
La parola cuore è viva o morta? È la poesia che la rianima? Che brutto lavoro. Ma sarà bendare o sbendare la mummia? Credo che, prima di coprire un cadavere, occorra, non congelarlo per mantenere la pensione, ma seppellirlo con un degno funerale. Con il dubbio che risorga. È sabato, oggi, per la lingua (italiana)?
È impossibile, credo, rianimare le parole agonizzanti con la poesia. La poesia non è la crocerossa. E credo anche non abbia come primo problema la lingua, in senso tecnico. Non perché si debbano proteggere gli ignoranti della metrica, o della retorica. Un’ovvietà certo da non trascurare. In ogni caso, dovremmo chiederlo a Dante e a Manzoni, per esserne certi. Quando spesso ricavo le maggiori emozioni dalle traduzioni di testi nati in altra lingua, mi chiedo cosa venga tradotto di così vivo. Merito del traduttore, certo. Ma il dubbio mi rimane, cioè che sia proprio dentro questo lavoro di traduzioni da ogni lingua, che possiamo scorgere la differenza fra la vita e la morte (nella lingua). Che sia che ciò che è vivo non sia solo la lingua che, come l’acqua, trova poi sempre dove passare? Su questa trasparenza trarrò le mie conclusioni.
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