Vattimo e i due televisori

Molti, moltissimi anni fa (addirittura gli Ottanta), registrai una lunga intervista (circa un’ora) con Vattimo per una serie di trasmissioni radiofoniche di cui curavo la prima edizione. S’intitolava Lo specchio del cielo, autoritratti segreti. L’intento del programma era ambizioso, anzi vertiginoso: far emergere il concetto di Trascendenza dalle interviste con alcuni personaggi della cultura, e non solo (Primo Levi, Nuto Revelli, Padre Turoldo, Vattimo, e altri). L’idea della trasmissione non era mia (non mi sarebbe mai venuta in mente), ma dell’allora direttore generale della radiofonia, Corrado Guerzoni, un intellettuale e politico abbastanza impetuoso, e a suo modo anche provocatorio, da calare la Trascendenza in una trasmissione radiofonica, per di più su una rete popolare come radiodue. Fortunatamente, trovammo un registro colloquiale e un po’ divagatorio, nel quale la Trascendenza si affacciava con discrezione, a tratti, lasciando per lo più che fosse l’ascoltatore a desumerla, se ne aveva voglia.
Ovviamente, Vattimo colse subito lo spirito del gioco ed esordì con l’apologo dei due televisori. (Purtroppo devo citare a memoria, ho cercato la registrazione nelle teche rai, ma è un’impresa complicatissima, per me impossibile).
Alla domanda se guardasse o meno la televisione, rispose: “Avevo un vecchio televisore, funzionante ma un po’ malandato. Decisi infine cambiarlo. Quando venne l’addetto con l’apparecchio nuovo, sarebbe stato logico fargli portare via quello vecchio, ormai obsoleto, ma ci ripensai. Forse la coesistenza di due televisori avrebbe potuto produrre risultati imprevedibili. E così fu. La convivenza di due televisori sintonizzati su canali diversi crea una dialettica, si sdrammatizzano l’un l’altro e attenuano i pericoli di dipendenza dell’utente.”
Pausa.
“Naturalmente la dinamica dei due televisori si può applicare anche ai rapporti umani”, aggiunse.

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