
Capitolo quinto
Sugli imprevedibili mutamenti di clima e di umori in una tranquilla città.
Il Puer non vuole mai essere cacciato dall’Eden, perché là conosce il nome di tutte le creature, perché là i frutti crescono sugli alberi e basta allungare la mano e coglierli.
James Hillmann, Puer aeternus
Il sonno del poeta era lo stesso in cui giaceva la città: una polverina impalpabile proveniente dal colle di San Luca e pompata da un respiro regolare, si insinuava fino nei vicoli più stretti, nei portoncini più inchiavardati, nelle serrature più sgangherate degli umili, ma si spandeva anche nelle belle piazze accoglienti e lungo le vie più ariose e passeggevoli. Sollecita e democratica, la polverina del sonno non si negava a nessuno, per il godimento sia individuale sia collettivo, perché niente è più confortante del vivere in una comunità adagiata nello stesso unico giaciglio protetto da una cinta di mura medioevali.
La polverina non aveva effetti indesiderati, il sonno che generava era leggero e di ottima qualità, così che i bolognesi potevano svolgere le loro incombenze come se fossero svegli – anzi, quello stato di sopore sviluppava in molti un incosciente ottimismo: gli imprenditori creavano le loro piccole imprese anche senza capitali, i letterati fondavano riviste d’avanguardia piluccando sovvenzioni alle poetesse anziane, i nottambuli si arrampicavano sulle guglie gotiche per stupire gli amici. Tutti pensavano che nessuno si sarebbe fatto male davvero; esisteva il sentimento dell’abisso, ma l’eventuale caduta sarebbe stata solo una parentesi, l’apnea di un istante, come sulle montagne russe, quando la carriola, dopo una noiosa salita da beghina, ti precipita in un terrore ridicolo prima di ritornare alle colline del tran tran.
Sui giovani drammaturghi la polverina agiva con più forza che sugli altri abitanti. A volte sembrava che qualcuno fosse consapevole di quell’aura di sonno e confessava: «Non so perché, ma da qualche tempo mi vengono solo delle commedie oniriche.»
L’onirico, di solito, erano i morti, parenti litigiosi che il drammaturgo ripescava dall’aldilà per riprendere antiche beghe familiari, oppure giovani della Wehrmacht caduti sulla linea Gotica coinvolti in drammatiche storie d’amore .
Questi nazisoldati erano sempre problematici: che colpa ne avevano se a dieci anni erano stati inquadrati nella Hitler- Jugend? Avevano incominciato ad aprire gli occhi dopo l’incontro con una ragazza italiana molto bella (a volte staffetta partigiana). Ma la storia non poteva durare più di tanto perché una granata veniva a interrompere l’amore e la presa di coscienza.
I giovani nazisti quasi redenti erano immersi in flash back a forti tinte, con le bende intrise di sangue, le trincee, le mitragliatrici, i botti che simulavano le bombe e la truppa che correva avanti e indietro per la scena gridando: «Achtung… Schnell… Schnell!» – e poco altro, visto che l’autore non masticava il tedesco, ma non aveva importanza perché non è che sotto le bombe si possono fare tanti monologhi.
Poi la battaglia s’interrompeva di colpo, i soldati smettevano di correre avanti e indietro e si pietrificavano come statue (per significare che erano tornati alla loro condizione di morti).
«Ma non così stravaccati, non siete mica al bar!”», gridava il regista. «Più tensione!… Serrare le chiappe!… Non fate i furbi, si vede benissimo che siete molli! L’attore deve stringere il buco del culo, quante volte ve l’ho detto!… Voglio dei corpi dilavati, calcinati dalla guerra!.»
E ancora rientrava in scena la ragazza italiana che si avvicinava al soldato tedesco, sospettosa ma democraticamente aperta al dialogo.
Le attrici giovani si trovavano a loro agio nei flash back e nell’onirico (che a teatro sono spesso la stessa cosa). Il nero sfilava le loro silhouette, e l’onirico le snelliva spiritualmente. Invece gli attori maschi erano a disagio in quella rarefazione.
Il peggio era quando si organizzavano delle prove aperte per qualche classe di liceali in libera uscita; bastava un titolo come L’uccellino azzurro, di Maeterlinck, per attivare eccitazioni nascoste sottopelle.
Stimolato dalla platea adolescente, il regista si esibiva e infieriva sugli attori maschi:
– No, guarda, non ci siamo… Ti sento ancora troppo presente, come dire?, sei troppo qui… Tyltyl e Myltyl sono due fratellini che si avventurano in un mondo fantastico alla ricerca di un uccellino introvabile… Due creaturine disegnate da una matita leggera leggera…
– Troppo qui in che senso?
– Troppo presente, troppo massiccio! Guarda come tieni quei piedoni piantati sul palcoscenico! Cerca di essere più altrove… Quanto pesi?
– Ottantasette.
– Non c’è niente da fare, si vedono tutti. Manca l’illusione… Il pubblico dovrebbe credere che ne pesi la metà. Anche la voce è tanta, troppa, non siamo mica alla Scala… Tyltyl, il tuo personaggio, è un bambino che si perde in un mondo incantato con la sorellina. Io vorrei chiudere gli occhi e sentire due voci sottili come sonaglini… (Recitando, in un falsetto impudico): Myltyl?… Myltyl…? Dimmi, Tyltyl…» Senti? Dev’essere tutto un cinguettio. In questo spettacolo, i veri uccellini siete voi. Su, riprendiamo…
Consapevoli che i loro corpi così padani non si sarebbero mai alleggeriti di un etto, gli attori lavoravano di lima sulle voci cercando di assottigliarle, di renderle simili a quelle delle colleghe che al regista piacevano tanto, ed era tale l’impegno che i loro nasoni finivano per appuntirsi come becchi e gli occhi diventavano vitrei.
«Siete inguardabili», diceva il regista.
Ora l’Umanità è tutta agitata, di notte come di giorno, un impellente, spaventoso stato di veglia sfavilla i sensi eccitati.
Stephan Zweig, Il mondo senza sonno.
L’interruzione del sonno cittadino non giunse improvvisa come quelle che ti fanno saltare sul letto. Per qualche tempo il risveglio fu preceduto da un brontolio appena percepibile. Qualcuno che aveva le orecchie fini disse: «Secondo me viene dal nord.» Tutti si strinsero nelle spalle: «E con questo? Qui a Bologna siamo in ottimi rapporti con il nord. Molti pensano addirittura che il nord siamo noi.»
Mentre il brontolio diventava ogni giorno più percepibile, la polverina del sonno prese a scarseggiare; come una terra da vigna troppo spremuta, il colle di San Luca stentava a mantenere lo standard di produzione. La stessa Madonna del santuario, quella volta all’anno che scendeva in città, non sorrideva più come nel primo dopoguerra; si vedeva che per lei quel fine settimana in duomo era un supplizio che accettava per puro senso del dovere.
Quando anche ultime scorte di polverina incominciarono a calare si dovette ricorrere al razionamento e i bolognesi furono costretti a passare molte ore della giornata in uno stato innaturale di veglia.
Apparentemente la vita quotidiana si svolgeva come sempre, ma l’assenza della polverina del sonno rendeva nevralgico ogni contatto. I coniugi, improvvisamente imbizzarriti, si saltavano agli occhi per una parola fuori posto; bastava un niente, e la zuppiera della domenica fumante volava contro il muro che si riempiva di schizzi e chiazze grondanti un sugo macabro. Sui luoghi di lavoro, l’uscita dall’ipnosi abituale metteva a nudo la durezza degli imprenditori e la rabbia dei sottoposti, fino a quel momento inconsapevoli. I vecchi padroni dai bianchi capelli non distribuivano più le pacche emiliane sulle schiene degli operai; entravano nel piazzale con l’Alfa a tavoletta e se arrotavano qualcuno scendevano tirando madonne e verificavano i danni alla carrozzeria.
Un’asprezza dolorante si era impadronita di tutti i centri vitali della città. Nei pubblici locali, nei caffè, nelle pasticcerie, nei night club, ci si andava solo per attaccar briga: sul servizio che faceva schifo, sui prezzi delle consumazioni (una rapina da arresto immediato); perfino le entraineuse, quelle stesse che fino a una settimana prima spalancavano con le loro manine le porte del sogno, sembravano vecchie battone da rifilare al terzo mondo come faceva la Olivetti con le macchine per scrivere riciclate.
Nei mercati, i pescivendoli e i verdurai minacciosi andavano sotto il naso delle clienti impugnando capitoni e cavoli:
«… E questo secondo lei non sarebbe fresco? Lo ripeta!…»
Ai quali le signore tenevano testa: «Ho sempre pensato che lei fosse un farabutto, oltre che una bestia! Adesso chiamiamo i vigili.» – perché le difficoltà della veglia forzata avevano contagiato anche i modi della buona borghesia.
Poi, mentre dormivo, avvenne il cambiamento.
H.P. Lovecraft, Dagon
Quasi nessuno era abbastanza lucido per interrogarsi sulle cause di quel turbamento collettivo. Pochi, azzardando, le facevano risalire a una recente eclissi totale di sole dalle conseguenze imprevedibili;
Antonioni ne aveva tratto ispirazione per uno dei suoi film peggiori;
qualche temerario aveva sfidato il fenomeno senza gli appositi vetrini e ci aveva rimesso gli occhi;
una dozzina di depressi si erano tolti la vita convinti di essere sprofondati nel buio eterno;
non erano mancate clamorose di grandi delinquenti;
molti animali domestici, durante i pochi minuti dell’eclissi, si erano trasformati in belve feroci – una sindrome che aveva colpito anche diversi bambini.
Dunque, si congetturava, era possibile che l’eclissi avesse determinato, oltre ai noti fatti di cronaca, anche quell’aggressività diffusa che ammorbava la vita cittadina.
Ma gli unici che leggono in trasparenza il presente per cogliervi i primi filamenti del futuro sono sempre gli artisti, così i teatranti erano sicuri che la spiegazione fosse un’altra: l’eclissi non c’entrava niente: da qualche tempo incombeva su Bologna la grande ala di un’Entità il cui nome veniva pronunciato con timore da tutti, artisti e profani: il Piccolo Teatro di Milano.
Erano spuntati in città i suoi primi Ispettori. Cercavano di non farsi notare ma saltavano agli occhi i loro gabardine beige volutamente stropicciati e le camicie azzurre su cui risaltavano i rigoni delle cravatte regimental, viola e arancione, fragola con verde e nero, blu notte tagliato di zabaione, e altri cromatismi che facevano dire ai bolognesi: «Quello lì, o è un cretino o è qualcuno che conta.»
Gli Ispettori guardavano spesso l’orologio, non vedevano l’ora di terminare la loro missione per tornare a Milano. Guardavano l’orologio anche quando un critico del Comune li guidava in una visita istituzionale nelle sale della Pinacoteca; gli sorridevano come a un brav’uomo e intanto lo sospingevano nella sala seguente.
«… La pittura dei Carracci contribuisce in modo determinante all’uscita dalla crisi del Manierismo…»
«Va bene, va bene… Qui avete anche del Guido Reni, vero?»
«Sì, certo…»
«Allora passiamo a Guido Reni, che è tardi.»
Anche i ristoranti li innervosivano. Sceglievano con una certa diffidenza i più esclusivi e scorrevano in fretta le colonne delle gramigne e degli strichetti, delle cotolette e delle galantine, ma alla fine ordinavano sempre un piatto di bresaola, a quei tempi sconosciuta fuori Milano. Di fronte allo sgomento del cameriere, e al gestore che andava a scusarsi tagliavano corto:
«Va bene, va bene… Ci porti due fette di ananas.»
Gli Ispettori si spostavano sempre in coppia, anche quando scivolavano con discrezione nei piccoli teatri della città (il vero obiettivo della loro missione). Sedevano sempre in ultima fila. Spesso li accompagnava un partito, il PCI o la DC, o il PSI, a rotazione.
Gli attori si accorgevano subito se in platea sedeva qualche Ispettore; a parte le cravatte li si notava perché tenevano sempre a portata di mano una penna e un taccuino. Dal palcoscenico, gli attori non li perdevano di vista (nel caso prendessero appunti o addirittura annotassero qualche nome!), e finivano per recitare peggio del solito, ma erano patemi inutili, perché gli Ispettori non trovavano mai niente di interessante da annotare e quello che pensavano se lo comunicavano con certe occhiate in milanese stretto, indecifrabile nella penombra.
Quando gli Ispettori rientrarono al Piccolo di Milano e lessero la loro relazione sulla vita teatrale a Bologna, Paolo Grassi impugnò il suo tagliacarte d’argento e disse solamente: «Vabenevabenevabene.»
Tutti si alzarono e uscirono perché quello era il segnale di fine riunione.
Gli Ispettori sapevano stare al loro posto. Il teatro l’avevano sotto gli occhi tutto il giorno ma non potevano assaggiarlo, come i fattorini delle pasticcerie che vedono le torte solo nelle vetrinette dell’esposizione.
Per quanto abituati alla irrilevanza, gli Ispettori si sarebbero aspettati qualche parola di apprezzamento, almeno pro forma, ma in quel caso la loro relazione era solo decorativa; sarebbe stata inviata al Ministero dello Spettacolo per buon peso, insieme a molte altre carte inutili.
Perché tutto era stato deciso altrove.
(Continua)
Leggi le puntate precedenti:
1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125
4ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23138
5ª puntata http://5ª puntata https://radiospazioteatro.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=23148&action=edit&calypsoify=1&block-editor=1&frame-nonce=22422974b9&origin=https%3A%2F%2Fwordpress.com&environment-id=production&support_user&_support_token