Norma Jeane, La mogliettina

Voleva diventare perfetta. Bucky meritava la perfezione. Ed era un tale perfezionista! Non gli sfuggiva mai nulla. Ogni mattina Norma Jeane puliva da cima a fondo il loro appartamentino al pianterreno di Verdugo Gardens. Tre modestissimi vani, tutt’altro che spaziosi, e un bagno largo quanto bastava per contenere vasca e lavandino e cesso, e quegli spazi che aveva in consegna li puliva con la dedizione e il fervore di una missionaria. Per lei lavorare nella casa che le era stata affidata e per l’uomo che gliel’aveva affidata non era tanto un lavoro quanto un privilegio sacro e un dovere. “La casa” santificava qualunque sacrificio e qualunque sforzo. Tra i Glazer, accomunati da un non ben chiaro ma nondimeno tenace fervore cristiano, era opinione comune che nessuna donna, specialmente se maritata, dovesse lavorare “fuori di casa”. Persino durante la Depressione, quando alcuni di loro (Bucky, imbarazzato e pieno di vergogna, non era sceso nei particolari, e Norma Jeane non aveva osato approfondire) erano stati costretti ad abitare in una casa mobile nella San Fernando Valley, persino allora “lavorare” era rimasto prerogativa dei membri maschi della famiglia, tra i quali anche i bambini sotto i dieci anni, compreso il povero Bucky. Il fatto che le donne dei Glazer non dovessero lavorare “fuori di casa” era una questione di orgoglio, di orgoglio virile. Ingenuamente, Norma Jeane chiese a Bucky: “Anche adesso che c’è la guerra?” La sua domanda fluttuò nell’aria, inascoltata. “Mia moglie? Mai e poi mai!” Sapersi voluta da un uomo significa sapere io esisto! L’espressione degli occhi. L’indurirsi del cazzo. Anche se non vali niente, sei voluta. Anche se tua madre non ti ha voluta, sei voluta. Anche se tuo padre non ti ha voluta, sei voluta. La verità fondamentale della mia vita, verità autentica o caricatura di verità che fosse: finché un uomo ti vuole, sei salva.

Joyce Carol Oates, Blonde

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