
Capitolo settimo
Che ricostruisce una cerimonia cui fecero seguito molte e importanti conseguenze.
Certo mi è forte, questo effetto di dejà vu (et nu et connu)
Edoardo Sanguineti, Mikrokosmos
Come avviene nelle famiglie signorili, la nascita del Teatro Stabile di Bologna fu avvolta dalla discrezione.
I plenipotenziari del Piccolo di Milano, che si erano insediati in città già da un mese, furono perentori. Niente strombazzamenti, niente fuochi di artificio. Sì ai giornali perché non se ne poteva fare a meno, purché moderassero la foia tipica della stampa locale. Ricevimento sobrio e inviti controllati, anzi meglio nessun invito, tanto chi doveva sapere sapeva già.
Anche il Governatore mandato da Milano era di basso profilo. Si presentò al rinfresco con una maglia color mattone da ciclista anni Trenta che ricordava quella di Gerbi, il Diavolo rosso. Vincendo la repulsione, le signore lo attorniavano e alitavano: «Direttore… direttore….» Lui precisava: «Sono soltanto un umile artigiano del teatro» – e quelle pensavano che purtroppo era proprio così. Umile lo era senz’altro; visto fuori dalla Sala Rossa del Comune, lo si poteva scambiare per uno di quegli omarelli che aggiustano le serrature, danno un’imbiancata alle cantine, sgomberano solai. Le famiglie se li passavano l’una con l’altra.
– Devo montare due scaffali nella camera dei ragazzi ma non voglio spendere nel falegname per un lavoretto come questo. Hai qualcuno?
– Il signor Ramponi! Sono tanti anni che viene da noi. Sa fare tutto. È rispettoso, gentile e anche un po’ filosofo. Quello che gli dai, è sempre contento. E poi, finito il lavoro, pulisce così bene che non ti accorgi di niente.
Il Governatore si compiaceva di esibire maglie troppo strette che mettevano in risalto le rotondità del suo fisico e giacchette da grandi magazzini. Era convinto che la crisi del teatro riflettesse quella della borghesia, arrivata ormai alle ultime gocce di benzina, altro che classe dirigente (se mai lo era stata). «Persino il Piccolo di Milano», confessava con amarezza ai suoi intimi, «rischia di essere un teatro per borghesi intelligenti. Che bel risultato!» Era necessario suscitare l’interesse delle masse popolari per creare un pubblico nuovo – e preso com’era dalla visione degli spettatori del futuro, quelli del presente non li sopportava più, erano diventati come certe vecchie amanti che si spera di liquidare prima o poi, ma non subito, perché una casa con dentro una mummia mezza viva è sempre meglio di una casa con le ragnatele.
In attesa della palingenesi rivoluzionaria, il Governatore esprimeva il suo rifiuto del pubblico borghese (quello di Bologna, in particolare) esagerando la sgradevolezza del suo corpo molle, il ventre a palloncino, le gambe corte, annegate dentro pantaloni larghissimi, i capelli ispidi e neri sui quali tutte le mattine spalmava degli unguenti che trovava in certe profumerie malfamate.
Alla cerimonia dell’insediamento nella Sala Rossa i deferenti erano numerosi; l’ufficio stampa del Piccolo aveva convocato le categorie più rappresentative, gli avvocati (meglio se con simpatie radicali) i primari massoni (anziani, ancora un po’ inizio secolo), gli esponenti delle cooperative, i dirigenti e soprattutto le maestranze dell’industria motociclistica (Ducati, Morini, Italjet). Quelle erano le masse da conquistare, esuberanti e barbare. Al momento se ne fottevano del teatro, più che altro sognavano di stringere fra le gambe un Settebello 125 carenato per andare a schiantarsi sulle curve della Futa con le loro ragazze in bilico fra il terrore e il piacere.
Com’erano invece fastidiosi quei maggiorenti che continuavano a chiamarlo “direttore”, che s’improvvisavano critici teatrali, che si permettevano di dare suggerimenti:
– Sarebbe bello, direttore, se riuscissimo a portare nella nostra Bologna Renzo Ricci.
– E Gianni Santuccio.
– E la Ferrati!
Li pregustavano. Se li immaginavano nelle loro case ottocentesche con qualche pennellata di moderno, dopo il teatro. Una cena fredda ma sostanziosa e abbondante (perché anche gli attori mangiano, sono uomini e donne come noi, no?). Un buffet, ecco, un buffet elegante e disinvolto che già compilavano mentalmente: galantina, insalata di riso, lasagne, vol-au-vent ripieni di ragù. Qualche padrona di casa sognava di lasciare la sua piccola impronta nella storia dello spettacolo creando un piatto dedicato, per esempio la “gramigna alla Raf Vallone”, che le piaceva anche come uomo. (Un ostacolo: la gramigna non si poteva mica servire fredda).
Il Governatore annuiva a ciascuno e non rispondeva a nessuno. Quando gli si accalcavano troppo intorno, sorrideva e tutti facevano subito un mezzo passo indietro perché lui scopriva una chiostra di dentini pericolosi come quelli di un animale, di una piccola scimmia capace di mordere.
Altri sorrisi molto più cordiali riservava ai lavoratori della meccanica che formavano una macchia di tute azzurro scolorito in fondo al tavolo del rinfresco. Con loro diventava premuroso. S’informava di turni, di stipendi, di tempo libero, poi saltava sul trabattello dell’immaginazione e sotto i loro occhi disegnava un teatro tutto nuovo, tutto per loro, di lotta, naturalmente, non quello solito della classe dominante che ormai aveva rotto (lo diceva piano, con complicità) i coglioni. Le tute non si pronunciavano ne sapevano poco di quel teatro lì – a parte che era troppo caro, per il Comunale o il Duse ci volevano i vestiti adatti. Però avendo i soldi ci sarebbero andati volentieri, certo che sì!
Il Governatore li guardava perplesso:
– Cosa significa questo? Anelano sia pure confusamente ai classici oppure cercano solo uno strapuntino sul vagone della borghesia prima del deragliamento finale?
C’è una grande società dei corpi, e il mio vi è stato introdotto; è entrato nel salone con le sedie dorate.
Virginia Woolf, Le onde
Nonostante l’ambiente della Sala Rossa le fosse del tutto nuovo, Mimì Desderi si muoveva sicura fra gli invitati, tutti a lei sconosciuti. Come una giovane skipper di lungo corso, navigava disinvolta fra i promontori dei signori massicci e gli scogli aguzzi delle signore. Era a mani libere, la sola che non si affannasse col bicchiere, le posate di plastica e il piatto in equilibrio; ignorava gli involtini e il Sangiovese forniti dalle cooperative e tutto sommato anche gli invitati. Gli impresari, i registi e gli scagnozzi del Comune l’affascinavano meno della grande Sala Rossa con i suoi cristalli, gli scranni lucidati dai secoli e i ritratti degli uomini illustri alle pareti. La loro identità misteriosa ne aumentava la suggestione. Quegli occhiacci, pensava Mimì, erano stati testimoni di segreti innominabili, ed era lusingata che ora si puntassero su di lei, soppesandola e spogliandola con il gelo dell’anatomista, il rigore del teologo, il fremito del libertino.
Non ne era intimorita. Aveva sempre desiderato di essere ammessa nel tempio che li custodiva per vincere il senso di oblio che è comune a tutte le piccole attrici.
«Ora io sono qui», ripeteva piano a se stessa – e “qui” significava: nella storia – una storia soltanto cittadina per il momento, ma tutti le dicevano che ancora così giovane…!
Si guardò intorno. Delle attrici, nessuna traccia. Era l’unica. In quella stagione, le primedonne avevano altro da fare, cavalcavano il turbine delle tournée, inseguite dai loro bauli e dai pullman degli ammiratori, capaci di viaggiare una notte intera per godersele ancora una volta dopo lo spettacolo, in camerino, mezze discinte. «Di una cosa sono sicura», pensava la parte cinica di Mimì, «quando sarò una primadonna, col cavolo che andrò a tenere a battesimo un teatro stabile di provincia!»
Diede ancora un’occhiata di conferma: le Donati, le Sarti, le Pizzi e tutte le altre colleghe concittadine non si vedevano. Anche la Zanini, che era tanto portata dai frati dell’Antoniano e aveva fatto la Madonna in televisione il Venerdì Santo. Tutte a casa. Pensò, senza superbia, che era giusto così, visto che lei aveva già lavorato con dei registi “di fuori” – poi, per una stupida storiella (niente a che fare con l’amore) aveva dovuto allontanarsi dalla compagnia, ma sarebbe stata solo una pausa, ne era certa.
Un gessato blu le si parò davanti:
«Finalmente riesco a conoscere di persona la famosa Desderi!»
Era un assessore a qualcosa di complicato che Mimì non aveva mai sentito. Nonostante non avesse niente a che fare con la cultura, l’assessore seguiva il teatro e soprattutto seguiva lei. Aveva visto devotamente tutti i suoi spettacoli e adesso le baciava la mano per rifarsi di tutte le mancate visite in camerino.
– Lei conosce il Direttore?
Strana domanda. Chi lo conosceva? Erano andati a pescarlo nei magazzini più reconditi del Piccolo Teatro.
– Il Direttore avrebbe piacere di salutarla.
L’assessore le fece da battistrada.
La moltitudine dei notabili si apriva come davanti a un commis di Stato che tiene alta una lampada per segnalare la sua missione speciale. A Mimì pareva di vederla, quella luce, ne sentiva anche il calore sulle guance.
Quando si trovò davanti al Direttore/Governatore, il caldo si trasformò in uno sconcerto freddino. La maglia da ciclista era diventata più spessa per il sudore che ricopriva anche la fronte direttoriale in forma di perline.
– Sono contento che tu abbia accettato il mio invito.
Il tu? Il suo invito? Cercando affannosamente una risposta adeguata, a Mimì venne in mente: “Sono forse io, Signore?” Si
trattenne. Ma il Direttore non aveva bisogno di una spalla per proseguire: «Lo sai che sei proprio bravina?» E poi al popolo, col compiacimento del padre che presenta la figliola: «Sì, questa ragazza ha i numeri per fare bene. Vedremo di darle qualche occasione per dimostrarlo.»
Sentendosi molti occhi addosso, compresi quelli del sindaco, Mimì accennò a un inchino stilizzato come faceva durante i ringraziamenti. Tutti sorrisero ammirati; per l’età che aveva, quella comica era molto disinvolta, cioè navigata, vale a dire eccitante.
Il Direttore puntò l’indice su Mimì:
«Bolzano, lo scorso ottobre. Pirandello, “Il giuoco delle parti”, regia Fantasio Piccoli. Lei non lo sa ma io ero in platea… Non mi ricordo più perché ero finito a Bolzano…»
Quindi, ancora al popolo: «… Sì, la ragazza se la cavava molto bene… Signora borghese e al tempo stesso puttana… Una lettura molto lucida del personaggio.»
Quello spettacolo, Mimì se lo era quasi dimenticato. Ricordava solo che la compagnia lo aveva preso molto sottogamba.
«Così giovane e già tanto guitta!», scherzavano i colleghi durante le prove: «Ma fai bene, in provincia si può andare in culo all’autore senza che succeda niente, anche se è Pirandello.»
Invece per il Direttore quello spettacolo era stato la rivelazione di un’attrice dotata di un misterioso istinto critico, fino a quella sera ignoto a tutti (incominciando dalla stessa interessata) tranne che a lui.
Mimì si sentiva nuda, non a disagio tuttavia. Il corpo che esponeva alla cittadinanza non era il suo, ma quello dell’attrice sconosciuta che si nascondeva in lei e che solo il Direttore poteva sondare e assaporare liberamente come nella stanza di un albergo a ore.
L’improvvisa intimità in cui erano entrambi venuti a trovarsi fu interrotta da un brusio. Il cardinale Lercaro, in un primo momento impossibilitato a intervenire, aveva deciso di affacciarsi per fare gli auguri al neonato Teatro Stabile. I bolognesi erano abituati alle sue incursioni; molti sospettavano che in quella disinvoltura si annidasse qualche germe di comunismo, ma si inchinavano a baciargli l’anello perché non volevano passare per atei.
Quando Lercaro si avvicinò a Mimì, qualcuno gli sussurrò: «La signorina è attrice.» E il cardinale: «Brava! Pensi che io, da ragazzo, sono riuscito a vedere Eleonora Duse. Chissà che un giorno non venga ad applaudire anche lei.»
Mimì si genuflesse per baciare il sacro anello; il cardinale si abbassò per sollevarla, sollecito, e dietro di lui comparve la figura del Direttore che fissava la sua nuova creatura dall’alto di un metro e sessantacinque. Parve a Mimì che quegli occhi improvvisamente cattivi la guidassero in ogni più piccolo gesto dettandole l’inclinazione del capo, l’angolo delle ginocchia e l’ampiezza del sorriso; così quando sfiorò con le labbra il sigillo d’argento si rese conto che il suo inchino non la sottometteva solo all’autorità ecclesiastica, ma anche a un altro potere mai sperimentato prima, quasi certamente crudele.
Bisogna controllare i nostri impulsi, ma qualche volta bisogna cedervi.
Jacques Cazotte, Il diavolo innamorato
Non avendo partecipato, come tutto il popolo dei teatranti bolognesi, alla cerimonia fondativa del Teatro Stabile, il mio racconto si basa su quello che mi fece Mimì Desderi nella quale mi imbattei qualche mese più tardi.
Non ci frequentavamo abitualmente. Prima di quell’incontro ci eravamo visti una sola volta, in un caffè e anche allora per caso.
Mimì era conosciuta in città fin da molto giovane, e pur non atteggiandosi a diva sapeva circondarsi di un’aura fosforescente, come una lucciola scaltra che, anziché concentrare tutta la luce nell’addome per attirare il maschio fecondatore, distribuisce i suoi kilowatt intorno all’intera figura.
Durante il nostro secondo incontro tutto si era svolto in modo molto diretto.
«Ho letto un tuo testo», esordì, e disse un titolo che oggi non posso e non voglio ricordare; fortunatamente tutti i miei primi balbettii teatrali se ne sono andati insieme all’adolescenza.
«Stavamo pensando, col regista Regazzoni, di metterlo in scena.»
Per quanto ne sapevo, Mimì ignorava che io esistessi, e i miei copioni circolavano solo nella cerchia ristretta dei drammaturghi segreti.
La Desderi era stata arruolata da tempo in quello che chiamavamo “il teatro ufficiale”, un Moloch ottuso e cinico sprofondato in un materasso di denaro, che noi combattevamo opponendogli un silenzio muto e sprezzante.
Non ero abituato a ricevere proposte e quella di Mimì suscitò subito cinque considerazioni.
a) In quanto militante nelle fila dell’establishment, la Desderi doveva essere, se non cretina, molto ingenua: perché si interessava a un testo concepito per le catacombe dell’avanguardia?
b) Un dubbio: forse nel mio copione le tracce di sperimentazione erano minime e Mimì non le aveva colte.
c) Oppure: le aveva colte ma sapeva che nella messa in scena di un energumeno come Regazzoni sarebbero scomparse del tutto.
d) Una tentazione. Mimì Desderi era molto bella. Guardandola, ripensavo a quando avevo fantasticato di creare la compagnia dalle Scimmie di mare. Che idea macchinosa! I ritocchi estetici e le operazioni chirurgiche che avrei dovuto compiere su quei corpi bislunghi per metterli a norma! Un corso di dizione e recitazione, forse anche di lingua italiana, perché chissà come si esprimevano quegli esseri. “Vermi”, le aveva definite il mio compagno Aldo Chiesa. Era stato precipitoso e crudele gettarle subito nel cesso. Forse col tempo potevano diventare artiste complete come prometteva la pubblicità, ma quanta fede bisognava avere per credere alla loro evoluzione!
Invece Mimì Desderi, oltre che molto bella, era già fatta, rifinita e con tutto il suo corredino vocale e gestuale già pronto.
Immaginavo la tournée. Io avrei viaggiato nel mio vagone personale di autore; sarei comparso ogni qualche replica in palcoscenico a ringraziare, e via per una nuova piazza.
e) Un’altra tentazione. Mimì Desderi era innamorata di me. Non mi sembrava probabile perché era più grande di qualche anno e già saliva con disinvoltura su automobili nere e lucide che io non avrei nemmeno saputo mettere in moto.
Ma le lusinghe sfuggono alla verosimiglianza e alla logica.
Mentre tenevo a bada le tentazioni, percepii accanto a me la presenza di Robert Schumann nel quale a quell’epoca tentavo di identificarmi; cercavo addirittura di stabilire qualche analogia fra le allucinazioni della sua malattia mentale e certe mie piccole fissazioni nelle quali vedevo l’annuncio di un Nuovo che avrebbe rigenerato la mia scrittura così anemica.
Di Schumann ascoltavo spesso il Carnaval, in particolare l’ultimo quadro, “Marcia dei difensori di Davide contro i Filistei”, là dove Davide ero io (supportato da qualche drammaturgo delle salette) e i Filistei nemici della cultura erano il regista Regazzoni, il poeta Mazzoleni che andava in giro con La Fiera letteraria sotto il braccio, il commediografo Cevenini che avvelenava le masse con le sue farse dialettali, il critico teatrale Gavioli responsabile di avere stroncato la prima messa in scena italiana delle Bonnes di Genet (“La commedia non approfondisce la problematica delle lavoratrici domestiche”), e tutta la filiera dei burocrati che decidevano a chi concedere i teatri.
Il campo dei Filistei costituiva, insomma, una solida maggioranza; lo stesso Robert Schumann mi sfidava provocandomi: puoi andare, se vuoi, la causa di Davide non sa cosa farsene di uno come te.Mimì Desderi non aveva fretta che le rispondessi; ordinava una spremuta, chiacchierava col barista, aggiornava l’agendina. Chiese infine un gettone per telefonare, scomparve per qualche minuto, poi uscì salutandomi con un “Ci sentiamo.” La sua proposta se n’era andata con lei. Oppure non era mai stata formulata. Uscii sul marciapiede, nessuna traccia di Mimì.
La bocca fiorita in un mezzo sorriso
E la sua fronte che si lascia leggere
come un libro aperto
Théophile Gautier, La Diva
– Fossi in te, andrei a parlare con Giorgio. Se vuoi, posso prenderti un appuntamento.
– Per dirgli cosa?
– Anche solo per uno scambio di idee. Gli parli di quello che hai fatto, dei tuoi progetti, non so…
Giorgio era Giorgio B*, l’appena insediato Governa- tore/Direttore dello Stabile di Bologna, che la Desderi poteva chiamare per nome da quando era diventata di fatto la prima attrice. Non l’unica; a volte la affiancavano le ali grigie di qualche primadonna, ma erano ombre che passavano veloci e sempre più sbiadite a ogni stagione; Mimì le accudiva come una nipote premurosa che spera di essere ricordata nel testamento della zia ricca. Da giovane previdente, si costruiva un passato di ricordi che avrebbe sfogliato molti anni più tardi nella Casa di riposo per Artisti Drammatici; già aveva incominciato a incollare in un album le prime immagini della sua carriera nelle quali sorrideva, con la protervia del fiore, accanto a Paola Borboni, Pina Cei, Misa Mordeglia Mari e tante altre; foto di scena, ma anche istantanee di vita quotidiana in camerino – attestati della sua precoce iscrizione a un club esclusivo di interpreti.
Al nostro terzo incontro, in lei non c’era più traccia della piccola attrice che saltellava da una compagnia all’altra; adesso aveva gambe solide e un buon tetto sulla testa, e come tutte le nuove padrone di casa ci teneva a mostrarmi il suo appartamento nuovo.
– Guarda che Giorgio non è come sembra. In città gli fanno la guerra per motivi politici; dicono che sa parlare solo di cifre, statistiche e abbonamenti, ma non hanno la minima idea di cosa sia un teatro pubblico, zotici e provinciali come sono! Certo, a lui non piacciono i venditori di fumo, gli autori che scrivono contemplando il proprio ombelico – quelli li sega subito… Ma è logico… se uno vuole costruire un teatro civile, impegnato… un teatro concreto, come dice lui… è inutile andare a proporgli degli spettacoli… non so… simbolisti, futuristi e cose
simili. La Desderi venne colta dal dubbio che il drammaturgo ombelicale mi assomigliasse. Aveva ragione, lo pensavamo tutti e due.
– … Comunque Giorgio è molto aperto verso i giovani autori. Abbiamo appena contattato il vincitore dell’ultimo Premio Riccione… cioè gli ha parlato lui, io lo accompagnavo..
– Pensa che ha solo ventidue anni, un ragazzo… Si chiama… Candini… Candiani…?
– Non so, non seguo il Premio Riccione.
– E sbagli. Tu scrivi bene, ma hai scelto una strada che non porta a niente; le cantine, i teatrini… è proprio un volersi tagliar fuori da soli. Se io sapessi scrivere come te parteciperei a tutti i premi teatrali. E andrei a parlare con Giorgio.
Perché insisteva tanto?
In un racconto di De Musset, una nobildonna veneta di alto casato s’innamora di un giovane pittore maledetto e pieno di talento, Pomponio Filippo Vecellio, figlio del grande Tiziano, chiamato prosaicamente Pippo dagli amici (che secondo me è una stonatura in un racconto costruito su una delicata ragnatela romantica). Non si capisce se la giovane ami più l’uomo o l’artista; forse il secondo, anche se in questi casi è difficile distinguere. Certo è che Beatrice Donati (questo il nome dell’intraprendente ragazza) agisce con un duplice intento: sedurre Pippo, recuperarlo alla pittura e restituire alla Repubblica Veneta un artista che si sta distruggendo col vino, le puttane, le bische e le risse.
La strategia di Beatrice poteva assomigliare vagamente a quella di Mimì Desderi, ma le discrepanze erano troppe.
Del mio eventuale talento, non poteva avere la minima idea. La mia vita era tutt’altro che dissoluta.
Mancava il movente amoroso.
Quanto a Bologna, non era una repubblica, stava benissimo con la sua rete di cooperative in espansione e non aveva nessuna passata grandeur da recuperare.
Forse Mimì voleva solo mettere alla prova il suo piccolo potere così come il fattore di un’importante azienda agricola fa costruire un nuovo recinto per le galline senza avvertire il proprietario.
Le dissi che ci avrei pensato, e preparai la partenza.
Capitolo ottavo
Che è poco più di un elenco di nomi.
Le anime volarono via dai loro corpi
– volarono alla beatitudine o alla dannazione;
e ogni anima mi passò accanto sibilando.
Coleridge, La ballata del vecchio marinaio
Nessuno sa con esattezza chi è, anche se ci pensa tutte le mattine. A maggior ragione non lo sapevano quegli anni così superficiali. Certo non pensavano che un giorno sarebbero diventati oggetto di convegni, tesi di laurea, inserti vintage sui rotocalchi; non potevano immaginare che le televisioni, tanti anni dopo, avrebbero setacciato gli ospizi alla ricerca di qualche testimone dei “mitici Sessanta” per restaurarlo e mandarlo a spegnersi nell’ultimo show fra le braccia di una conduttrice.
Io dico anni, in realtà sto parlando di uno in particolare. Oggi, tutti lo chiamano 1962, ma è una convenzione
Si dice 1962 e si crede di aver detto tutto. Quelle quattro cifre, apparentemente così semplici, erano solo una facciata dietro cui si intrecciavano eventi che facevamo fatica a collegare al nostro quotidiano. Eventi lontani e vicini. Il New Deal di Kennedy e il primo happening alla galleria de’ Foscherari; la morte di Mattei e il matrimonio a sorpresa della Dida Masetti, non ancora diciassettenne, con uno sconosciuto che l’aveva messa incinta al primo colpo.
In quel tempo, il mondo era smisurato e pochissimo esplorato; gli eventi giungevano a noi da un oceano farraginoso affiorando solo in parte. Non avevamo nessuna voglia di tuffarci in quelle acque dalla profondità incerta, preferivamo analizzare quello che ci riguardava molto più da vicino – la Dida Masetti, per esempio, e il Teatro Stabile, due istituzioni dai destini opposti: la prima era capitolata per mano di un avventuriero misterioso proprio mentre nasceva la seconda istituzione ad opera di una potenza estranea e imperialista che certamente ci avrebbe eliminati.
Le riunioni nelle salette si diradarono spontaneamente fino a che non spirarono del tutto con la naturalezza di chi muore nel sonno.
Quando i drammaturghi si incontravano, ormai solo per caso, alludevano vagamente a una stagione comune, ma molto lontana e malinconica come quelle trascorse al mare, da bambini, quando l’agosto poteva sconfinare serenamente nel settembre perché la scuola era ancora lontana.
I drammaturghi passavano la maggior parte del tempo chiusi in casa a fare congetture sul loro futuro, tentando, per quanto possibile, di prevederlo e di esorcizzarlo.
Giuseppe Bardi. Scriveva atti unici di un anticlericalismo tormentato.
Sposò una ragazza troppo vivace per lui, che morì in giovane età lasciandogli due figli. Schiacciato dal lutto e dalle responsabilità, Bardi cercò riparo nella fede e nella politica. Divenne consigliere comunale della Democrazia Cristiana, corrente Donat-Cattin.
Piergiorgio Sani. Antropologo culturale, il teatro lo interessava solo come strumento di divulgazione. Soggiornò per due anni negli Stati Uniti dove entrò in contatto con alcuni esponenti dei Black Panthers e incominciò a scrivere delle brevi pièce politiche. Durante la pubblica lettura di un suo testo, un attivista nero gli gridò che i bianchi progressisti come lui facevano cagare più di quelli del Ku Klux Klan. Tornato a Bologna, divenne un barone universitario fra i più inflessibili.
Gianni Bergamini. Fra i drammaturghi delle salette era il più marxista. Il suo dramma “Vita e morte del ribelle Barbanera” incominciava con l’entrata in scena di un capo partigiano ferito. “Cazzo!”, esordiva, “Valeva la pena di farsi ammazzare per finire insieme a questi merdosi?” (I fascisti che all’ultimo momento erano saltati sul carro dei liberatori) “Ma io ci piscio sopra!” Deponeva il mitra, voltava le spalle al pubblico, si sbottonava la patta e urinava su un muretto che doveva rappresentare l’abside di una chiesa.
Il Partito storse il naso. La linea togliattiana era chiara; con la Chiesa bisognava andarci piano: via libera alle polemiche con le alte gerarchie cattoliche, ma attenzione alla sensibilità delle masse cattoliche. Bergamini era ligio alla disciplina di partito, e dopo un serrato dibattito accettò di sostituire l’abside con un cespuglio rimediato all’ultimo momento. Anche se così, recriminava l’autore, la scena perdeva molto del suo impatto.
Morì prima di vedere la sua unica nipote, Tatiana Bergamini, eletta Miss Padania-Emilia Romagna, e poi deputata nella Lega di Salvini.
Pierino Delcolle. Era fissato con l’Opera di Pechino. Dopo aver visto La destituzione di Hai Rui aveva ripudiato tutto il teatro occidentale.
Lo incontrai un anno dopo che si era sciolto il gruppo dei drammaturghi. Lavorava per l’ufficio stampa del PSDI. “Visto che non si può fare la rivoluzione”, filosofeggiò, “tanto vale pararsi il culo.”
Mi confidò di aver sposato una donna molto più alta di lui ma di essersi pentito perché la casa era troppo piccola per tutti e due.
Ornella Lanfranchi. L’unica donna che frequentava saltuariamente il gruppo. Pittrice, aveva realizzato per noi qualche scenografia, sempre bestemmiando per la mancanza di soldi. Di famiglia facoltosa, poteva permettersi lunghi soggiorni a Parigi dove frequentava Novella Parigini. Una notte, la famosa pittrice le aveva mostrato, in estrema confidenza, alcuni scritti autografi di D’Annunzio da lei gelosamente custoditi. Ornella, insonnolita, disse che non gliene fregava un cazzo. Di qui, la rottura con la Novella e il ritorno a Bologna.
Raimondo Toscani Dell’Orto. Evitavamo di coinvolgerlo nelle nostre pubbliche letture perché plagiava le commedie di Aldo De Benedetti. Il rischio di sputtanamento era alto. Cercavamo di spiegargli che quella roba non c’entrava niente con la sperimentazione. Lui sorrideva senza ascoltare e sproloquiava di un teatro “leggero come lo champagne”. Gli piacevano quelle signore sinuose, fintamente ingenue, e quegli uomini di mondo che cadevano nelle trappole amorose come dei liceali. “Bisogna capire”, ripeteva, “sotto una superficie frivola, in quel teatro degli anni Trenta c’era un mondo pieno di valori.”
Gli sembrava una riflessione critica importante e si riprometteva di scriverne un saggio. “Ecco, sì…”, dicevamo noi, “è un’ottima idea”.
Si proclamava monarchico per ragioni di famiglia – ma liberale, precisava. Il craxismo gli fece scoprire di essere anche socialista e quando il PSI s’impadronì del teatro italiano divenne un manager itinerante. Non c’era regione in cui Raimondo Toscani Dell’Orto non fosse appena stato (o fosse sul punto di diventare) condirettore di un Teatro Stabile.
La rai gli commissionò la sceneggiatura per un documentario su Garibaldi.
Mario Arduini. Non si sa come, divenne amante di una primadonna in ascesa che scatenò un putiferio per farlo debuttare nella regia. Ma il regista non valeva nemmeno un quarto dell’amante, e la primadonna in ascesa gli saltò agli occhi fin dalle prime prove stroncando una carriera incerta e una passione che poteva durare ancora qualche mese.
Santo Musumeci. Ogni scenografia gli sembrava uno sfarzo scenico che lo mandava in bestia. “Cosa cazzo mi rappresentano tutti quei mobili? Siamo mica nel negozio di un antiquario! E quegli alberi dietro le vetrate? Me ne fotto se sono i ciliegi della minchia di Cechov, non servono!” “Datemi due riflettori, un praticabile e un attore”, minacciava, “ve lo faccio vedere io il grande teatro!” “Brecht!”, concludeva, come un imperativo e un anatema. Il tempo lo rabbonì. Si dedicò al teatro per l’infanzia. Le madri lo guardavano con sospetto, ma i bambini ridevano molto.
Flavio Manunza. Essendo poeta, si sentiva in dovere di scrivere teatro in versi. Noi tentavamo di dissuaderlo. “Non se ne parla”, rispondeva, ” è una questione di coerenza.” Quando uscì il teatro completo di Mario Luzi, smise e non pubblicò nemmeno la sua annuale raccolta di poesie.
Aldo (“Dado”) Fantinel. Compilava drammi storici ambientati a Bologna documentandosi per mesi in biblioteca. Per puro caso, vide uno spettacolo del Living theater, credo fosse Mysteries. La violenza che si sprigionava da quei corpi silenziosi lo aveva lasciato tramortito, al punto che era rimasto seduto da solo nella piccola platea quando tutto il pubblico era sfollato. Dopo molto tempo – così gli parve – si stropicciò gli occhi come uscendo da un sogno e si trovò di fronte Julian Beck che lo guardava incuriosito e gli chiedeva: «E tu cosa ci fai qui?.» Il turbamento fu tale che Fantinel non ricorda il seguito; probabilmente rispose qualcosa come: «Non so… io voglio soltanto seguire te, maestro.» Scomparve per anni. Di lui giungevano rare notizie. Si diceva che peregrinasse insieme alla tribù del Living con il compito di gestire le sostanze, visto che aveva una laurea in medicina.
(Continua)
Leggi le puntate precedenti:
1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token
6ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23156