
Norma Jeane sentì una fitta di sgomento – si era scordata la bambola! L’aveva lasciata a casa, nel letto! Con tutto quel trambusto e quella confusione, svegliata di soprassalto dagli urli della madre e spinta di corsa fuori e sulla macchina, Norma Jeane aveva abbandonato la bambola al destino del rogo; la bambola ormai non più bionda come ai primi tempi, la morbida pelle di gomma non più così immacolata, il berrettino da notte tutto pizzi scomparso e la camicia da notte a fiori ormai decisamente sudicia, così com’erano sudicie le scarpine che coprivano quei piedini perennemente ciondoloni, ma Norma Jeane non aveva smesso di amarla, la sua unica bambola, la sua bambola-senza-nome, la sua bambola del compleanno cui non si rivolgeva con altro nome se non quello di “Bambola”, quando non invece con un più tenero “tu”, come ci si rivolgerebbe a se stessi nello specchio. Ecco allora Norma Jeane gridare: “Mamma, mi sono dimenticata di prendere la bambola! E se la casa va a fuoco?” Gladys fece una smorfia disgustata. “Quello strazio di bambola! Magari bruciasse! Così la finiresti una volta per tutte con questo attaccamento morboso”.
Joyce Carol Oates, Blonde