Le scimmie di mare feuilleton 11ª puntata

Capitolo undicesimo

Che racconta un viaggio del quale il Narratore non riesce a fornire prove certe.

Non si può vedere ciò che non è. Così chi narra il passato non narrerebbe certamente il vero se non lo vedesse con l’immaginazione.
Agostino, Le confessioni, XI


Passavo sempre più tempo in casa. Aprivo una finestra solo quando il fumo delle sigarette diventava troppo denso. Mi sembrava impossibile che quello spazio circostante fosse stato, un tempo, di mia proprietà; gli esemplari che continuavano ad atterrare da chissà dove lo avevano reso irriconoscibile. Qualcuno mi diceva: «Perché non li fai sbattere fuori? Non ci vuol niente, basta una telefonata. Articolo 64, violazione di proprietà privata.» «Ci penserò», dicevo, ma non era vero.
Mi immaginavo la scena.
Le camionette della polizia.
Gli esemplari afferrati per le braccia e per i capelli che si divincolavano gridando:
– Quale proprietà privata? Si fa presto a dirlo, deve dimostrarlo!
Il buon senso dei poliziotti:
– Questo è vero. Può esibire il contratto d’acquisto? – Credo di sì, ma dovrei cercarlo.
– Strano modo di custodire i documenti, un contratto d’acquisto non è lo scontrino di un bar. Ci risentiamo quando l’avrà trovato.
Sarebbero ripartiti di malumore, senza sirene. Eccitati dalla vittoria, gli esemplari avrebbero danzato, spogliandosi e ostentando le loro escrescenze giovanili, più turgide e scarlatte del solito.
Una prova del genere era molto al di là delle mie forze, così il contratto d’acquisto non lo cercai mai. Oggi, dopo tanti anni, non sono sicuro di essere stato il legittimo proprietario di quel terreno, ma non ho nessuna voglia di accertarlo; quando un bene non c’è più, che importanza ha sapere se e in quale misura l’abbiamo posseduto?
Presto scoprii che non stavo affatto male chiuso dentro casa. Per qualche mese indossai dei tappi antirumore, mi aiutavano a riflettere. Doveva esistere, ne ero certo, una stagione perduta, molto lontana da quella degli esemplari, alla quale desideravo ritornare cancellando tutti i periodi successivi: le salette dei drammaturghi, gli anni della scrittura nella Grande Azienda e soprattutto i fuochi senili del teatro. Mi figuravo che i reperti di quella stagione fossero raccolti in un unico luogo, certo non in una biblioteca (il loro interesse letterario era nullo); forse erano finiti nel museo poco interessante di una località sconosciuta, di quelli sempre sul punto di chiudere per mancanza di visitatori ma che alla fine rimediano un piccolo finanziamento in nome di un presunto interesse antropologico.

Ci sono tanti musei immaginari quanti sono gli autori (ma non sono altrettanti quanti sono i visitatori?)
Stéphane Audeguy, Un musée imaginaire

Di questa immagine del museo, sempre più insistente, parlai al Dottore. Fu un’imprudenza, me ne accorsi subito, ma da quando si era insinuato nella mia vita dovevo trovare qualche spunto per alimentare la terapia.
L’argomento lo eccitò.
– Bene, siamo a una svolta! La ricerca del museo è già uno stimolo. Prepari subito le valigie. Inseguire un pensiero è il genere di viaggio di cui lei ha bisogno in questo momento. Non mi dica niente, so già; la prospettiva di partire senza una meta prefissata le provoca angoscia, vero? Ragione di più per andare. Deve smetterla di considerare l’Ignoto come una divinità cieca e demente che dispensa punizioni a casaccio.
Gli parlai con fermezza. Era inutile che si eccitasse così, non sarei partito. Quel viaggio avrebbe comportato un gran traffico di biglietti e traghetti, di prenotazioni e pensioni, di sveglie all’alba e di barbecue accompagnati da noiose nenie etniche, di mercati col pesce e senza il pesce, di appostamenti sotto la luna senza motivo.
Sapevo che l’avrebbe presa male.
– Peccato, lei spreca una bella occasione per uscire dal suo bugigattolo interiore e aprirsi ai grandi spazi. Vede, la fisiologia umana è molto simile a quella del mare; in ciascuno di noi c’è tutto un periodico su e giù – chiamiamolo così per semplificare. Quando si sente montare l’onda del desiderio bisogna approfit- tarne e salpare subito.
– Una specie di surf.
– Diciamo così, sempre per semplificare.
– Beh, io non ho sentito nessuna onda, era solo un pensiero come un altro.
– E da dove crede che nascano i pensieri, se non dal desiderio? Si rende conto? Finalmente è salita la marea, e una voce dentro di lei, la sua voce, che le dice: «Alzati e vai! Perditi, se necessario. È il momento!» La assecondi.
– Io questa voce non l’ho sentita.
– Certo, se lei non si ascolta non potrà mai assecondare niente. Faccia come le pare, rimanga nel suo stanzino buio, con il pianto e il rimpianto. Infine, non sono fatti miei. Ci vediamo giovedì.
Invece il giovedì seguente non andai, e nemmeno quelli successivi.

Non diversamente da certi sogni che ci accompagnano anche dopo il risveglio, quel viaggio immaginario era diventato permanente. Lo potevo leggere e rileggere come se fosse già avvenuto. Le sequenze si sviluppavano da sole, una dopo l’altra, con una facilità che mi sorprendeva.
L’arrivo in un paesucolo anonimo appena spolverato di Medio Oriente.
La ricerca. Di che cosa?
– … Le musée…?, avevo chiesto.
Il tabaccaio del paese non si era neanche voltato e aveva continuato a tirar giù la serranda: – Y a pas de musée, ici. Perché parlavano in francese? Tutti, me compreso. Si mascheravano. Gli indigeni pativano l’inconsistenza del luogo, io quella del viaggio che mi aveva portato lì.
La prima settimana.
Le notti soffocate sotto il tetto di un rifugio che non si poteva chiamare albergo, a qualche chilometro fuori dall’abitato e gestito da una vedova.
I giorni dispersi nella ricerca di un tesoro che, se l’avessi trovato, si sarebbe rivelato solo imbarazzante.
Avrei poi scoperto che la vedova era stata allontanata dal paese per una vicenda oscura riguardante il marito; l’avrebbe evocata lei stessa durante i lunghi dopocena all’ombra di una bottiglia verdastra, un distillato oleoso di erbe fatto in casa, forse non immediatamente letale ma capace di distruggere i visceri di un uomo in qualche anno di convivenza.
In quei racconti lo sposo fantasma si affacciava tra il fumo delle nostre sigarette. Era stato un attore di cui si era infatuata molti anni prima, da ragazza, nell’età stupida, la prima volta che era andata a teatro. Lui l’aveva sedotta per come portava la divisa sulla scena. Subito dopo un matrimonio lampo, si era rivelato per quello che era, un topolino dai baffetti pretenziosi, anche ben fatto, ma tutto bagnato e smarrito nel mondo. «Non si dovrebbe mai scartare il cioccolatino», ripeteva la vedova succhiando il suo veleno vegetale.
Avevo poi finito per trovarlo, il museo. In paese non lo chiamavano in nessun modo, dicevano: «Ah, là-bas!», stupiti e un po’ sospettosi che qualcuno fosse venuto da fuori per visitare quel niente. Avevano ragione. Il fabbricato a due piani era giallino e insipido come quelli che i geometri costruiscono d’impulso, poi si chiedono: «E adesso cosa ne facciamo?».

Un uomo anziano e massiccio venne a presidiare la porta d’ingresso. Trascinava la gamba destra e si appoggiava a un bastone. Era seccato. Forse l’avevo interrotto mentre era impegnato a sistemare un cadavere dentro un baule o in una faccenda del genere.
«È lei il custode?»
Improvvisamente la gamba prese a fargli male. Se ne lamentava con una vocina da guitto che recita la parte del vecchio.
«Il museo è aperto?»
Sempre lamentandosi, mi guardò come un insensibile; le mie gambe erano tutte e due sane… cosa potevo capire?
Feci per andarmene.
«No, aspetti!»
I dolori erano improvvisamente scomparsi. Se ne poteva parlare. Non esistevano né orari né biglietti, sarebbero stati inutili visto che prima di me non si era mai presentato nessun visitatore.
–  Io sarei il primo?
–  L’unico.
Dovevamo trovare un accordo privato, a quattr’occhi. Dalla somma che mi estorse, una banconota sull’altra, dedussi che era un professionista, pregiudicato per una serie di reati finanziari.
Appagato, mi fece segno che potevo salire. Naturalmente non sarebbe salito, per via della gamba.

L’immagine percepita e l’immagine creata sono due istanze psichiche assai differenti e ci vorrebbe una parola apposita per designare l’immagine immaginata.
Gaston Bachelard, La Terra e le fantasticherie della volontà

La sala d’ingresso.
Forse qualche tinteggiatore magrebino aveva dato una ripulita alla buona in tempi recenti; forse il sindaco se li era trovati davanti con i loro fagotti e i loro bambini smunti che avrebbero turbato gli indigeni. Da uomo timoroso, più che di cuore, aveva disposto che gli venissero dati pennelli e biacca, e poco importava se erano analfabeti della tintura, non dovevano mica affrescare la chiesa.
Ma nemmeno un’impresa specializzata sarebbe riuscita a eliminare l’umore del già vissuto stagnante nelle stanze. Sotto quelle pennellate rudimentali affioravano dei personaggi che mi ero lasciato indietro da più di mezzo secolo. Figure collaterali uscite di scena senza mai esserci davvero entrate – ma il marginale e l’inutile riaffiorano sempre, con la tenacia delle tappezzerie che invecchiano attraversando le generazioni.
Erano proprio sgorbi, non avevano nemmeno la delicatezza ipocrita dei fiori da parete: poveri volti tirati giù in fretta come se il Tempo, colto dalla frenesia di finire tutto subito, li avesse sparsi qua e là senza nessuna attenzione alla cronologia, alle affinità, ai rapporti che potevano aver collegato quelle esistenze irrilevanti.

Sala uno. L’impresario Scanavino
Nonostante i tratti approssimativi, riuscii a decifrare il volto dell’impresario Scanavino. Lo avevo conosciuto sul finire della carriera, quando si occupava esclusivamente della moglie, la pianista Andorra, la cui grazia tondeggiante, rivestita della peluria impalpabile di certi bruchi, s’imperlava mentre eseguiva la Polacca opera 53 di Chopin, l’Eroica. Portava sempre i capelli biondi tirati violentemente all’indietro e li faceva mordere da un fermaglio di duro argento, così che non si scomponessero mai, nemmeno quando saltava sullo sgabello per aggredire i tasti dall’alto con gli accordi che scolpiscono il tema a martellate: pam-pampàm… (pausa: /8) … pappapappapappampàm… (pausa: 1/8) … e così via.
L’impresario Scanavino se ne compiaceva accucciato accanto alle colonnine impero del pianoforte; non ci pensava neanche a farla esibire in pubblico, nemmeno in una sala parrocchiale. Se la teneva in casa: tanto più giovane di lui, voleva che razzolasse solo sullo strumento domestico, così paffuta, apparentemente così poco artistica – era il suo piacere segreto contemplare la forma ovoidale della moglie e strizzarla dopo cena con due dita, così che schizzasse fuori il martellato di Chopin tutto per lui.
Quando l’estasi a due incominciava a diventare noiosa, Scanavino apriva le porte a qualche piccolo nucleo familiare compresi anche i bambini – erano un fastidio, ma gli sembrava che la loro presenza avrebbe inibito nei padri la concupiscenza per la sua Andorra.
Tuttavia sottovalutava la lussuria dei piccoli. Io posso testimoniare di essere stato iniziato all’erotismo musicale, a otto anni, proprio da quell’Eroica, una volta che i miei genitori avevano deciso di portarmi con loro a un dopocena pianistico.
Fino a quella sera non conoscevo il desiderio – di un essere umano, dico.
Un attimo prima di iniziare, l’Andorra in persona si era chinata sulla mia piccolezza e mi aveva mormorato: «Dimmi la verità, io ti piaccio?.» Più che una domanda, era stato un alito di mentolo uscito da due labbra socchiuse. Me lo ero figurato? Guardai di nuovo. La bocca si era messa a parlare con non so chi. Nel dubbio, mi ero sentito precettato a seguirla per sempre, probabilmente fino alla dannazione, mi dissi.
Alla battuta 8, la pianista, piegata sulla tastiera, mi aveva sbirciato dal basso.
Era la conferma della nostra relazione.
Alla battuta 13 credetti di ricordare delle figure di donne pomeridiane senza vestiti disseminate in grandi stanze semivuote. Se ne stavano appoggiate sopra vecchi divani imbarazzati mentre la Fecondazione si aggirava per le stanze; la si percepiva dall’odore, ma le donne non ci facevano caso; se ne stavano dentro i loro nudi bianchi come una piccola colonia di anellidi impegnati a contarsi le pieghe, e quell’indolenza mi eccitava più di qualunque invito – nel bambino, niente provoca la vertigine come l’immobilità cedevole della donna.
Il Tema si rovesciò su di me poco dopo, alla battuta 18, inaspettato.
Il famoso martellato dell’Andorra (e anche di Chopin, certo).
Era un’onda che cancellava le prime diciassette battute e sgretolava l’intero l’uditorio maschile: uomini di buona stazza, mica scriccioli, gente concreta, ben piantata sulle gambe e nella Società, primari che fatturavano un centinaio di appendi- cectomie l’anno; avvocati che reggevano con una mano i fallimenti e con l’altra le aste giudiziarie; imprenditori che si tenevano il sindaco nelle tasche insieme agli spiccioli – improvvisamente il Tema li aveva tutti trasformati in tanti cuoricini smarriti fra le trine del Sentimento come le piccole segretarie dei loro studi che deridevano e desideravano.
Poi l’Andorra non guardò più nessuno, tanto meno me. Navigava nelle alte quote rimbalzando sullo sgabello impero; di lassù, poteva solo intuire la nebbia dei desideranti.
Sorrideva. A se stessa, non a loro. Quel distacco era la sua vittoria e il suo premio. Anche gli applausi del dopo Eroica non li sentiva; l’intimità con Chopin l’aveva lasciata tutta sconnessa. Ansimava – mi venne in mente – come quando si fa la lotta tra ragazzi; ci si rotola per terra digrignando e ridendo per arrivare insieme a quello sfinimento oltre il quale si intuisce che esiste uno sprofondo cui si tende senza raggiungerlo mai.
Il marito Scanavino s’interponeva fra la moglie e gli adoratori con le braccia un po’ larghe così come si fa con uno svenuto che ha bisogno d’aria. I maschi soppesavano quel corpo femminile abbandonato sul pianoforte. Si scambiavano occhiate che non riuscivo a decifrare – strano, perché ero maschio anch’io, ma forse lo ero da troppo poco tempo, mi dicevo. Accanto a me qualcuno commentava: «Bisogna dire che il suo incontro con Chopin è stato una svolta decisiva.» «Sì, è un’artista che ha trovato il suo autore.»
Sul viso dell’Andorra ritornava il colore. I suoi occhi si guardavano intorno smarriti con l’aria di chi chiede: «Dove siamo?»
Qualche anno più tardi, leggendo i primi romanzetti sen- suali, nei quali lo scintillio degli occhi femminili permaneva per qualche minuto dopo l’amplesso, avrei ripensato all’Andorra che si era lasciata possedere pubblicamente da Chopin per la gratificazione di tutti, compreso il marito.
Dopo dieci minuti, il corpo della pianista era ritornato intatto alla sua banalità di base; si muoveva fra gli invitati con la disinvoltura crudele delle brave padrone di casa, decantava il buffet, rideva con questo e con quello.
Mi sembrava incomprensibile che l’Eroica, dopo avere devastato me, non avesse lasciato nessuna traccia su di lei. Non eravamo fatti l’uno per l’altra. Sapevo che la pianista avrebbe continuato la sua tresca con Chopin, ormai era scritto. Con me, certamente aveva chiuso.

Nel suo esilio, Casanova diceva a chi voleva ascoltarlo: «Io sono Casanova, il falso Casanova.»
Henri Michaux, Conseils

Dopo l’esibizione della moglie, l’impresario si abbandonava a una poltrona damascata verde, soddisfatto come un patrizio veneto che presenta la sua nuova mantenuta agli amici. L’Andorra stava semisdraiata su un bracciolo. Contemplandola, il marito scopriva i denti, era il suo modo di sorridere, ma anche la minaccia – ci avrei giurato – che se la sarebbe fatta più tardi. Rivedendo la scena, credo che lo Scanavino avesse gli anni che ho io oggi, quindi ai miei occhi di bambino sembrava sconveniente che un vecchio fosse così lascivo con la moglie.
La dentatura dell’impresario era importante, fuori misura, come progettata per una bocca di due taglie più grandi della sua – di qui una fama di pescecane mordace che doveva aver pizzicato chissà quanti reggiseni e mutandine. Ma erano fantasie dei suoi scritturati. (Da quando i tiranni sono scomparsi dal repertorio teatrale, gli attori ne inventano sempre delle versioni aggiornate per il loro bisogno di subalternità).
Temendo di essere respinto, l’impresario ci andava cauto con le attrici: si concedeva qualche incontro fra le scrivanie con le più abboccone, e subito dopo si ritraeva, licenziandole.
Solo qualche volta, in gioventù, era uscito dalle mura dell’ufficio esponendosi pubblicamente a tutti i rischi della donna, ma le sue avventure erano state poche, almeno rispetto a quelle dei colleghi impresari.

Sala due. Le amanti dell’impresario Scanavino.
Alda Rovani, (190-1997)
Feci fatica a identificarla. Stava sulla parte bassa della parete, vicina alla presa della corrente. Per me che l’avevo conosciuta, quegli sgorbi erano ingenerosi; la Rovani vivente non aveva quel nasone da strega; era un po’ grifagnona, ma tutti la consideravano riposante, almeno rispetto alle sue colleghe in tournée – infatti qualche attore, stanco del solito poker dopo lo spettacolo, aveva esplorato l’oasi della Rovani e si era trovato bene – purtroppo, dopo i primi tempi, aveva scoperto che tutto quel comfort preludeva a un accasamento duraturo.
Soprattutto per questo, il soggiorno di Scanavino nell’oasi non superò il gennaio del 195 (l’ingresso essendo avvenuto nel novembre dell’anno precedente).

Isabella Benzoni (1941 – ?) Era spuntata dal nulla in una produzione del 1969, La signorina Julie.
Scanavino ce l’aveva un po’ con Strindberg perché qualche mese prima lo avevano costretto a vedere Verso Damasco. Tre ore e mezza sulla conversione di San Paolo. Fortunatamente, in quella Signorina Julie Strindberg si era dato una regolata, durava non più di un’ora e mezza. E poi c’erano seduzione, carne, notte, sottomissione. La Benzoni, così nera di suo, era già nella parte. I capelli, gli stivaletti pieni di bottoni, l’ombretto, la calzamaglia, le labbra. Tutto nero: «Come la sua anima», sperava Scanavino dentro di sé. Fuori, sorrideva per farsi coraggio.
Gli piaceva soprattutto la scena in cui la contessina sottometteva il servo Jean.
JULIE– Fai un brindisi per me! (Jean esita) Ma come, un maschio grande e grosso e così timido!
JEAN – (s’inginocchia, come recitando una parodia scherzosa; leva il bicchiere) Brindo alla mia regina!
JULIE – Bravo! – Baciami anche la scarpa, così la scena sarà perfetta! (Jean esita, poi afferra audacemente il piede e lo bacia con grazia) Ottimo! Avresti dovuto fare l’attore!


L’incontro decisivo con la Benzoni avvenne nel camerino di lei. Scanavino conservò a lungo il ricordo di una donna alta infilata in una tuta nera con una gualdrappa di agnelli gettata sulla schiena, alla pastora. Un attimo dopo le presentazioni, la Benzoni si era accasciata a terra in preda a un’emicrania molto rara che richiedeva l’intervento immediato del balsamo di tigre, scatoletta rossa. Timoroso di tutto ciò che aveva a che fare anche alla lontana con la morte, l’impresario dovette impegnarsi in un massaggio d’emergenza. I gemiti dell’attrice, il grasso della belva che gli sfrigolava sotto le dita surriscaldate e i denti della tigre sulla scatoletta rotonda lo intrappolarono in un’avventura da cui sarebbe uscito solo dopo due anni, con qualche cicatrice.

Lidia Occhipinti (1938-2017)
A Scanavino parve subito perfetta. Non sapeva per che cosa, perfetta e basta. I particolari del viso erano lavorati con precisione iperrealistica, la voce ben modulata – ecco, forse un po’ troppo modulata: manteneva sempre un alone tremulo, come se provenisse da un chiostro o da una cripta. La componente democristiana dell’impresario se ne compiaceva, ma dopo qualche minuto quei rintocchi conventuali gli guastavano le fantasie. Decise che l’avrebbe laicizzata e le affidò la parte di Belisa ne L’amore di don Perlimplìn. Erano gli anni in cui Garcia Lorca andava molto; quella sensualità inzuppata nel lirico sembrava al pubblico una sciccheria che faceva passare in secondo piano la noia del testo.
Per l’occasione fu scritturato Rodolfo Gamerra, un regista giovane ma già praticone che aveva messo in scena un Boccaccio con Tamara Baroni.
Prima delle prove, Scanavino aveva parlato chiaro: «Con un testo così pesante, bisogna puntare sul fisico della Occhipinti… Questa Belinda è una che mette le corna al vecchio marito fin dalla prima notte. A parte la poesia, questo è il succo, quindi diamoci dentro, senza arrivare al nudo integrale, natural- mente…»
Il Gamerra aveva recepito. Già durante il prologo la Occhipinti, muta, mostrava un mezzo seno fuori dalla finestra.
L’impresario sentiva che le fantasie gli ritornavano. Ma alla battuta “Amore, amor! Tra le mie cosce strette guizza come un pesce il sole!” tornava anche il tremulo conventuale, così quel pesce finiva per ricordare tristemente i cristiani delle catacombe.
La relazione con la Occhipinti durò sei mesi scarsi, fino a quando lei lasciò la compagnia per andare a interpretare Paul Claudel a San Miniato.


Alma Privitera. (1950…). Una mattina del luglio 1976, in seguito alle insistenze del suo segretario, Scanavino si era ritrovato a una rassegna di teatro d’avanguardia.
In auto, nonostante, il caldo d’agosto, l’impresario aveva quasi sempre dormito. Si era risvegliato in un piazzale fra il cittadino e il paesano che lo aveva innervosito – gli pareva che la semplicità di quelle facciate così umili e gialline dovesse nascondere una trappola.
In fondo al piazzale, i tubi innocenti e le assi di un palco in allestimento.
Sulla destra, un’aiuola troppo colorata, di quelle che le amministrazioni progressiste curano con maniacalità ideologica. In mezzo all’aiuola, un irrigatore ruotava con moto sindacale semicircolare. Davanti all’irrigatore, una ragazza si faceva nebulizzare.
Di malumore com’era, Scanavino l’aveva scambiata per un cespuglio. In effetti, i capelli della ragazza, molto corti e neri, le stavano piantati sulla testa tutti dritti. «Che peccato!», pensò quando si accorse che era una donna. Un peccato e uno sfregio architettonico; senza il padiglione superiore della capigliatura, tutta la volumetria della ragazza era compromessa e la bocca risultava troppo sbilanciata in avanti.
Fu con molta cautela che l’impresario salì sul verde scivoloso dell’aiuola.
(Confronto Scanavino/ragazza che si qualifica come attrice provvisoria di una compagnia sperimentale presente alla rassegna, forse il Camion di Carlo Quartucci. Cosa vuol dire attrice provvisoria? Chiarimenti. Lei si dedica anche alla danza, alla fotografia, al documentario, alla body art, ecc. Amici internazionali di tammuriata e di performance. Irrequietezza. Addormentarsi a Metaponto e svegliarsi a Zagabria. Le labbra parlanti. Falso racconto autobiografico della ragazza. Disagio di Scanavino costretto nel suo completo di lino bianco ingessato. Irrealtà mattutina del piazzale deserto e del palcoscenico
incompiuto. Metallico avanti e indietro dell’irrigatore che allude a una sessualità robotica.)
UNO DEI DUE: – Hai la macchina?
LA RAGAZZA: – Ho una cinquecento qui fuori.
Scanavino è sorpreso: se la ragazza ha risposto, deve essere stato lui a formulare la domanda. È la logica del dialogo. I dialoghi sono pericolosi, lo ha sempre pensato; qualunque idiota è capace di iniziarne uno, ma poi bisogna sostenerlo.
Pausa. L’impresario dice la prima cosa che gli viene in mente.
– Andiamo?
– Dove?
– Dove vuoi, non ha importanza.
L’asfalto finisce quasi subito. Il paesaggio diventa selvatico. Arriva lo sterrato con i ciottoli che rimbalzano sulla carrozzeria grigio usato. Poi la terra nuda, screpolata dal sole zotico. La cinquecento esita. Si ferma.
Era quella l’avanguardia? Scanavino se lo chiedeva.
(Quel posacenere di cicche schiacciate. Quel cambio di caramello trasparente. Quell’essenziale fatto di soli gesti. Quell’elefantino rosa oscillante dal portachiavi. Quelle mezze nudità che scappavano fuori dai vestiti.)
«Non credi che qui potrebbero vederci?»
Senza interrompersi, Alma lo guardò con un’occhiata simile a quelle con cui Eduardo annichiliva durante lo spettacolo gli attorini freschi d’accademia (secondo la leggenda). I famosi tempi scenici di Eduardo. E anche di lei, a quanto pareva. Poi rise (l’Alma), senza interrompersi.
Nei mesi seguenti, quando Scanavino si trovava a Roma per i suoi maneggi teatrali, la cinquecento di Alma spuntava davanti a qualche ministero.
– Ah, sei qui…
– Ma sei tu che mi hai telefonato! – Già, è vero.
Lei entrava nella scatolina grigia con un salto. Lui stentava ad aprire lo sportello, era impicciato dalla cartella di cuoio, dall’impermeabile, dall’ombrello. Lei pensava che l’unica nota sexy di lui era la goffaggine. Lui si diceva che quella era l’ultima volta.
Gli uscieri lumaconi guardavano le gambe dell’Alma da sotto le visiere ministeriali e seguivano la macchinetta fino a quando non veniva inghiottita dagli squali del traffico romano.
Ma era diventata un’altra storia, senza più tracce d’avanguardia, infatti le serate si concludevano sempre al ristorante.
Il Narratore entra in una minuscola sala d’attesa con un divanetto di velluto identico a quelli sparsi nei corridoi dei vecchi teatri, accanto ai camerini.
Ha sempre patito i camerini e le visite agli attori. Soprattutto alle attrici.
– Un momento, sono nuda…
Interno del camerino, dopo qualche secondo.
Orsetti (di péluche), braccialetti (indiani scaramantici), foto (di bambini anonimi, forse nipoti – niente figli, ma è stato meglio così). Le vestaglie a ramage troppo ampie. Il contorno inutile delle bocche ormai prive di rossetto, quelle davvero nude, con qualche nuovo solco a ogni tournée.
Salì il figlio del filibustiere: bisognava chiudere. Così di punto in bianco? E perché no? Mancando un orario, non c’era nessuna ragione di stare aperti – d’altra parte la stessa esistenza di quel luogo era irragionevole.
Scesi la scala e uscii sul piazzale.
Nelle altre stanze avrei trovato solamente attrici della collezione Scanavino? Qualcuna l’avevo conosciuta ancora in vita, ma molte erano soltanto nomi, fantasime di quel racconto che va accumulandosi sera dopo sera a ogni morte di spettacolo.
Cosa può restare delle attrici e degli attori privati del teatro? Poca cosa. Una catasta di corpi mescolati a una massa di amministratori, sarte, registi, truccatrici, addetti ai magheggi con l’assessora, direttori di scena, macchinisti.
Forse fra i tanti detriti umani c’era anche qualcosa di me, ma vai a trovarlo in un mucchio di quelle dimensioni.
Incominciai a pensare al ritorno e mi resi conto che non è facile andarsene da un luogo immaginato. Dobbiamo aspettare che la fascinazione si esaurisca, cosa che può richiedere un tempo molto lungo, più lungo di quello che ci resta da vivere.
Stabilito che il ritorno non dipendeva dalla mia volontà, tornai a quella camera in affitto che chiamavo il mio albergo.
La Vedova aveva da fare. Lo ripeteva sempre che aveva da fare, mentre mi voltava le spalle e scendeva nel fazzoletto maleodorante dell’orto. La studiavo dalla finestra. Non si ammazzava di fatica; dava un’annaffiata di malavoglia a qualche pianticella e scavalcava il bordo di una smisurata vasca in cemento che sorgeva dietro le file delle insalate. Apparentemente la ispezionava, ma senza impegno, come chi abbia perso qualcosa e sollevi un angolo del tappeto solo per scrupolo, sicuro che sotto non c’è niente.
La Vedova guardava molto più lontano, lo si capiva quando accendeva una sigaretta e incominciava a fissare un punto indeterminato oltreconfine. Sentendosi osservata, faceva gli occhi radiosi come le attrici dei film sovietici; in questa versione non la sopportavo proprio, quindi rientravo e andavo a sedermi nella poltrona accanto alla finestra. Secondo lei, di lì si vedeva il mare, ma solo in certi giorni, bisognava stare seduti e aver pazienza – credo che fosse un’invenzione ad uso dei turisti, dei quali non c’era mai stata l’ombra, a parte me.
A volte, quando rientrava, le dicevo che l’avevo visto. LA VEDOVA – Che cosa?
IL NARRATORE – Il mare.
LA VEDOVA – Che stupidaggine! Oggi è il ventidue marzo.
IL NARRATORE – E il ventidue marzo non si può vedere?
LA VEDOVA – No, in certi giorni è tecnicamente impossibile.
Nei mesi seguenti riprovai altre volte. Non era mai la data giusta.
– Non cerchi di barare, con me casca male. Gliel’ho detto, ci vuole pazienza, quindi stia seduto e aspetti. Che poi vedere il mare non è tutta questo granché. Una volta che l’ha visto, cosa cambia? Se invece un giorno il mare arrivasse fin qui… questo sì sarebbe straordinario. Potrebbe anche succedere, no?
La Vedova tornava spesso su questa fantasia del mare; dalla finestra mi illustrava come tutto il paesaggio sarebbe stato ridisegnato. Il porticciolo. I ristorantini. I cinquantenni asciutti e le loro ragazze con le schiene nude. Le ali bianche delle barche a vela (banditi i motori, niente suburra arricchita). L’andirivieni degli intellettuali inglesi (no russi, no americani).
Gli onori di casa li avrebbe fatti lei. Nonostante l’età, certo. Lei. Ma non con quel vestitino da tutti i giorni, dovevo immaginarla infilata in un caffetano bianco écru lungo sino alle caviglie, con un filo di corallo rosso acceso al collo. Nessun altro gioiello. Lei. Non era impresa da affidare a una di quelle ventenni al silicone, strafatte di coca.
Un pomeriggio, dopo aver succhiato una metà di quel suo liquore di erbe, la vedova prese la bottiglia e mi condusse nella grande vasca di cemento, proprio dentro. Sottolineò la circostanza eccezionale. «Non è mai venuto nessuno, qui.»
La vasca era uno sterrato polveroso interrotto da qualche pozza dalle quale schizzavano le ranocchie.
LA VEDOVA – È bello, vero?
IL NARRATORE – Un po’ umido.
LA VEDOVA – Lasci perdere i dettagli, va tutto sistemato. Lo spazio, dicevo. Fa venire molte idee, non trova?
L’unica idea che avevo era di andarmene. Mi chiedevo se e quando io e quel luogo senza nome ci saremmo stancati uno dell’altro, quindi lasciati.

(Continua)

Leggi le puntate precedenti:

1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156
7ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23169
8ª puntata
hp?post=23224&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=7f3ecf24d8&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
9ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/2023/08/27/le-scimmie-di-mare-feuilleton-9a-puntata/
10ª puntata
https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23275

Lascia un commento