le poetesse, aveva deciso di affrontare la questione di brutto: si sbagliava, la santarellina, se credeva che gli eccessi lo avessero rincretinito, anzi il suo fiuto era diventato più sottile.
Ma sull’odorato Clemente si perdeva. Gli tornavano in mente i profumi di tutte le epidermidi che il suo naso aveva esplorato negli ultimi tempi: una rapsodia di aromi sorprendenti per lui che era abituato alla cipria delle ragazze del primo piano. Adesso, grazie a un’intensa sperimentazione, incominciava a distinguere l’odore dei corpi femminili dai prodotti di profumeria. Forse un giorno sarebbe giunto all’Essenza Prima della donna (se la immaginava custodita dentro un’ampolla, nascosta in chissà quale parte del corpo). Ma quelle divagazioni erano sempre troppo lunghe, così quando lui stava per affrontare la faccenda del golpe, la Poesia aveva avuto tutto il tempo di tornare alla sua cuccia e di addormentarsi.
Clemente se ne andò di notte. Scivolò via come un marito.
Lei se ne stava nel suo angolo accanto alla ciotola in un’immobilità troppo assoluta per non essere sospetta. Lui non se la sentì di approfondire e si tirò la porta dietro con cautela.

“Années de pélérinage”. Così, molto tempo dopo, Clemente avrebbe definito il periodo successivo a quella notte, ispirandosi alle suite per piano di Liszt.
Gli erano sempre piaciuti i titoli delle opere altrui. Di alcuni se ne innamorava, e faceva come certi ragazzi che riescono a svuotare col temperino le zucche e i marroni d’India lasciandone l’involucro intatto. Eliminata la polpa, s’infilava nell’opera perfettamente vuota e passeggiava nel suo interno godendosi tutti quei metri quadrati abusivi. Si affacciava anche alla finestra e sorrideva ai passanti come un possidente. I più ingenui lo salutavano con deferenza, poi guardavano il grande titolo sovrastante l’opera e si allontanavano dicendo: «Però, si è sistemato mica male!…»
Ma non erano stati veri anni, bensì grumi di tempo, gnocchi informi di mesi e settimane dentro i quali Clemente si impastoiava.
Era diventato un grafomane eccitato e scomposto. Ogni settimana spediva una novella pruriginosa alle “Grandi firme” di Pitigrilli e intanto pubblicava sulla rivista femminile “Dea” dei brevi racconti alla maniera di Lucio D’Ambra che gli pagavano (poco) un tanto a pagina; ma li faceva cadere dall’alto, con la degnazione dell’autore che è costretto da una momentanea difficoltà a scrivere per le donne. Presto la redazione si stufò e lo scaricò volentieri; di raccontini del genere, tutti più o meno uguali, ne ricevevano a pacchi.
Negli intervalli che gli concedeva il suo attivismo distruttivo, si faceva largo il ricordo della notte in cui era sgusciato fuori mentre la Poesia fingeva di dormire.
Che fosse morta di fame era da escludere; la portinaia aveva la chiave dell’appartamento e sentendola guaire avrebbe provveduto in qualche modo. Forse se la sarebbe portata giù nella guardiola.
E se invece l’avesse messa per strada?
Prima di quella notte, Clemente non aveva mai abbando- nato nessuno. Inesperto com’era, si meravigliava che un evento così periferico riuscisse a raggiungere il nucleo del suo pensiero.
Ricorse al bromuro. Funzionava, ma non era un rimedio da letterato (ci rimase male quando scoprì che le mogli lo mettevano di nascosto nella minestra dei mariti violenti).
Fu Baudelaire a fargli scoprire l’oppio.
Una piccola casa editrice gli aveva commissionato la traduzione dei Paradisi artificiali nella collana “Poeti tradotti da poeti”. Clemente non masticava tanto il francese, e dopo la notte dell’abbandono aveva perso la consuetudine con la poesia. Però l’oppio lo aiutava. Dopo qualche tirata, s’instaurava una buona sintonia fra lui e Baudelaire – non lo si poteva dire un sodalizio ma era come se appartenessero allo stesso club.
L’impresa finì presto.
Una mattina, lo aveva chiamato l’editore.
– A che punto sei con la traduzione?
– Ho quasi finito, hai detto che avevi fretta.
– No, guarda, la fretta non c’è più. Ti avevo accennato, vero?, che la casa editrice era in cattive acque.
– No.
– Strano. Forse non volevo allarmarti. Comunque ora lo sai. Si chiude. Inutile entrare nei particolari. È appena uscito l’ufficiale giudiziario.
Clemente andò ad aprire la finestra. Le nuvolette di fumo, nonostante la pinguedine, si spintonavano come se avessero una gran fretta di traslocare. Ritornò al tavolo e diede un’occhiata ai reperti del naufragio appena annunciato. Un libro: Charles Baudelaire, Petits Poèmes en prose – Les Paradis artificiels, édition définitive, Paris, Calmann-Lévy, éditeurs, 1922; una penna stilografica Waterman laminata argento, pennino rientrante oro 14 k; una macchina per scrivere Olivetti M40; un’upupa in ceramica della quale non aveva mai osato liberarsi. Aprì la finestra senza nemmeno guardare giù e la scagliò in cortile.
Come in un romanzo ben costruito, insieme all’aria pulita entravano anche la musica e le parole di una canzone trasmessa da una radio del secondo piano:
“Fiorellin del prato,
messagger d’amore,
bacia la bocca che
non ha mai baciato,
fiorellin del prato
non mi dir di no.”
Si sedette e ripercorse la pagina dei Paradisi sulla quale stava lavorando:


“… La musica interpretata e illuminata dall’oppio […] Tutta la sua vita passata viveva dentro di lui, non come susseguente a uno sforzo di memoria, ma come presente e incorporata nella musica; contemplarla, non dava più dolore; tutta la cruda volgarità delle cose umane era esclusa da quella misteriosa resurrezione, o era confusa e immersa in una nebbia ideale…”
Di oppio, Clemente ne aveva assunta la solita dose mattutina, ma per la prima volta gli sembrò che quei due grani realizzassero in lui il dettato baudelairiano.
Sorprendentemente, scopriva che l’idiozia del Fiorellin del prato era la stessa che aveva governato la sua vita fino a quel giorno.
Sotto i suoi occhi, le parole della canzone si staccavano dalla musica e gli apparivano come testo letterario autonomo, ne vedeva le parole una per una, impaginate nel riquadro della finestra. Leggeva quei poveri versi con una concentrazione che non aveva mai dedicato a nessun’altra opera, ciò che gli consentì di assistere a un evento soprannaturale di cui si sentiva l’unico testimone nella storia del linguaggio umano; le parole, in particolare tre, fiorellin, bocca e prato, si torcevano in preda a un violento conflitto interno; i Significanti si stavano ribellando alla tirannia dei rispettivi Significati, e se li strappavano via, dolorosamente, col morso del pescatore che azzanna la testa del polpo.
La mattanza non fu breve e, come tutte le separazioni feroci, non priva di ripensamenti; a volte, un Significante, mentre stava per recidere l’ultima fibra che ancora lo teneva unito al resto del suo corpo, si arrestava sgomento, chiedendosi: «E dopo, che ne sarà di me?» – della quale momentanea esitazione il Significato subito approfittava per implorare il suo boia; gli ricordava la profondità del loro legame, la dipendenza vitale dell’uno dall’altro e cose del genere – ma quando la macchina delle mutilazioni gira a pieno regime, le suppliche delle vittime stimolano i carnefici a colpire più forte e con più gusto.
Chiunque avesse assistito a questo Grand Guignol dell’impossibile sarebbe corso sotto la doccia per togliersi dagli occhi quelle immagini, invece Clemente seguiva la messa in scena creata da lui e dall’oppio con la palpitazione del regista alla prima di una sua opera e, come accade a tutti i registi, gli pareva che ogni istante dello spettacolo fosse il distillato di una verità unica e ineffabile.
Era quella la “misteriosa resurrezione” di cui parlava Baudelaire? Una nuova vita svuotata del senso del presente, amputata del ricordo e liberata dall’ansia delle aspettative?
La canzone non rimase a lungo nella stanza, fece un paio di giri e si confuse con una nebbia che si era magicamente addensata offrendole un sipario dietro cui scomparire.
La nebbia invece non se ne andò, continuò ad accompagnare Clemente anche nei giorni successivi, per strada, al caffè, a teatro.

E fu attraverso quella stessa nebbia, che vide per la prima volta Kikì.
Passando davanti a un teatro, lo aveva incuriosito una locandina plebea che recitava “Baraonda di donne” e aveva deciso di entrare un attimo per dare un’occhiata al gineceo. Lo spettacolo era giunto ai ringraziamenti. Le maschere avevano già aperto le porte. Alla ribalta, una sola attrice. E tutte le altre promesse dalla locandina? Svanite per lasciare spazio a quella lì?
Colei non aveva proprio nessuna stimmate della primattrice. Si limitava a ruotare il busto con le braccia larghe da statuina di gesso offrendosi a un centinaio di vocianti, plaudenti e ghignanti. Qualcuno azzardava: Nuda…! con una voce da uccello timoroso pronto a ritrattare e a scappar via.
La ragazza raccoglieva quel che veniva, applausi e battutacce, col sorriso compiacente della padrona di casa che riceve i regaletti di compleanno («Grazie del pensiero, metta pur lì sulla cassapanca») – tutta roba destinata alla spazzatura non appena se ne sarà andato l’ultimo rompiscatole.
Clemente commiserava gli spettatori più eccitati, poveri insetti incappati nella ragnatela della subcultura! Scambiavano quell’immagine femminile ridipinta alla meglio per un vas damnationis pieno di chissà quali promesse. Ci voleva tanto a capire che la pupazza era del tutto estranea al teatro non meno che al piacere e al peccato?
La sera dopo tornò a vedere “Baraonda di donne” dall’inizio.
E anche la sera seguente.
Alla quindicesima replica era diventato uno specialista di Kikì; oltre agli spettacoli, aveva condiviso con lei tutti i dopoteatro e qualche volta anche il letto.
Non era stato difficile, gliel’aveva presentata Santo Giovannone, un manutengolo che faceva anche da portaborse al gerarca Terruzzi, di cui Kikì era amante accreditata. Fra i tanti articoli nel paniere di Giovannone, c’era l’oppio, che distribuiva anche a credito insieme a ogni genere di merci, biciclette, donne, carte annonarie, revolver, tutte occasioni imperdibili.
Il gerarca Terruzzi compariva poco, aveva ingaggiato altre donne più in carine e più nuove, così Kikì e Clemente si ritrovavano spesso da soli, in una stanza anonima (di amici, diceva lei) a dividersi la loro piccola scorta di grani.
Sedevano uno accanto all’altro, come in treno. Kikì teneva lo sguardo fisso sul muro, così che Clemente poteva studiarne il profilo – era quello di un manufatto ben disegnato e accura- tamente realizzato, che ora sedeva in quella stanza insieme a lui chissà perché. Dopo qualche boccata di oppio, sembrava a Clemente che dentro quell’involucro femminile si accendesse un chiarore; erano illuminazioni brevi, come se qualcuno fosse entrato per cercare qualcosa e ne fosse uscito poco dopo spegnendo la luce.
Allora le toccava un braccio. Kikì sussultava:
– Cosa fai? (continuando a guardare il muro).
– Sono qui.
– Lo so. E con questo?
A volte le domandava:
– Ma anch’io, per te, sono solo un’immagine?
– Non capisco – sorrideva appena Kikì. E si spegneva, oppure pulsava un po’ più forte come se ridesse, dipendeva dai giorni.

Kikì Fekete, danzatrice e attrice, immigrata in Italia da bambina. Ungherese, ma con sangue mongolo per parte di madre. Quando non tira l’oppio, la ragazza ha una molto concreta visione delle cose. Ormai è scivolata agli ultimi posti tra le favorite del Terruzzi, l’ha capito. Non durerà molto, bisogna pensare al dopo.
Ignara di letterati e di generi letterari, Kikì matura un progetto intorno a quel Clemente: invece di lamentarsi sempre sulla sua Poesia perduta, il ciondolone potrebbe rendersi utile scrivendo una commedia di successo. Imperniata su di lei, com’è logico. I soldi per produrla si troveranno. Ci penserà il gerarca Terruzzi, sarà una specie di liquidazione.
Forti resistenze del poeta Calcaterra: «… Ti dico che non è possibile! La scrittura teatrale richiede un’estroversione… un’impudicizia, ecco, che non mi appartiene… Una commedia! Col successo incorporato! Non saprei nemmeno da dove incominciare… Per me sarebbe più facile… non so… un oratorio… »
Kikì gli risponde con una parola sola, volgare, e si spegne.
Clemente non sopporta il buio, specialmente un buio di quel genere. La chiama e si aggira perduto per le stanze. Un vecchio che gesticola nel nulla durante un black out. Dalla tenebra, la voce di Kikì lo raggiunge come un comunicato radio: «Non cercarmi più!»
Meno di un mese è il tempo che Clemente impiega per ideare e scrivere qualcosa di simile a una pochade sensuale in due atti.

Ventisette giorni privi dell’immagine di Kikì.
Il ventottesimo giorno Clemente le manda un telegramma di due parole che vorrebbero essere trionfali: “Commedia terminata.” (con punto esclamativo).
Anche il telegramma di Kikì è di due parole: “Fa ridere?”

Caduta della commedia del Calcaterra.
S’intitola “Tutti pronti tranne il diavolo”.
Il tracollo si annuncia subito dopo la prima battuta.
Ad apertura di sipario, un Maggiordomo si aggira per la scena mentre spolvera le argenterie: «Da quando il signor padrone si è sposato non c’è un attimo di tregua in questa casa.» Qui, se la commedia non fosse di quelle nate male, si dovrebbe sentire un campanello; il Maggiordomo andrebbe ad aprire borbottando: «Ecco, suonano alla porta….» Entrerebbe Kikì piuttosto svestita. Il Maggiordomo strabuzzerebbe gli occhi, così come la platea, e il serpentone della commedia potrebbe incominciare sua danza rituale.
Ma il campanello tace.
Dov’è finito l’attrezzista addetto? È ubriaco? È svenuto? Silenzio.
Il Maggiordomo, sgomento, deve improvvisare.
Rievoca le sue immaginarie esperienze di maggiordomo presso un immaginario campionario di padroni; capitani d’industria decaduti, pervertiti dediti alla cocaina, banditi internazionali, principi indiani.
Il campanello continua a tacere.
Il maggiordomo prende tempo spolverando e si spreme nella ricerca di spunti narrativi. Non gli vengono, anche a scuola non c’era un briciolo di fantasia nei suoi temi. Prova a inventarsi gli antefatti della commedia, ma li confonde con gli sviluppi, poco manca che sveli anche il finale; lancia delle occhiate in quinta, dove tutti stanno cercando un campanello.
Kikì è brutta di rabbia. Freme per entrare. Dietro di lei, l’Ammiraglio, la Fioraia, la Ragazza di vita e l’Avvocato si sbracciano e lanciano imprecazioni contro il Maggiordomo: continui a parlare, perdio!, prenda tempo, inventi qualcosa…
In platea qualcuno fa «Gnao!…», e un altro, subito: «Acchiappa il gatto, almeno succede qualcosa.»
Risate del pubblico.
Fra le quinte, La Ragazza di vita, che ha studiato musica, lancia un “drin” esagerato, da conservatorio.
Nuova ilarità in platea. Ma almeno il Maggiordomo può liberarsi della sua battuta con un grido «Ecco, suonano alla porta!”.
Corre ad aprire.
Le risate proseguono anche sull’entrata di Kikì seminuda con i seni racchiusi in due coppe d’argento. Fino alla sera prima, durante la prova generale, era perfetta nella parte di giovane vipera che sconvolgerà una famiglia felice; adesso per tutti (anche per Clemente) è solo una ragazza inutilmente lunga e solo in parte vestita. Kikì sente ribollire il suo sangue mongolo. Non sopporta lo sghignazzo. Più che sedurre vorrebbe aggredire quegli stronzi che si danno di gomito – dice proprio la parola, la sente anche Clemente in sala.
Questo stato d’animo non giova alla recitazione.
A metà del secondo atto, l’autore Calcaterra non regge, esce nel foyer e di lì segue l’inabissarsi della commedia ascoltando le reazioni della platea.
Se ne va poco prima del finale – per i ringraziamenti non vuole proprio esserci.

Tutti i naufragi teatrali avvengono di notte, ed è sempre una notte anomala; nessuna alba ha la sensibilità di venire a fare un po’ di luce, così le vittime e i relitti rimangono a galleggiare in un buio e in un tempo indefiniti.
Fu Kikì a farsi viva con un telegramma, dopo due settimane. Dovevano vedersi immediatamente.
Clemente avrebbe rinviato volentieri.
Si chiedeva: vorrei non incontrarla mai più?
No, mai più era troppo. Magari dopo una decina d’anni. Incontrarsi per caso, l’uno e l’altra in compagnia di amici sconosciuti gli uni agli altri. Diciamo d’estate, ecco, all’uscita di un cinema oppure davanti a una gelateria, una di quelle sere in cui si gira a vuoto per la città.
Sì, molto meglio incontrarsi per caso. Imbattersi, ecco. – Sei tu!
– Sei tu!
In dieci anni il tempo avrebbe fatto il suo lavoro, e quel macigno che oggi sembrava indistruttibile sarebbe ricomparso in forma di piccole scaglie, raccontini da spendere in compagnia – da morti, tutti gli spettacoli si decompongono e rinascono come aneddoti.

– … Così voi due avete lavorato insieme.
– Beh sì, una volta…
– Non ce l’avevi mai detta questa cosa del teatro.
– È capitato. Tanto tempo fa.
– Ma quando…?
– Chi se ne ricorda più?
E tutti e due, lui e Kikì, avrebbero sorriso di quella creatura malriuscita che avevano fatto insieme – lui più vile, comunque, perché era fuggito prima che nascesse interamente.
Quando se la vede irrompere mezz’ora dopo il telegramma, Clemente capisce che il teatro non c’entra. È la vita. È un commiato: Kikì sta partendo per Berlino. Ad ore. Con uno che ha conosciuto dopo l’ultima replica. Un Fossati, industria pesante. Carri armati e simili, per capirsi. Ha una ventina d’anni più di lei. Distinto, forse un po’ troppo massiccio ma non importa, diciamo solido da tutti i punti di vista. Fortunatamente il Fossati ha perso la testa. Lei non può giurare che sia l’uomo della sua vita ma non è questo il momento di usare il bilancino.
(Clemente annuisce e aspetta il seguito). Comunque Berlino non è per sempre, lei tornerà. Diciamo fra un mese, forse due. E prima che lei parta lui deve sapere.(Proprio lui Clemente, come indica il dito).
Sapere cosa?
Insomma, non ha gli occhi?
Clemente guarda meglio: Kikì è ancora quel corpo e basta che ha lasciato due settimane prima sul palcoscenico. Sbagliato. Adesso lei è incinta.
Perché crede che si sia precipitata da lui come una pazza? Per la fregola di vederlo? Quale ragione può spingere una quasi madre a cercare un uomo che ha cancellato dalla sua vita, in quanto del tutto periferico, se non in nome di una necessità che prescinde dai sentimenti: quella di annunciare l’esistenza futura, anzi imminente, di una creatura al suo padre naturale? (Detto tutto d’un fiato nonostante le contorsioni della sintassi).
Kikì si appoggia al bracciolo di una poltrona; patisce la retorica e quando ne abusa sente il contraccolpo, come un calo degli zuccheri.
Clemente tenta una sintesi. Insomma, lei aspetta un figlio. Sì, da lui. E perché non dal Fossati o dal gerarca Terruzzi, o magari da Santo Giovannone?
Perché le donne sanno, santo cielo! Non è facile da spiegare, ma sanno. Solo un imbecille può credere che durante l’accoppiamento vadano in deliquio totale. Sanno sempre. Nel momento esatto della fecondazione scatta un segnale – tutto interiore, s’intende, non è che si mette a suonare una sirena all’improvviso.
Ma sono cose che lui non può capire, quindi è meglio non perdere tempo.

Anche perché il tempo ha ripreso a correre e Kikì si è riavuta.
Ora deve andare. L’automobile del Fossati passerà a prenderla entro un’ora e i bagagli sono ancora da chiudere.
Lei non è mai stata a Berlino, come se la caverà con la lingua? Ha sempre pensato che essere nata in Ungheria è stato del tutto inutile. Quando lo diceva a sua madre, erano sberle. Scenderanno all’Hotel Oderberger che ha una grande piscina interna, è famoso, l’ha mai sentito nominare? Clemente pensa che il bambino è già stato spedito fra le quinte e prova a riportarlo in scena. «E di… lui cosa ne facciamo?». Che domanda sciocca. Kikì ha già scritto tutto il copione. A Berlino col Fossati faranno l’amore in modo forsennato – hanno già incominciato da quindici giorni, quindi l’arrivo del figlio sarà una conseguenza più che logica. Poi non si sa. Se va bene, finirà con un matrimonio, visto che il rampollo è libero. Il bimbo entrerà nella dinastia fossatiana. Niente male per uno che rischiava di debuttare nella vita come un semplice figlio di puttana.
Adesso è veramente tardi. Kikì si aggiusta il cappello. Ha già qualcosa di berlinese. Sembra anche un po’ più ricca. Sulla porta, Clemente sente che glielo deve chiedere: «Una cosa non capisco: visto che hai già deciso tutto, perché rivelarmi che il padre sono io?.» Kikì deve alzare leggermente la testa per guardarlo (il cappello le copre metà del volto com’è logico in un incontro clandestino); sulla falda compare un uccello bianco che lui non aveva notato. Sembra che stia covando. «Per essere un poeta, non hai mica tanta intuizione. Volevo che almeno tu custodissi questa verità, ecco.»
Clemente rimane in piedi nel corridoietto a guardare la porta che si chiude.
Ripensa alle ultime parole di Kikì; la voce era quella di sempre, ma il discorso che parlava in lei veniva molto dall’alto, non proprio dai cieli ma quasi. I poeti, l’intuizione, la verità come fondamento della moralità. Figuriamoci. Tutta roba che non c’entrava niente con lei. C’era del Benedetto Croce là sotto – in quegli anni ne circolava molto, ma Kikì non leggeva neanche “Vita femminile”; forse, così lunga e sottile, aveva captato, come un’antenna inconsapevole, un pensiero del venerando filosofo che metteva Clemente Calcaterra di fronte a ciò che era diventato: un traditore svenduto al teatro, il più infimo, e per di più senza averci guadagnato una lira.
Seguirono notti difficili. In un dormiveglia, parve a Clemente di sentire un raspare stanco sul portone, come di anziano che vuole uscire dal feretro. Ne fu infastidito perché si trovava dentro un sogno molto bello in cui si stava esibendo da solo su un grande palcoscenico davanti a una platea rapita. Gli attori giacevano sparsi per la scena, sventrati – aveva scritto un finale in cui tutti si uccidevano l’uno con l’altro – e ora il pubblico applaudiva lui come superstite e padre unico dello spettacolo. Poi, il velo del sogno veniva squarciato da un latrare che saliva su per le scale, e un attimo dopo entrava in scena un vecchio cane sbilenco. Sulla sua groppa, un fanciullo vestito da diacono impugnava un pastorale con la punta acuminata. La platea era impietrita e lui cercava di rianimarla gridando: «Non dategli retta, signore e signori, è un impostore… non basta l’innocenza per fare il diacono… troppo comodo… bisogna anche venire da una famiglia integerrima! Lo sapete chi è sua madre…? Un’attrice, un’avventuriera….»
Giunto al centro della scena, il cane si fermava e il fanciullo alzava solennemente il pastorale con due mani come per colpire. Però Clemente non aveva paura, era più che altro scandalizzato e sfidava l’assassino in miniatura: «Tu, piccolo figlio di puttana, saresti capace di fare una cosa simile a tuo padre?»
Qui una mano lo afferrava e lo trascinava per terra, mentre un attore in costume da maggiordomo mormorava: «Non fare il cretino! In certi casi è meglio fingere di essere morti», e intanto incominciava a tagliarlo con un coltellino da pompelmo: «Tranquillo, con questo non si sente niente, l’importante è usare gli strumenti giusti.» Era vero. I dentini della lama gli causavano solo un pizzicorino che lo faceva ridere, però non gli sembrava dignitoso morire ghignando come uno stupido, ma i cadaveri degli attori sanguinolenti rialzavano un poco il busto e lo tranquillizzavano, gli facevano segno che non si preoccupasse, che si mettesse giù a fare il morto, che andava bene così, e alla fine lui si adeguava e si stendeva come gli altri, mentre il pubblico, in piedi, applaudiva il fanciullo diacono che al centro della scena rimaneva in posa a cavallo del cane come una statua equestre.
La mattina seguente, Calcaterra si era svegliato molto più presto del solito e di malumore, così aveva deciso di andare a bere un cicchetto al caffè. Nell’androne, il portinaio, con la scopa e un secchio d’acqua, contemplava schifato una grossa deiezione canina sul marciapiede davanti al portone. «Incomincia proprio bene la giornata! L’ha sentito, stanotte, quel bastardo? È andato avanti per quasi un’ora, e siccome nessuno gli ha aperto ci ha lasciato il suo regalino. Se trovavo la forza di scendere dal letto, giuro che venivo giù e l’ammazzavo.»
Clemente disse di non aver sentito nulla e salutò in fretta.
Kikì ritorna da Berlino. Il bambino nascerà di lì a poco. Il Fossati si è dileguato (il matrimonio era una fantasia di lei, incapace non solo come attrice ma anche come donna di mondo).
Clemente provvede al nascituro come può.
La madre, giovane ed elastica, si rimette in pista subito e riparte. Per dove?
Prima di andarsene per sempre, Kikì si arresta nel corridoietto:

KIKÌ: – Ci siamo dimenticati di dargli un nome.
CLEMENTE: – Vista la situazione, mi sembra il meno. Un nome vale l’altro.
KIKÌ: – Non so dove finirò, ma in qualunque parte del mondo mi trovi, vorrei pensare a lui come a Genesio.
CLEMENTE: – Sì, un nome vale l’altro, ma questo è orribile.
KIKÌ: – Genesio, come il santo patrono degli attori. Ti prego. Quelli sono stati i giorni più belli della mia vita, e sai perché?…
Clemente non l’ascolta, desidera solo che se ne vada al più presto portandosi via la vergogna di quella commediaccia che lei gli aveva imposto di scrivere. Ma era poi esistita? L’inconsistenza di quel copione lo aveva fatto scivolare fra le cose solamente pensate; ormai lo vedeva lontanissimo, dunque microscopico, come un ragnetto velenoso e ridicolo; eppure, durante quei due mesi che gli apparivano come un lungo svenimento, il ragnetto aveva creato una rete molto solida in cui erano rimasti impigliati lui e Kikì – per non parlare del bambino.
Clemente l’avrebbe poi chiamato Genesio, per quel senso dell’onore, figlio della paura, che ci costringe a rispettare anche controvoglia le disposizioni degli scomparsi.
Una domenica mattina, molto tempo dopo.
La chiesetta è addobbata solennemente, per quanto può. Il Vescovo ha appena ordinato i nuovi diaconi, dieci giovani che indossano una cotta bianca attraversata in diagonale da una stola verde, tutti ritti e freschi come steli di un prato in primavera; gli amici festanti li sospingono sul sagrato dove sostano i parenti periferici. Sono previsti pranzi nelle trattorie dei dintorni.
Clemente Calcaterra è l’undicesimo diacono. Molto più curvo e più anziano del vescovo, se ne sta in disparte con l’unico familiare di cui dispone, suo figlio Genesio. Non hanno molto da dirsi, pranzeranno a casa come al solito.
Gli steli giovani, non ancora entrati nel loro ruolo di diaconi, fanno caciara e ripartono ammucchiati dentro automobili di seconda mano.
Sul piazzale vuoto compare un cane.
Si dirige verso il neo-diacono Clemente con passo strascicato. Non è mai stato un bel cane e basta guardargli il pelo per capire che la vita non l’ha migliorato. Genesio fa un passo indietro. «Non devi averne paura, è il mio cane», gli dice il padre mentre allunga la mano per carezzare l’animale con una certa repulsione.

Qui finisce la storia del poeta diacono.

(Continua)

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2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
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9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
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12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/AutoreradiospazioteatroScritto ilCategorieSenza categoriaModifica”Le scimmie di mare, 13ª puntata”
13ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23477

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