Le scimmie di mare, 13ª puntata

fra quattro mura stupefatte di spazio
Clemente Rebora, Dall’immagine tesa

La casa di Genesio gli era piuttosto estranea, lo avevo notato subito dalla cautela con cui aveva aperto la porta e si era fermato nell’entrata guardandosi attorno.
L’edificio, semicubico, sembrava scavato in un unico blocco di granito di pura razza italica.
Nell’ingresso, di fronte alla porta, un importante busto in bronzo di Pascal accoglieva gli ospiti con la scritta “Voilà l’état où les hommes sont aujourd’hui” incisa su un basamento di travertino.
In una nicchia poco illuminata alloggiava un personaggio in ceramica policroma alto circa un metro e settanta. Indossava una cotta bianca attraversata in diagonale da una stola verde. Era stempiato e con un paio di baffi leggermente separati come quelli di Salvatore Quasimodo. Le pupille scrostate fissavano invano il pavimento di piastrelle sbrecciate. Accanto a lui, un grosso cane da pagliaio di modesta fattura, come se lo scultore lo avesse aggiunto in un secondo tempo tirandolo giù alla buona.
Una targa recitava: “Clemente Calcaterra, poeta e diacono”.
Disagio di Genesio quando mi avvicino troppo alla statua.
I baffi del poeta diacono hanno un punto di grigio che riconosco subito, è il grigio scolastico dei manuali di Letteratura italiana con le copertine marmorizzate come lapidi. Li conoscevo bene. Per tre anni, noi liceali ci eravamo calati in quelle pagine gelide dove, intorno alle urne dei Grandi, erano allineate le lunghe file dei Minori. «Bisogna impararli a memoria proprio tutti?» «Ciascuno decida secondo coscienza», ricattavano i professori. I più ruffiani riuscivano a memorizzarne anche una quindicina, ma quattro o cinque bastavano per la sufficienza.
Era là sotto, fra quei soldatini quasi anonimi della letteratura, che molti decenni prima avevo letto il nome di Clemente Calcaterra corredato dalle tre righe canoniche con cui i compilatori di manuali liquidano gli autori facoltativi: “La ricerca dell’assoluto che già informava i suoi primi versi…”; “Colloquio con Dio, balenante di reminiscenze terrene…” GENESIO – Andiamo, non è che c’è tanto da vedere.

IL NARRATORE – Un tuo parente?
GENESIO – Certo, altrimenti credi che me lo terrei in casa? Pausa.
GENESIO – È una delle sculture più brutte di Ruperto
Banterle, artista funerario e amico di famiglia. Sosteneva che il soggetto lo ispirava. Mio padre faceva lo schivo, si trincerava dietro i suoi non sum dignus, ma poi fu ben contento di posare. Trombone e ipocrita.
IL NARRATORE – Così tu sei figlio di Clemente Calcaterra, il poeta.
GENESIO – Già…
Pausa.
GENESIO – Perché mi guardi così? Non stiamo mica parlando di T.S. Eliot.
IL NARRATORE – Non sapevo che fosse diacono.
GENESIO – Lo diventò negli ultimi anni. Fu il suo svolazzo finale. Solo a un diacono con una storia scellerata alle spalle può venire in mente di chiamare suo figlio Genesio. Quando siamo al sicuro nel suo studio, il critico si rianima. Anche troppo. Un’improvvisa eccitazione motoria s’impadronisce di lui. Corre da un tavolo all’altro (ce ne sono tre nella grande sala) e controlla che tutte le risme di carta, gli appunti e le cartelle siano al loro posto, così come le penne a sfera, le matite, gli evidenziatori, le spillatrici e le vaschette di vetro contenenti fermagli di varie misure.
– Sono subito da te…
Si arrampica su per le scalette della libreria. Sceglie alcuni faldoni e li lancia nel vuoto – deve averli addestrati bene, perché anziché andare a sfasciarsi sul pavimento si impilano docili uno sull’altro così come i vecchi leoni del circo, dopo il numero, imboccano spontaneamente il tunnel che li riporta a casa.
Ci sa fare Genesio coi faldoni. Ha un modo di fare piuttosto maschio con le pagine; le strapazza, le lusinga col dito umettato, passa oltre, ritorna (e quelle subito si illudono), si sofferma su una e la ripudia; tutte tremano di desiderio; ogni pagina vorrebbe essere almeno sfiorata da lui. Ma una sola sarà la vincitrice. Infine Genesio la estrae, ancora scombussolata, e fa il burbero galante: «Dove ti eri cacciata?”.
«Speravo tanto che mi avresti trovata», squittisce la pagina con la sua piccola voce.
Me la mette sotto il naso, stampata in helvetica ministeriale corpo otto. Un muro di caratteri grigi sormontato una bandiera azzurra con dodici stelle e la scritta EUROPA INNOVAZIONE.
Fingo di dedicarmi alla lettura ma non sono credibile, muovo la testa meccanicamente da sinistra a destra come una fotocopiatrice vecchia. Genesio si accorge della farsa, mi strappa il foglio di mano, è il bando di concorso per una rassegna teatrale. Bando europeo, come persino io posso capire dall’intestazione. E lo ha vinto lui. Da solo. Due anni di lavoro. “Il sentiero eterno della tragedia”. Mi piace il titolo? Non ha importanza. Un budget di cinquantamila euro, forse rivedibili a settanta, ottantamila. Naturalmente ci sono ancora molti nodi da sciogliere. Mi interessa sapere quali? Faccio segno di no, ma nemmeno questo ha importanza, Genesio passa a enumerarli.
Visualizzare la Missione.
Ridisegnare la Visione.
Favorire la Concertazione.
Dettagliare la produzione.
Dichiarare gli obiettivi della formazione. Disegnare una strategia di promozione.

Perché mi trovo qui?

Non conosco le tavole di mortalità, ma Genesio è ben conservato, potrebbe vivere ancora una quindicina d’anni, vincere altrettanti bandi teatrali e infilare in ciascuno una sua tragedia. Mentre parla, continuo a pensare a quel suo padre di ceramica scrostata, il poeta Clemente che, dopo una vita dissoluta (secondo il figlio), si è ritagliato un loculo nella sonnolenta galleria dei letterati minori. Forse è per questo che Genesio produce tante tragedie, per diventare a sua volta un minore, sia pure drammaturgo. Vuole fargli una sorpresa, al Clemente padre. Turbare il suo sonno eterno arrivando di notte senza preavviso.
Il cigolio del carrello funebre avrebbe svegliato i resti dormienti del poeta:
– Che c’è ?
– Niente di speciale, sor Clemente, c’è uno nuovo da sistemare… Tranquillo…
– Tranquillo un cazzo!… Tutto ‘sto casino alle tre di notte…
– Non dipende da noi. I minori dobbiamo lavorarli fuori orario, lo sa.
– E chi è questo nuovo?
Qui Genesio sarebbe sbucato fuori dal sudario con una brutta faccia tirata.
– Colpo di scena! Sono tuo figlio! Non te lo aspettavi, eh? Ti credevi di avere il monopolio solo te!?
Non sarebbe stata una coabitazione facile, perché fra minore e minore c’è la sua differenza. In un ménage quotidiano, il minore poeta non manca mai di sottolineare l’abisso che lo separa dal minore drammaturgo, gli rivolge la parola solo per mandarlo a comprare le sigarette e a far la spesa. Ogni occasione è buona per pisciargli in testa. Anche se è suo figlio. Soprattutto se è suo figlio. Una convivenza da mangiarsi il fegato e capace di durare chissà quanto, perché certi manuali di letteratura vengono adottati nelle scuole per generazioni e generazioni, ed è proprio ciò che Genesio desidera: prolungare lo strazio di quel confronto col padre oltre la morte, nello stesso dipartimento minoritario. Una piccola eternità a due.

GENESIO – (impugnando il foglio) Mi stai seguendo?
IL NARRATORE – Più o meno. Con i bandi e i ministeri mi perdo…
Genesio – Tipico atteggiamento snobistico. I ministeri non sono più gli ossari di una volta, hanno sviluppato una certa sensibilità, direi un’umanità nuova. Sai chi mi ha chiamato per comunicarmi che avevo vinto? Il dottor Cannizzaro. Personalmente. Lo conosci Cannizzaro, vero?… quello che prima lavorava nello staff di Laquaniti…
Genesio recita l’organigramma del Ministero dello Spettacolo. Dal Capo di Gabinetto in giù tutti sono entusiasti del suo progetto che persegue la più nobile delle finalità: avvicinare i giovani all’arte scenica.

GENESIO – Noi dobbiamo avvolgere fra le spire del teatro questi embrioni di uomini e di donne. Embrioni, ma ingombranti. A sedici anni possono arrivare anche a un metro e novanta, e le femmine pochi centimetri meno. Instabili come sono, questi giovani pennelloni oscillano da un crocchio all’altro, debordano nella sede stradale. Li hai visti anche tu, vero?, in quel loro continuo strusciarsi senza sapere perché. Chissà se qualche volta si accoppiano. Io credo di no, al massimo faranno qualche sfregamento – deve essere così, poiché non hanno mai ricevuto il dono del Mistero. Tu sai di cosa parlo.
IL NARRATORE – …
GENESIO – Il Mistero che si nasconde nell’utero oscuro del teatro, nei contrasti buio/luce, negli angoli morti delle scenografie e nei risvolti dei dialoghi. Certo non sarà un’impresa facile, se gli parli di risvolti quelli pensano subito ai jeans.
Chissà perché Genesio era attirato dai giovani. Li cercava, li abbordava in metropolitana, all’uscita dei cinema, nei locali, subdolamente informandosi, socraticamente interrogando. Non gli importava di apparire un adescatore scimunito; dopo molti insulti e ripulse era ricorso alle vie traverse come quei vecchi corteggiatori coi capelli tinti che, rifiutati dalla ragazza, provano a sedurne la madre; aveva quindi deciso di perseguitare le sue vittime là dove non potevano avere scampo, nelle scuole.
Trovava sempre una qualche professoressa di lettere precipitata agli ultimi gradini della considerazione sociale. Non le sembrava vero di aprire la sua aula a un critico che scriveva sui giornali nazionali e che aveva conosciuto tutti quegli attori morti nobilitati dalla Storia (quindi compatibili coi programmi ministeriali); il pensiero che Genesio avesse trattato familiarmente con loro, che ci fosse addirittura andato a cena condividendo vino, sigarette e chissà cos’altro, risvegliava nelle professoresse delle pulsioni lontane che la noia aveva ricoperto con un sonno leggero – infatti eccole pronte a saltare dal letto più malandrine di prima.
– Le faccio una confessione: sa che da giovane avevo deciso di fare l’attrice? E adesso mi prenda pure in giro, se vuole…
– Perché dovrei?… È più che logico per una ragazza…
– Non voglio vantarmi, ma dicevano che ero bravina. Qualcuno del mestiere mi aveva notato e mi incoraggiava a continuare… Ad esempio, il regista Ridolfi insistette, andò a parlare coi miei. L’ha conosciuto Ridolfi?
– No, non credo.
–… E poi, invece, la vita…
– Già, la vita.
– (con un sospiro) Dobbiamo andare, i ragazzi saranno in aula.
Davanti alla platea dei liceali, Genesio apriva il suo magazzino degli aneddoti. Le primedonne si limitava a ricordarle con una certa compunta deferenza: la signora Ferrati, la signora Proclemer, la signora Zareschi… Con i grandi attori diventava più cameratesco, li evocava per nome: Vittorio, Carmelo, Gianni (e tutti, compresa la professoressa, si chiedevano: Gianni chi?).
Ma gli aneddoti erano solo un antipasto veloce prima del piatto forte che gli stava a cuore: tutte le forme possibili e pensabili di spettacolo, dal cinema, al varietà, alla performance, al circo, allo strip-tease, alle giocolerie da strada derivano dal Frutto teatrale originario, se lo cacciassero bene in quelle teste ancora tanto provvisorie.
GENESIO – Voi dovete immaginare un enorme baccello formato da due organi semisferici…
(Va alla lavagna)
Per semplificare, possiamo pensarli come due grandi mammelle che chiameremo A e B…
(I liceali maschi guardano Stefania D. )
Indichiamo con A la mammella della Tragedia, con B quella del Mito.
Ogni forma di rappresentazione passata, presente e anche futura nasce da questo frutto; i suoi capezzoli nutrono da secoli drammaturghi, registi teatrali e televisivi, attori, mimi…
Tutto nasce di qui.
Sento che state per chiedermi: «Possibile? Anche i quiz a premi discenderebbero dal Frutto teatrale originario?» Certamente sì. Sfrondate tutto il baraccone che hanno intorno… le ragazze, i lustrini, le scenografie, i gettoni d’oro… Cosa rimane?
I LICEALI – …?
GENESIO – Il mito della Sfinge! Edipo… Il quiz televisivo è un caso molto interessante in cui la mammella del mito e quella della tragedia s’incrociano…
Genesio approfondisce.
Inutilmente.
I liceali galleggiano, ciascuno per suo conto. Al suono della campanella, la docente applaude. Non ha perduto una sillaba – È stato un incontro molto… intenso, non solo per i ragazzi, mi creda.
Ma a Genesio non gliene importa niente delle professoresse, lui mira alle anime tenere dei liceali; non vede l’ora di affondarci le mani per modellarle e trasformarle in un pubblico, settimana dopo settimana, tragedia dopo tragedia.
Il suo pubblico.


Una delle maggiori fortune che possino avere gli uomini è avere occasione di potere mostrare che a quelle cose che loro fanno per interesse proprio, siano stati mossi per causa di pubblico bene.
Francesco Guicciardini, Ricordi, 142

Vinto il bando ministeriale, Genesio si era improvvisamente accorto di essere solo. Succede ai conquistatori che si fanno prendere dall’euforia. Espugnano villaggi, province e nazioni, poi quando ripigliano fiato si guardano intorno e accanto a loro non c’è nessuno – non dico un ceto politico, ma nemmeno un portaborse né uno straccio di usciere che gli dia il buongiorno, la mattina, quando vanno a sedere sul trono.
Era diventato molto urgente, a quel punto, reclutare delle braccia che sotto la guida di Genesio dissodassero e irrigassero i campi della tragedia.
– Un lavoraccio! Gli autori, lo sai, fanno un sacco di storie, ma ho già qualche adesione importante.
Dispiegò un foglio A3 con un groviglio di note, di titoli e di nomi.
C’era un’Elettra (che Emma Dante avrebbe riscritto come una guerra tra bande mafiose); un Filottete (affidato a Fausto Paravidino, ma solo la drammaturgia, perché come interprete non aveva il fisico); un Eracle (raccontato da Marco Paolini accompagnato da una band).
Dopo varie peregrinazioni, il dito di Genesio si fermò. – Vedi?, ci sei anche tu…
Sgomentai. Perché mi aveva inserito fra gli eletti? Da quando ci conoscevamo (circa trent’anni) l’avevo incontrato una dozzina di volte, non di più, ed erano stati solo brevi scambi occasionali.
Genesio mi guardava come lo zio d’America che allunga un tesoretto al nipote perché metta la testa a posto.
– Visto che siamo soli, possiamo dirci le cose, vero? La tua scrittura, con quei suoi dialoghi sospesi… i personaggi che parlano e parlano… beh, non hanno molto a che fare con la tragedia… Tu sei un po’ come Jules Renard (fatte le debite proporzioni) che diceva del suo teatro: “È una conversazione sotto un lampadario.” Per questo avevo pensato di affidarti la riscrittura del Ciclope, che è una tragedia per modo di dire… Però, te lo chiedo come favore personale… niente lampadari e vacci piano con le chiacchiere… Capisci anche tu… un Ciclope che sproloquia sprofondato in poltrona non regge… Giurami che cercherai di asciugare, sfrondare… Anzi, meglio ancora: spellare.
Genesio era molto informato sui miei spettacoli. Li conosceva tutti, a incominciare da un lontanissimo “L’altro mondo”, tratto da Cyrano De Bergerac fino a un più recente “Céline nel métro”. Non ne aveva visto nemmeno uno ma li conosceva grazie a quella sensibilità misteriosa che i critici teatrali hanno in comune con i rabdomanti. Per quanto del tutto disinteressato al mio lavoro, mi aveva tenuto d’occhio seguendomi, come tutti i detective, a una professionale distanza di sicurezza. Nemmeno lui sapeva la ragione di quel pedinamento tenace nel tempo; forse lo aveva guidato il suo istinto di critico con vocazione ministeriale, e soprattutto la convinzione che anche la più selvatica isoletta dell’arcipelago teatrale poteva diventare utile, un giorno, per seminarvi un campicello di lenticchie.
L’isoletta ero io.
Nonostante la mia fragilità drammaturgica, quella sera ero diventato terreno coltivabile.
Genesio tace. Sta ripensando al suo concetto di teatro spellato. Lo contempla. Certe sue intuizioni lo travolgono come doni inaspettati. Vedo che sta elaborando. Forse ci costruirà sopra una teoria. Anzi, è già pronta. Me la espone.
Bisogna spellare il copione delle parole. Sfilare via tutta la cotica verbale perché emerga il corpo sanguinolento del teatro. Per fare un esempio che lo capiscono tutti: i conigli scuoiati appesi nelle macellerie sono molto più espressivi di quelli interi che saltellano sui prati come degli idioti.
Bisogna modellare la scrittura sui corpi degli attori – fra l’altro, quelli della rassegna saranno tutti under 35, quindi belli tonici e vibranti, non come quei vecchi pifferi che faccio recitare nei miei spettacoli… Questi ragazzi sono carichi, infoiati… sempre pronti a sbattersi. Volendo, possono anche scopare in scena senza fare una piega, ma questo è meglio evitarlo, visto che c’è di mezzo il Ministero.

Se a una testa umana un pittore volesse unire un collo di cavallo, e su membra prese alla rinfusa applicare penne di vario colore, in modo che la bella donna di sopra finisca orrendamente in una nera coda di pesce, invitati a vedere riuscireste a non ridere, amici?
Orazio, Arte poetica

È comparso un decanter da whisky di cristallo a losanghe nelle quali il critico si moltiplica in un numero imprecisato di Genesi romboidali.

GENESIO: – … Ho solo Glenfiddich. Preferivi un torbato? IL NARRATORE – Glenfiddich va bene.
GENESIO – (sorseggia) Non sei curioso di sapere quale tragedia ho scelto? IL NARRATORE – …
GENESIO – Le Trachinie. Sarà una riscrittura molto libera, imperniata sul triangolo Eracle, Deianira e il centauro Nesso, che avrà un ruolo decisivo anche se è morto prima dell’azione.
Mi sforzavo di mostrarmi interessato; stavo ancora cercando le parole con cui svincolarmi dalla proposta di Genesio; non avendole trovate, ero contento che si parlasse della sua tragedia e non della mia.
GENESIO – (sorseggia) La scelta non è stata affatto semplice, dal momento che tutta la mia vita è un susseguirsi di tragedie… Sì, lo so, ogni imbecille pensa la stessa cosa della propria, ma la tragedia autentica è merce rara e pochi la sanno riconoscere. Di solito collegano la tragedia alla morte. Che banalità. La morte dei genitori… dei parenti… Per estensione considerano tragico anche il suicidio del vecchio professore che sta al piano di sotto… Ma siamo sempre nella piccola cronaca sentimentale, manca il sigillo tragico universale come può essere l’occhio della Gorgona, la nevrosi del Minotauro, il respiro mefitico della Chimera, la fregola del Centauro, che è una drammaturgia potentissima.
IL NARRATORE: – …
GENESIO: – Parlo per esperienza personale. Io, il Centauro l’ho incontrato.
IL NARRATORE: – Il Centauro.
GENESIO: – Sì. Anche mia moglie. Fu una vera, alta tragedia. Molti anni fa, alla presentazione della Storia d’Italia Einaudi, a Castel Sant’Angelo. Fiaccole barbariche appese ai muri, e sotto noi due, invitati chissà perché, mentre il serpentone della Letteratura italiana contemporanea scivolava lungo i corridoi. Tartine e orchestrine. Uomini in lino bianco. Ragazze Pi Erre in seta lucida come farfalle firmate. Rughe sdegnose. Cipigli ostili senza ragione. Antiche signore einaudiane in azzurro Campi Elisi fronteggiavano gruppi di sciamannate ventenni. E dietro un’urna a forma di Grande Madre, il Centauro, inguainato in una tuta di pelle nera molto attillata che metteva in mostra tutte le sue protuberanze, specialmente quelle posteriori – abnormi, come puoi immaginare.
Per una stupida coincidenza anche mia moglie era in pelle nera – solamente i pantaloni, per fortuna. Era scoppiata una discussione poco prima di uscire; secondo me quei pantaloni erano del tutto fuori luogo, non andavamo mica a un concerto, credeva di essere una popstar? Mi chiedevo come l’avrebbe guardata Giulio Einaudi se ce lo fossimo trovato di fronte. Si era impuntata, era diventata cattiva: i pantaloni di pelle li aveva messi solo per dare un po’ di tono alla coppia, visto che nel mio abitino carta da zucchero sembravo un autista dei pullman. (Eravamo giovani, come dicevo, e non avevo ancora scoperto i piaceri del lino bianco).
Le feci osservare che comunque la fasciavano molto. Rispose che non aveva niente da nascondere.
Insistei: erano tanto stretti che si vedeva tutto.
Rise come si ride a un demente: si vedeva quello che c’era da vedere, mica erano imbottiti. Mi riscaldai, esplicitai: si leggevano le due chiappe distintamente, oltre al solco intergluteo per intero.
Non ricordo più chi dei due, nella concitazione del dialogo, abbia pronunciato per primo la parola culo. Sulla quale ci accanimmo fino a quando non chiamammo un taxi perché era tardi e sarebbe stato impossibile parcheggiare vicino a Castel Sant’Angelo.
(Pausa)
Dov’ero rimasto?
IL NARRATORE: – Al Centauro dietro l’urna.
GENESIO: – Sì. Sono convinto che se non avesse adocchiato
mia moglie se ne sarebbe rimasto là tranquillo . Era un Centauro voyeur – certo, infoiato come tutti quelli della sua specie, ma si accontentava di guardare, me ne accorsi da come sbirciava le invitate che ridevano forte per provocarlo. Fremeva, si capisce, ma senza raggiungere quel punto di eccitazione che innesca i muscoli posteriori dei Centauri costringendoli all’impennata.
«Ho sete», disse mia moglie. È una battuta apparentemente neutra, non ti sembra?
IL NARRATORE: – Non sempre. Dipende.
GENESIO: – Hai ragione, non esistono battute neutre. Infatti poco più tardi capii che quelle due parole erano il prologo della tragedia, quando mia moglie mi voltò le spalle e si avviò verso uno dei piccoli buffet sparsi nei corridoi. In condizioni normali mi sarei subito alzato per andare a prenderle da bere, ma la discussione di un’ora prima mi spingeva a essere volutamente scortese. Guardandola di spalle mentre si allontanava, mi resi conto del pericolo e forse dell’irreparabile. Mi sto dilungando, ma è necessario per dimostrare come il neo-tragico nasce dalla combinazione del quotidiano spicciolo con il grande respiro del soggetto mitico. Sono ingredienti indispensabili; senza il Centauro, la camminata di mia moglie avrebbe suscitato solo qualche commento sarcastico, e senza quei suoi maledetti pantaloni di cuoio il Centauro se ne sarebbe stato tranquillo tutta la sera a sbavare dietro l’urna.
(Disegna su un tovagliolino di carta una cartina storica dell’evento. Il buffet. La moglie beve un drink accanto all’urna. Una freccia semicircolare indica il percorso del Centauro che esce dal nascondiglio.)
GENESIO: – L’attrazione fu ineluttabile come quella di due corpi celesti che s’incrociano nello spazio. Tanto tempo fa, nei mercatini, vendevano una coppia di scugnizzi, maschio e femmina; avevano due piccole calamite inserite nelle bocche, bastava avvicinarli e le labbra si congiungevano di scatto.
IL NARRATORE: – Si baciarono lì davanti a tutti?
GENESIO: – No, ciascuno dei due rimase a bere il suo drink dando le spalle all’altro, ma la massa callipigia del Centauro era almeno il triplo di quella di mia moglie che ne veniva attratta come succede ai piccoli pianeti indifesi. Così appiccicati per le terga e sconosciuti l’uno all’altro bevvero tre o quattro drink di seguito, poi il Centauro si allontanò dal buffet e la trascinò a marcia indietro in un budello che si aprì e si richiuse immedia- tamente senza alcuna spiegazione logica.
Fu l’ultima volta che vidi mia moglie. Seppi in seguito che il Centauro era pittore, nonché modello per le riviste d’arte e attore. Per qualche tempo la utilizzò nelle sue performance romane, mi fu detto, durante le quali tutti erano bendati, tranne il Centauro e Mario Schiano che suonava il sax.
Genesio tace, esausto. Quando i critici si trasformano in drammaturghi si fanno prendere da un’euforia che li debilita.
Adesso è triste.
Guardo l’orologio.
GENESIO: – Abbiamo ancora molte cose da discutere. Fa caldo, spostiamoci in giardino.

Il giardino, male illuminato, è un selvaggiume generico nel quale si confondono dei pezzi di Novecento gettati qua e là. Sotto una colonnina di marmo rovesciata, un’Eleonora Duse col naso mangiato dall’erba. Il calco funebre di due mani maschili. Un manichino sventrato degli anni Trenta con sulla testa un fez. La metà anteriore di un siluro a corsa lenta, detto Maiale, residuo dell’ultima guerra.

Gravava su di lui pesantemente il vecchio mondo.
Novalis, Inni alla notte, V

Genesio si è portato whisky e bicchieri. Mi indica due vecchie Thonet degli anni Trenta.
– Siediti con cautela o finisci per terra.
Accanto alla vecchia chaise longue, all’altezza del mio
gomito, spunta il busto marmoreo di un tipo rubizzo. Se non fosse nobilitato da una feluca sghemba e da un collare istoriato si direbbe un fattore appena uscito da una trattoria di campagna. Da come mi guarda, non gli dispiacerebbe tornare a tavola per fare baldoria anche con me.
– E questo chi è?
– Uno di cui oggi non si parla più. Alfredo Panzini. In quegli anni bazzicava per casa. Mio padre lo trattava con sufficienza, ma lo invidiava perché era Accademico d’Italia; da perfetto ipocrita, ripeteva che lui non avrebbe mai accettato quella nomina, ma sono sicuro che avrebbe dato un braccio pur di riceverla. Panzini glielo ripeteva spesso: “Se vuoi, posso fare domanda di ammissione. Sai che sono ascoltato”.
– E lui?
– Niente. S’ingrugnava e rimaneva in silenzio, poi saltava su all’improvviso: “Guarda, vorrei tanto che mi cooptassero, solo per il gusto di stracciargli la lettera in faccia, alla signora Accademia!”

Più conoscevo Genesio, più riandavo al padre Clemente e alla sua ostinazione patetica. Pur così fragilino, si era messo in testa di resistere alle seduzioni del fascismo, alle accademie, ai pirandelli, alle nuove attrici maliarde che incominciavano a mostrare i seni in palcoscenico. Un’impresa immane, per lui. Ben presto si era reso conto che da solo sarebbe stato sopraffatto, così aveva cercato rifugio sotto la tunica del diacono, ma stando all’espressione smarrita della sua statua nell’ingresso, Dio non se lo era filato più di tanto.
Certo, paragonati alla tenebra del Ventennio, alla seconda guerra mondiale e ai morsi del dopoguerra, i tormenti interiori di Genesio apparivano ridicoli: la psicosi di uno scarafaggio ossessionato dal pensiero della bomba atomica. Io però lo capivo. Quel sentimento speciale del ridicolo che nasce dall’essere irrilevanti lo conoscevo bene, me lo ero portato addosso per tanti anni; mi stava appollaiato ora su una spalla ora sull’altra. Una specie di uccello dal becco sfrontato. Era capace di stare zitto anche per dei mesi, e mi dicevo: ecco, finalmente è sparito; invece all’improvviso lanciava la sua risatina derisoria per ricordarmi che era sempre lì. Ancora oggi non saprei dire se sia volato via. Provo a guardare, direi di sì, ma non si può mai giurare sui sentimenti, invisibili come sono.
Ero impreparato a quella repentina affinità col poeta Clemente Calcaterra, di cui ricordavo appena il nome.
– Mi piacerebbe saperne di più su tuo padre. Ma Genesio ha altro per la testa.
Il bando da compilare.
I drammaturghi da adescare.
Gli attori da ingaggiare – li vorrebbe di un certo nome e anche un po’ belli come quelli della televisione, ma dipende dal budget. E il budget dipende a sua volta dalla commissione ministeriale. Chi saranno i membri? Chi il presidente?
Genesio è deluso. Non pensava che io fossi così irresponsabile; mi stava offrendo la possibilità (forse l’ultima della mia vita) di diventare un drammaturgo onesto, avrei dovuto ringraziarlo e correre subito a leggere Il Ciclope, invece mi perdevo dietro al Calcaterra sbagliato, quel padre suo sepolto e faticosamente dimenticato da più di vent’anni.

Capitolo quarto
In cui viene commesso un furto che non richiede una particolare abilità.

L’uso inadeguato delle citazioni può essere ingegnoso, e, qualora ben fatto, ha un effetto magistrale.
Edgar Allan Poe, Marginalia

Attraverso la vetrata che dà sul giardino, tengo d’occhio il padrone di casa. Stravaccato nella thonet, interroga il cielo. Certamente si è dimenticato di me, e se anche mi vedesse qui nella sua biblioteca mi scambierebbe per un attaccapanni.
Sfioro con gli occhi il dorso dei libri mentre penso a una via d’uscita onorevole: devo declinare l’offerta di Genesio prima che sia troppo tardi e tornare subito a casa.
Assurdamente, mi viene l’idea di andarmene in silenzio, lasciandogli sul tavolo un biglietto con due righe spiritose. Oppure, meglio ancora, una citazione, che è sempre elegante.
Apro qualche volume a caso, ma questa sera le citazioni se ne stanno tutte nascoste sotto le righe trattenendo il respiro.
Un moscone si ostina a distruggere con metodo la sua minuscola vita sbattendo contro i vetri. Lo capisco. Anch’io vorrei volar via senza dover dire né scrivere niente. Ma io ho più risorse del moscone, quindi decido che posso andarmene quando voglio. Anche subito.
Addio rassegna di autori italiani contemporanei. Addio tragedia. Addio Ciclope. Addio Genesio. Siamo riusciti a vivere bene tutti questi anni l’uno senza l’altro.
Per terra, accanto alla porta dello studio, c’è una pila di libri. Hanno l’aria rassegnata di chi sa di dover partire per una destinazione ignota, forse una biblioteca di quartiere o di un carcere, un rivenditore di libri usati, una discarica. In cima alla pila, una plaquette con una copertina che era stata rosso cardinale. I caratteri sono molto sbiaditi ma ancora leggibili: “Alphonse Moutier, Clemente Calcaterra: notes, impressions, souvenirs, Tarascon, 1957”.
La plaquette è a perfetta misura della mia tasca – un’ottantina di pagine, non di più. Il primo furto della mia vita. La sistemo meglio. Nulla trapela, potrei superare tranquilla- mente una dozzina di telecamere di sorveglianza. Patemi inutili, la vecchia dimora dei Calcaterra è abbandonata a se stessa, ignorata dai tempi e da tutti. Domattina me ne sarò dimenticato anch’io, spero.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
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9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata
12ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/09/17/le-scimmie-di-mare-12a-puntata/

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