
Capitolo decimo
che dimostra come non sia facile liberarsi del teatro
Col passare degli anni, molte persone e molte cose finiscono per sembrarvi così buffe e irrisorie che le guardate con l’occhio del bambino.
Patrick Modiano, Nel caffè della giovinezza perduta
Gli effetti della disillusione sono proporzionali alla grandezza d’animo del soggetto disilluso; per Foscolo, Beethoven, De Musset, Goethe (tramite Faust) e molti altri, le rispettive disillusioni si tradussero in una nuova e vitale creatività. La mia disillusione non trovò una sua forma espressiva. Praticai per qualche tempo la malinconia, ma non ero portato e dovetti smettere.
Frequentavo sempre più svogliatamente il teatro. Per vincere la noia (ecco, forse l’unica vera conseguenza della disillusione), mi concentravo sui particolari irrilevanti degli spettacoli; un paio di scarpe ridicole che pretendevano di essere del XVIII secolo grazie a due fibbie indorate con lo spray; l’occhiata storta di un attore alla collega entrata con un attimo di ritardo; una valigetta dimenticata in mezzo alla scena.
Come negli ultimi giorni degli amori più tristi si studiano i particolari dell’altro per provocare in noi una repulsione disonesta che ci induca ad andarcene, così mi stavo allontanando dal teatro ignorandone deliberatamente il senso e i segni per concentrarmi sulle sue epifanie più meschine.
Il mio distacco non passò inosservato. Un Direttore di teatro lo scambiò per una tardiva maturità; gli parve che, dopo tanti anni di teatro inconsulto, io avessi messo la testa a posto nonostante fossi già piuttosto vecchio.
Nel mondo dello spettacolo, così come ovunque, i vecchi vengono normalmente evitati. A volte, un regista un po’ dandy sale nella soffitta degli attori dismessi e quando ne trova uno ancora in discreto stato lo restaura e lo ricolloca sul mercato come un’anfora romana di modesta fattura ma nobilitata da un pedigree di duemila anni.
Quasi sempre la critica si intenerisce. Tutti credevano che fosse morto, invece il tempo, le rughe, l’artrosi deformante, le cataratte lo hanno trasformato in un grande attore. E pensare che negli anni Cinquanta faceva il boy di Wanda Osiris. Al cinema, aveva recitato con Totò (era il barista che serve il cappuccino nei “Tartassati”) con Steeve Reeves e Sylva Koscina (“Le fatiche di Ercole”, schiavo della regina delle Amazzoni), e con tanti altri, mostrando sempre una grande duttilità: tartaro stupratore con la coda di cavallo incollata sul cranio rasato, tassinaro che porta Belinda Lee, usciere ministeriale strapazzato da Mario Carotenuto, contadino della bassa padana in “Novecento”. Adesso recita Re Lear. Indecifrabili sentieri del teatro. Mea culpa collettivo: come abbiamo potuto trascurare un simile interprete per tanti anni? Con un po’ di fortuna tirerà le cuoia in scena al quarto atto mentre declama: «Vieni, andiamo in prigione. Noi due da soli canteremo come uccelli in gabbia.»
Invece il restauro dell’autore vecchio è meno frequente e dà minori soddisfazioni. Nessuno si è mai chiesto se sia morto o vivo, quindi non si può festeggiare la sua resurrezione. Nel mio caso, quando mi presentava, il Direttore del teatro aggiungeva sottovoce:
– Ha attraversato le stagioni dell’avanguardia. – Ah, ecco…
– Quella degli anni Sessanta e Settanta…
– Mmm…
Annuivano e continuavano ripetere “Ah, ecco…” e “Mmm…”. Intanto pensavano ad altro. Cosa voleva dire attraversare le stagioni? Mi guardavano i denti come si fa coi cavalli. Cercavano di attribuirmi un’età. Comunque c’era qualcosa di poco chiaro. A incominciare da quella Avanguardia imprecisata. Appartenevo a un racconto lontano e sbiadito – forse anche prestigioso, come si definisce tutto ciò che ci annoia.
Per alcune stagioni, il Direttore riservò dei piccoli spazi ai miei spettacoli nel cartellone del teatro.
Mi ero procurato cinque sgabelli e li avevo fatti dipingere di grigio. Erano la mia scenografia.
Non diversamente da quanto succede nel mondo, anche in teatro la povertà ha i suoi estimatori. Sempre che si tratti di una povertà certificata e coerente; alcuni ottimi mendicanti si rovinano la reputazione perché all’ora di pranzo si fanno sorprendere dai loro benefattori in un bar mentre mangiano un tramezzino con gamberetti e maionese – costa esattamente come il suo omologo col salame ma fa una cattiva impressione, peggio ancora se è accompagnato da un bianco frizzante.
La povertà dei miei allestimenti, così ostinata e ripetitiva, destò l’interesse di un piccolo nucleo di spettatori. Credo che venissero a teatro solo per curiosità: come avrei disposto gli sgabelli nel nuovo allestimento?
Quando nella piccola sala si riaccendevano le luci, mi avvicinavano sorridenti come chi ha compiuto un gesto moralmente encomiabile.
Dopo qualche tempo, insieme agli spettatori abituali comparvero in platea esemplari molto più giovani. Si sedevano con le gambe aperte per mettere in mostra gli inguini dei pantaloni elaborati, merlettati, con passamanerie sgargianti e applicazioni fluorescenti. Alla fine dello spettacolo non esprimevano niente, se non il desiderio di uscire al più presto per radunarsi in uno dei loro locali.
Erano, come seppi in seguito, i nuovi attori, registi e drammaturghi creati dai bandi teatrali che le banche promuovevano a pioggia.
Io le avevo sempre temute, le banche. L’eccesso di alluminio. Il linguaggio bifido degli impiegati. Il clima ospedaliero.
Invece, le nuove banche ci tenevano a mostrare di avere un cuore, e per di più sensibile al teatro. Infatti avevano creato delle incubatrici in cui facevano crescere tanti piccoli avannotti dello spettacolo; bastava che fossero sotto i trentacinque anni e potevano partecipare a un bando che aveva “
I sottotrentenni correvano avanti e indietro nei teatri ridendo e spintonandosi, in una confusione di stivaletti, di sciarpe, di ciuffi, di sottovesti, di Borsalino declinati al femminile e di volant che spuntavano sotto barbe selvatiche. Quell’allegra confusione aveva contaminato anche i ruoli; tutti facevano tutto; mentre recitavano scrivevano un testo con la mano sinistra e intanto si occupavano dell’organizzazione, e stavano alla cassa, la sera dello spettacolo, e declamavano una poesia strappando i biglietti d’ingresso.
In breve, gli avannotti si svilupparono, uscirono dalla nursery e incominciarono a riprodursi – velocemente, poiché erano molto giovani e fertili. Le banche, per nulla preoccupate da quell’inflazione, moltiplicarono i bandi. Le generazioni si accorciarono, oramai duravano solo qualche mese, e ogni generazione era sconosciuta alla precedente e a se stessa.
Mentre le stagioni filavano via sempre più veloci, i miei spazi nel cartellone teatrale si restringevano di anno in anno. Io li presidiavo all’antica. Passeggiavo avanti e indietro lungo i confini, ma era inutile; le stagioni, spinte dal vento, lasciavano cadere spore di teatranti che avevano raccolto chissà dove.
Quando uscivo, la mattina, ne trovavo sul terreno sempre di nuovi. Alcuni se ne stavano sparsi qua e là come avanzi di una battaglia che si era consumata durante la notte. A prima vista potevano sembrare dei morti, invece respiravano, si muovevano, parlavano, ma solo fra loro, perché quando mi avvicinavo giravano la testa. Altri erano più difficili da individuare perché non appena toccavano terra si confondevano subito col paesaggio; così, durante le mie ricognizioni, quando mi fermavo per bere a una fontana, scoprivo che si trattava di un esemplare appena arrivato e già perfettamente mimetizzato.
Come i finti morti, anche questi esemplari camaleontici non mi rispondevano mai, nemmeno quando li smascheravo. Si trinceravano dietro la loro nuova identità e mi guardavano come per dire: «Che vuoi da me, non lo vedi che sono un rastrello?» (oppure un erpice, un irrigatore).
Rimanevano perfettamente immobili e mi seguivano con gli occhi mentre mi allontanavo e appena ero fuori tiro si sgranchivano e si disarticolavano con una sguaiataggine che offendeva il panorama; più di una volta avevo fatto dietrofront e li avevo beccati: l’albero si era stravaccato sul muretto, la carriola si massaggiava i piedi, l’irrigatore fumava appoggiato al pozzo.
Incominciai a diradare le ricognizioni, finché non vi rinunciai del tutto.
(Continua)
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