Le scimmie di mare 12ª puntata

II Parte

Capitolo primo
Nel quale un nuovo personaggio pretende di entrare in questo racconto.

Ma c’è nella tua vita un punto nero, che io non conosco interamente, e che però immagino.
August Strindberg, La Sonata dei fantasmi, Atto III, La Mummia

Infine, avevo trovato una ragione per tornare a casa. Le incombenze, mi dicevo, anche se non avrei saputo indicare quali. Forse una c’era, ma tutt’altro che urgente: avevo incominciato a scrivere un testo che non sapevo come definire. Decisi di non perdere tempo e lo accantonai. Occupava meno di mezza riga, quattro parole.
“Quasi tutto era andato”.
Ogni tanto le rileggevo e le trovavo sempre uguali a come le avevo lasciate. Sembravano infastidite dal mio eccesso di attenzione. Mi guardavano e si chiedevano: «Cosa vuole questo?.»
Anch’io le percepivo come estranee. Non erano teatro. Col teatro avevo chiuso. Avevo appena terminato un ciclo di tre spettacoli consumati in una febbre rabbiosa; io e gli attori sapevamo che sarebbe stata l’ultima stagione, tanto valeva farla fuori in fretta. Le repliche erano colate a picco una dopo l’altra e le acque si erano subito richiuse. Nessun detrito in superficie. La direzione del teatro aveva tirato un respiro di sollievo.
Ce ne eravamo andati in silenzio, durante la notte, come si dovrebbe sempre fare quando si viene spostati dalla corsia comune in una stanzetta appartata, dietro un paravento. «La mettiamo qui, starà più tranquillo.»
Ci sono anche quelli che non vogliono capire, che non si rassegnano; strepitano, invocano il primario, il ministro e la Santissima Trinità al completo, li vorrebbero tutti lì al loro capezzale. È imbarazzante. Finché non interviene un infermiere risolutore (ce n’è uno in ogni reparto) che chiude la faccenda in modo spiacevole.
Ma non si dovrebbe mai arrivare a questo punto.
Noi, potevamo dirlo, ci eravamo tolti di mezzo con eleganza. La mattina dopo l’ultima replica, la donna delle pulizie non aveva trovato nessun residuo di spettacolo, solo la polvere che si accumula nei teatri abbandonati da molti anni.

Uno degli attori, Gianluigi Pizzetti, aveva rimandato di qualche mese la sua morte per non danneggiare la produzione; ci aveva tenuto a rassicurarmi prima che iniziassimo le prove. Stavamo parlando di una riscrittura di Colloqui col professor Y. Gianluigi guardava perplesso le fotografie di Céline, era tanto diverso da lui! «Meglio così», gli dicevo, «mica facciamo della letteratura illustrata». E in contemporanea dovevamo preparare altri due allestimenti, provare tutto il giorno e recitare la sera. «Stai tranquillo, prima di dicembre non muoio», aveva detto.

Era stato di parola. Come poteva esserne sicuro? Stava scommettendo, in fondo ogni allestimento è una scommessa. Ma nel nostro caso la partita era stata truccata, i tre spettacoli dovevano morire mentre nascevano, Gianluigi subito dopo.
Dopo le quattro parole che avevo iniziato a scrivere e che non erano teatro avrei raccontato anche questo? Probabilmente sì, e molto altro, temevo. Se avessi proseguito, le mie pagine sarebbero state invase, ne ero certo, da una quantità imprecisata di personaggi viventi e trapassati, di dubbia esistenza, letterari, dispersi, dimenticati, e sulla loro scia sarebbero ritornati molti accadimenti resi così malconci dagli anni che non avrei saputo nemmeno riconoscerli.
Fare teatro era stato molto più semplice. Il teatro si consuma tutto sul palcoscenico; intrecci, antefatti, segreti remoti e rimossi, tutto risale in superficie e brucia sotto i nostri occhi in un tempo circoscritto. Si entra alle 21 e si esce alle 23. Per un paio d’ore, due vite, quella dello spettatore e quella dello spettacolo, camminano insieme in un presente unico.

Ma del racconto non c’è da fidarsi. Lavora come una grande rete per la pesca allo strascico gettata sui fondali della memoria – abissali o di pochi metri – e draga tutto ciò che trova, i cefali plebei mischiati ai pregiati pagelli fragolini, alle vongole, alle bottiglie rotte, un po’ di tutto, quindi anche un certo numero di pesci velenosi, e quelli avrei proprio voluto evitarli.

(Bussano alla porta)
Georges Feydeau, Ortensia ha detto “Me ne frego!”, Atto I, Scena VI

«Stai preparando qualcosa per la prossima stagione?… Hai progetti in cantiere?…»
Anche se me ne stavo chiuso in casa, queste domande riuscivano sempre a raggiungermi. Di solito mi limitavo a rispondere che stavo scrivendo. Inutile specificare che per il momento il mio testo era di quattro parole e che non aveva niente a che fare col teatro. Una piccola palude senza niente intorno. Anche se di malavoglia, non potevo fare a meno di ritornarci. Mi fermavo a qualche metro dalla riva, dove il terreno incominciava a farsi molle e mi figuravo piantato in mezzo a quella mota liquida e fredda. Da solo. In piedi su una barchetta sgangherata che non sapevo governare e che improvvisamente incominciava a riempirsi d’acqua.
Qui chiudevo subito il rubinetto dell’immaginazione. Ero andato troppo in là. Ma sapevo che ci sarei ricascato.
La mia convivenza con questi tremori, che erano diventati una pratica quotidiana e necessaria, venne turbata da una email imprevista e imprevedibile; la stavo cestinando insieme alla solita spazzatura, quando lessi il nome del mittente: Genesio Calcaterra.

Il testo era perentorio: “Carissimo, dobbiamo incontrarci al più presto per confrontarci su un importante progetto che potrebbe riguardarti. Data l’urgenza, direi non più tardi di domani sera.”

Il critico teatrale Genesio Calcaterra.
Di lui conoscevo solo ciò che mostrava la sua superficie uniforme, senza troppi rilievi, leggermente rosea nella parte alta, quel poco che bastava per distinguere il viso dal resto del corpo.
Qualche volta avevo ascoltato le sue relazioni durante le tavole rotonde. Erano tutte uguali, ma Genesio le costellava con molti aneddoti; li introduceva tra le fibre del discorso con il compiacimento delle cuoche calabresi che conficcano le uvette e i pistacchi nelle profondità dell’arrosto prima di metterlo in forno. Erano aneddoti teatrali tutti di forte impatto, quali lo stupro della Bella Otero bambina, i tentacoli di D’Annunzio sulla stessa Otero, una volta cresciuta, i rapporti fra Eleonora Duse e il suo segretario.
Terminata la relazione, Genesio tornava al suo posto in platea senza guardare nessuno, come dopo la comunione. Gli aneddoti piccanti e un guardaroba fermo agli anni Quaranta lo segnalavano come un critico diverso dagli altri. E poiché aveva pubblicato sulle riviste di teatro qualche copione (“Antigone 2001”, “I figli di Nestore”, “Ciò che Tiresia non disse” e simili), era considerato anche un drammaturgo, quindi anche un po’ artista.

Capitolo secondo
Breve intermezzo sui drammaturghi e sui critici. Rapide osservazioni riportate senza revisione dal quaderno del Narratore.

Scheider – I drammaturghi li metto nella valigia dei calzini.
Peymann – Sì, naturalmente, i drammaturghi vanno messi nella valigia dei calzini.
Thomas Bernhardt, Claus Peymann compra un paio di pantaloni e viene a mangiare con me

Appunti sulla vita quotidiana del drammaturgo.

Dialoghi, riunioni e incontri: col direttore di un teatro; col responsabile amministrativo dello stesso teatro; con lo sconosciuto dal ruolo indefinito che sorride appoggiato al distributore di bibite nello stesso teatro; con la responsabile produzione dello stesso teatro.
È a lei che devo sottoporre il mio progetto.
«Allora tu vuoi proprio che mi facciano il culo!», grida la responsabile.
Il drammaturgo avrebbe preferito evitare quell’incontro.
Con fatica, aveva scritto un progetto che comprendeva, oltre al testo, una possibile distribuzione e un abbozzo di scenografia, ma bisognava esporlo a voce, per la responsabile tutte quelle pagine erano troppe.
Un colloquio era necessario, e poi lui sapeva esporre così bene…

LA RESPONSABILE: – … Sì, un culo così! Non che mi spaventi, ormai mi ritrovo una faccia di merda pronta a tutto, ma penso agli abbonati; quando leggono un titolo come “Il tipografo di Haarlem”, mi fanno a pezzi. E hanno ragione, cosa vuoi che gliene freghi della tragedia di un tipografo!
IL DRAMMATURGO: – È la riscrittura del Faust di Gérard de Nerval.
LA RESPONSABILE: – Il Faust ha sempre rotto le palle a tutti, solo che non si può dire, e Gérard de Nerval non lo conosce nessuno, tranne me, e solo perché una mia amica che ci ha fatto la tesi su questo Nerval – o forse era Féval, o Borel, insomma uno di quelli.

Di tutt’altro genere è il rapporto fra il critico teatrale e l’arte drammaturgica. Quando sente i primi stimoli a generare l’opera, il critico predispone le cose con cura. Di solito invita la Drammaturgia in una sua casetta delle vacanze. Il programma prevede un soggiorno salubre e distensivo che favorisce la procreazione. Passeggiate e conversazioni. Per la verità, parla quasi sempre lui, lei sorride molto e risponde a monosillabi. (Sospetto inconfessato che quella Drammaturgia sia decorativa ma un po’ scema). Dopo la cena, lei si corica presto e si addormenta subito. È allora che il critico drammaturgo entra nella sua stanza, siede accanto al letto e la contempla. Per un attimo si chiede se sia il momento di saltarle addosso, ma ci ripensa; il vero piacere del critico teatrale è la pregustazione; mentre i suoi occhi accarezzano le curve dormienti della Drammaturgia, egli si prefigura la conferenza stampa, il saluto dell’assessore alla cultura, gli incontri promozionali col pubblico, le discussioni sulla grafica della locandina e sul programma di sala. (Chi lo scriverà? Lui stesso? Sarebbe la cosa migliore, ma per eleganza lo si dovrà chiedere a un collega critico – certamente un cretino, si spera che sia almeno un cretino amico).
Al risveglio, brusca metamorfosi del critico. Subito dopo la prima colazione, la Drammaturgia viene caricata in fretta su un taxi e spedita. Basta coi titillamenti teorici, bisogna mettersi subito al lavoro per promuovere l’opera – non importa se non è stata ancora scritta, non sarà difficile concepirla; la Dram- maturgia sembra un tipo maneggevole, basterà girarla delicatamente su un fianco senza nemmeno svegliarla, e non si accorgerà di niente.
Il critico sente che deve attivarsi subito, per la prossima stagione rischia di essere già troppo tardi. Se lo vede lì davanti, il suo copione bambino, su quelle due gambine stecchite, mentre guarda smarrito i copioni palestrati di tutti gli altri critici teatrali, vincitori di premi, sponsorizzati da attori famosi, blindati da oscure lobby teatrali.

Quando si riprende dallo sgomento, è disposto a tutto, anche ad affrontare il labirinto di un bando teatrale del Ministero.

Capitolo terzo
Nel quale si annuncia un’impresa poco interessante e molto faticosa.

O fosca notte, o notte tanto notte!
O notte che ti mostri sempre notte
Quando giorno non è. O notte, o notte!
Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, Atto V, Piramo

Come sempre avviene, anche quell’indomani era giunto.
Prima di scendere per l’appuntamento con Genesio Calcaterra mi affacciai alla finestra e vidi la Serata tutta intera, ancora da incominciare, smisurata, molto più larga della strada, così che il suo muso veniva a schiacciarsi contro il portone di casa. Era una Serata squamosa, dagli occhi di gelatina che si vedevano solo quando apriva le grandi palpebre con fatica, come durante una digestione difficile. Il dorso si era gonfiato quasi fino all’altezza del primo piano, e lì sulla sua sommità, a cavalcioni, mi aspettava Genesio Calcaterra, critico e drammaturgo.

Vista da vicino, la Serata si rivelò più puntuta che non dalla finestra e dovetti scorticarmi mani e ginocchia per salire sul suo dorso. Calcaterra mi aiutò a issarmi dietro di lui e conficcò i talloni nei fianchi molli. La bestia avanzò un primo passo lento.

Col mio potere diabolico solleverò i tetti delle case, e voglio che malgrado le tenebre della notte il loro interno si mostri senza veli ai suoi occhi
Alain-René Lesage, Il diavolo zoppo

Quando cala il buio, negli abitanti della città insorge il timore di essere assaliti da una morte tutta personale, su misura, che si annida nel loro appartamento. C’è quella che si nasconde dietro le tende della camera da letto e aspetta il momento in cui il morituro si infila sotto le coperte per tormentarlo con palpitazioni e stilettate in tutto il corpo accanendosi sulla corteccia della colpa; questa zona, la più paradossale del cervello, reagisce in modo imprevedibile e a volte provoca un decesso che può sembrare naturale.
Altre morti si appostano negli angoli meno romanzeschi delle case, come la cucina o il ripostiglio delle scope; qualcuna riesce a rannicchiarsi sotto il lavello, fra i detersivi e gli stracci, e lì aspetta che il candidato vada a bere un bicchier d’acqua fra un programma e l’altro della tv per infilarlo nella sua grande tasca di buio e dileguarsi dal ballatoio.
Per sottrarsi a questi agguati, gli abitanti più fragili della città escono quando il sole incomincia a spegnersi; soprattutto i più giovani, che nutrono una speciale avversione per la morte, si disperdono per le strade guidati da uno sbando febbrile; tutti rimbalzano contro tutti, e per sincerarsi di essere ancora vivi incominciano a baciarsi e toccarsi, oppure a insultarsi e picchiarsi, come se quella fosse l’ultima notte che cala sulla Terra, l’ultima occasione per vendicarsi sugli altri di ciò che il destino ha negato a ciascuno, o per arraffare un trancio di quella torta colorata d’amore e di bene che, bambini, copiavano dai libri di scuola e che è rimasta sempre e soltanto una promessa menzognera.
La bestia allungava svogliata un arto alla volta. Dalla sua sommità, guardavo la sequenza dei dehors che erano spuntati a pochi centimetri uno dall’altro, così da formare un unico tubo digerente ingorgato di corpi; attraverso le vetrate si leggevano gli sfioramenti dei nasi, gli aggiustamenti dei capelli dietro le orecchie, lo schiudersi delle bocche per bere, per ridere, per mostrare le cavità orali, e soprattutto le lingue, il boccone più segreto.
Nessuno di quei profughi notturni faceva caso al grande organismo semovente che li sfiorava con noi due sulla groppa; se una sola di quelle quattro zampone avesse deviato di un metro, i vetri dei locali si sarebbero polverizzati in un’unica fricassea di bottiglie, clienti, tavolini e salatini. Ma i profughi notturni non ci facevano caso, sapevano di essere destinati a un’altra fine: erano la rana che tutte le sere doveva incontrare il serpente nell’infinita lentezza della città; a quell’ora il grande rettile aveva appena incominciato a inghiottirli; si sarebbe dovuta consumare quasi tutta la notte prima che fossero interamente digeriti. Solo verso mattina si sarebbero sciolti nel sonno che rigenera la vittima e la prepara alla serata successiva.

GENESIO: – Li vedi? Il progetto di cui ti voglio parlare riguarda anche loro. Soprattutto loro.
IL NARRATORE: – …
GENESIO: – Bisogna portarli a teatro.
IL NARRATORE: – Io li lascerei dove sono, senza immischiarmi. GENESIO: – Bisogna portarli a teatro o sarà la fine; non dico della civiltà occidentale… quella ce la siamo giocata da un pezzo… e nemmeno la fine del teatro che è in agonia da quando è morto Strehler… Dico un’altra fine che si sta annunciando… Certamente noi, con l’età che abbiamo, non la vedremo …

Mi guardava ridacchiando come per rispecchiarsi assurdamente in me.

GENESIO: – È così, caro mio, noi due a quell’epoca chissà dove saremo…

Faceva la faccia della salma virtuosa che dopo aver saldato ogni debito col mondo si gode lo spettacolo dei convenuti intorno al suo catafalco: i figli, la Storia del Teatro, l’Impegno Civile, l’editore Morando che doveva ancora pagargli una traduzione, tutte le Recensioni in gramaglie, l’Associazione Critici Teatrali…
Fra i dolenti non c’era alcuna traccia della moglie. Sopraffatta dal dolore?
Esausta, si era accasciata anzitempo sullo stradone della vita? Oppure, donnina ancora vivace, si era sfilata dalla vedovanza svicolando per una statale dove l’aspettava un’auto a motore acceso?
Sapevo poco di Genesio e di più non volevo saperne. Per un po’ tacemmo, la bestia non aveva bisogno di essere guidata.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
hp?post=23224&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=7f3ecf24d8&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275
11ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/?s=le+scimmie+di+mare+feuilleton+11%C2%AA+puntata