
Capitolo terzo
Nel quale fa il suo ingresso un personaggio apparentemente collaterale (ma chi può dire quali sono gli incontri davvero importanti della vita?)
Il potere di questa donna è terribile; non ha che da fare un gesto, e la sua volontà si compie; basta che dica: quest’uomo mi irrita, e quest’uomo sparisce dalla scena del mondo.
Pétrus Borel, Madame Putiphar
La Lettrice comparve all’improvviso e senza una ragione apparente. Non fu proprio un’imboscata – certo mi colse in un momento delicato, forse il più delicato, quello in cui un drammaturgo è impegnato a borbottare compiaciuto il suo copione. Per di più, stavo rileggendo uno dei passaggi più fatui del mio testo, la prova microfono del conduttore televisivo Slim, che raccontavo in versetti.
La voce di Slim scende giù in basso, spolpando la cronaca all’osso
insinuandosi in ogni rececsso
palpeggiando ogni privato abisso
di ogni singolo spettatore. Questo è il segreto
di Slim sommozzatore.
– Allora, va bene la voce? – Cazzo se va bene:
sono già svenute in quattro: una panettiera
un’ostessa
un’avvocatessa
e una pitonessa della televisione di quartiere.
La Lettrice scosse il capo con grazia: «Non m’intendo di teatro.»
Sorrideva indulgente. Se Julia Kristeva finisse, non si sa come, nella giuria di un concorso letterario per i ragazzi delle banlieue, sorriderebbe allo stesso modo.
Era una Lettrice nera. Come genere, dico; non di un nero integrale, perché sulla sua figura c’era qualche schizzo di colore, una cintura rossa morbida e un gilè di pizzo su cui fiorivano ranuncoli verdi. Anche il rossetto era verde. Forse si dedicava alle scrittrici nordafricane. Forse con alcune era anche in corrispondenza. Forse organizzava circoli di lettura ad alta voce.
Queste mie congetture eludevano le questioni più importanti.
Ci eravamo mai conosciuti? Perché si trovava nella mia stanza? Come in certi gialli di Ellery Queen, la porta chiusa dall’interno non presentava segni di effrazione. Non poteva essere entrata. Forse era stata sempre annidata lì, e soltanto quella mattina ne avevo registrato la presenza: era possibile, considerando la mia capacità di ignorare le cose che non m’interessano – per alcuni anni ero riuscito a non vedere due grandi quadri appesi proprio di fronte alla porta d’ingresso.
Lettrice stava alle mie spalle, aveva indossato un paio di occhiali dalla montatura rossa e si concentrava sullo schermo del computer.
Mi sentii in dovere di spiegarle. Il testo che stavo scrivendo non era tutto così. Alcune parti davano sullo stupido, ma almeno non erano in versi. Provavo a rassicurarla: di solito non giocavo con le strofette e le allitterazioni, ma il soggetto pop di quella pièce mi aveva preso la mano: un tycoon paranoico che si allea con una crudele prostituta giapponese per spacciare sui mercati mondiali gli occhi dei tonni.
«Non si preoccupi, non ha importanza», sorrise.
«Credo che si intitolerà Occhi di tonno.»
«L’avevo immaginato.»
Per la Lettrice, quasi nulla aveva importanza e in particolare ciò che mi riguardava. Tutte le parole che avevo letto e tutte quelle che avrei potuto scrivere se le era già immaginate. Ne ebbi la conferma nei giorni seguenti. Girellava per la stanza, sceglieva un libro a caso dagli scaffali, sfogliava qualche pagina e annuiva con un sorriso che significava: «… Come prevedevo!»
Sedeva su una piccola poltrona di fronte al mio tavolo e mi osservava con la pazienza di una donna che ha alle spalle un passato straordinario e troppo complesso per essere raccontato, soprattutto a uno come me.
Mi sorvegliava come un’istitutrice esperta che incoraggia i suoi bambini ma non scommette mai su questo o su quello perché sa bene quanti se ne perderanno per strada – pratica- mente quasi tutti.
È molto difficile scrivere sotto il tiro di due occhi prensili che aspettano soltanto di leggere, così in breve imparai a far solamente finta di lavorare a quegli Occhi di tonno che avevano provocato la repulsione della Lettrice – e quindi, in me, la vergogna per essere stato sorpreso nella flagranza di un atto letterariamente impuro:
La voce di Slim scende giù in basso,
spolpando la cronaca all’osso
insinuandosi in ogni recesso…
Avrebbe potuto dimenticare, la mia dirimpettaia, il ghigno di quei versetti? Certamente no. Sembrava il tipo che prende tutto sul personale: capacissima di pensare che li avevo scritti contro di lei, per sfregio.
Quando alzavo la testa dal mio lavoro simulato provava ad avviare qualcosa di simile a una conversazione:
«Ha letto Macchinosi passaggi a vuoto, di Mario Pellegrini?»
«… Credo di no»
«È un romanzo molto psicanalitico. Pellegrini cura quasi maniacalmente la psicologia dei suoi personaggi.»
«Non lo conosco.»
«Dovrebbe leggerlo. In teatro la psicologia dei personaggi è la chiave di tutto, no?»
Potevo risponderle che per me i personaggi erano solo delle escrescenze procreate da un unico grumo indecifrabile e maleodorante? No, non potevo, le lettrici di questo genere hanno il disgusto facile.
Mi ero sempre tenuto lontano dalla macchina che sforna i personaggi. La immaginavo come un enorme paiolo, collocato chissà dove, che da tempo immemorabile bolliva una broda in cui piovevano detriti sentimentali, freudismi, autoanalisi, confessioni, retropensieri, verità inconfessabili, insomma tutti gli ingredienti di quella sbobba che viene chiamato psicologia del personaggio. Non so per quale processo chimico quelle sostanze si combinavano e lievitavano finché non assumevano forme di varia grandezza, dal metro e cinquanta al metro e novanta. Quando raggiungevano una dimensione umanoide si staccavano e risalivano in superficie.
Questi, per come li conoscevo io, erano i personaggi: mamozzi inerti che mi giravano per casa.
Fumavano e si esprimevano a monosillabi. Forse aspettavano istruzioni. Ogni tanto gettavano un’occhiata fuori dalla finestra, allora subito cercavo di rianimarli come quegli in- segnanti che cercano di vivacizzare la lezione in tutti i modi. La finestra: il paesaggio che vedevano era solo la minima parte di un mondo formato da mari, montagne, pianure e città nelle quali erano sparsi miliardi di uomini e un numero imprecisato di teatri.
«Ah, ecco!…» dicevano i mamozzi.
Solo questo. E aspettavano. Che cosa? Che li aprissi in due per sondare la loro complessità?
All’inizio ero caduto nella trappola. Appena arrivavano, me li studiavo da ogni parte. Li assillavo con una quantità di domande. Cercavo traumi passati, malinconie sommerse, fragilità, pulsioni, e magari anche qualche episodio oscuro, ignoto a loro stessi.
Tutto inutile, erano vuoti come neonati. Così grandi e grossi non sapevano far niente. A volte, qualcuno mi fissava con un’intensità insolita e subito io mi illudevo come uno scemo che quell’involucro di uno e ottanta fosse meno vuoto degli altri, invece voleva soltanto scroccare l’ennesima sigaretta.
Un giorno, decisi di farla finita con la psicologia dei personaggi. Mi sentii sollevato. Continuavo a usarli, natural- mente, perché purtroppo erano necessari, ma avevo imparato a non farmi fregare. Quando ne arrivava uno nuovo, gli davo un’occhiata sommaria e lo spedivo insieme agli altri in una stanza che avevo adibito a deposito. Per non finire subito nel mucchio, alcuni facevano i furbi e mi mostravano una scheda con un breve profilo psicologico sul genere di: “Raimondo, trentacinque anni. Carattere pensoso tendente allo spleen che maschera con una conversazione brillante. Talvolta riaffiora in lui il bambino di tanti anni prima…” Non ci cadevo più, il mio cuore si era indurito. Nonostante le proteste, anche quel ruffiano finiva nello stanzone con tutti gli altri Raimondi e i loro bambini interiori.
La voce del mio brusco cambiamento nei rapporti con i personaggi si diffuse fra i teatranti dei dintorni. Alcuni incominciarono a parlare senza mezzi termini di maltrattamenti. Non avevano tutti i torti, qualche volta perdevo il controllo sul serio.
Mi accadde con un personaggio femminile, anche lei col suo foglietto di presentazione: “Assunta, venticinque anni. È vestita da popolana con qualche pretesa di eleganza. Capelli rossi, grandi occhi neri”. Non era un profilo peggiore di tanti altri, ma mentre lo leggevo Assunta ebbe l’infelice idea di intonare a bassa voce “Jesce, jesce sole!”. Voleva solo farmi sentire la sua vocina intonata, povera ragazza, ma reagii male, stracciai la scheda e la trascinai nello stanzone comune senza dir niente. Mi dispiaccio ancora oggi di quell’eccesso dovuto all’esasperazione.
La Lettrice aveva aspettato che uscissi dalle mie divagazioni. «… E Un soffio di cenere, di Donata Rossetti, lo ha letto?» «No.»
«L’ho finito ieri.»
«Psicoanalitico anche questo?»
«Sì, ma con un taglio molto diverso rispetto a Pellegrini. Psicanalitico-malizioso, direi. A incominciare dall’incipit, che è divertente. ‘Snella e arruffata, Delia stava sbucando dal caposcala con in mano una tazza di tè. La sua vestaglia gialla, priva di cintura, era lievemente sollevata sul retro da una dolce arietta mattutina…’»
«Che memoria.»
«Veramente questa immagine dovrebbe appartenere alla memoria comune, in un certo senso.»
La Lettrice sottolineava molto i corsivi, un artificio che le veniva spontaneo. Forse certe parole le pensava direttamente in corsivo.
Ma io non le sembravo abbastanza divertito, questo la indispettì.
«Ho solo detto che è una trovatina graziosa, non un capolavoro! Forse non se n’è accorto, ma Delia compare in cima alle scale proprio come Buck Mulligan nell’Ulisse: lui regge una ciotola piena di schiuma da barba, lei, invece, una tazza di tè. Mi divertiva il calco joyciano in chiave ironica, tutto qui!»
Non mi venne da rispondere niente.
Nemmeno questo le fece una buona impressione.
La Lettrice aveva una predilezione per gli incipit, credo che le piacesse anche la parola. L’incipit era il semino (lo disse abbassando appena gli occhi) che conteneva virtualmente l’intera storia. Lei la pensava proprio come Malamud: “Storie, storie, storie. Non esiste altro!”. «Altrimenti è solo stile, aria fritta», aggiunse di suo. Detestava gli autori del nouveau roman, che praticavano la strage programmata delle storie. Per informarsi, ne aveva letti un paio, ma le davano una sofferenza quasi fisica: «Sa cos’è? Mi fanno pensare a quei pittori che non riescono a dipingere le persone, così dipingono sedie.»
Si rabbuiò leggermente: purtroppo in certi casi il semino non germogliava; un suo amico molto caro (solo amico, precisò abbassando ancora gli occhi) scriveva degli incipit che accendevano in lei un desiderio spasmodico di storie. Invece, dopo cinque o sei righe, stop, tutto finito.
Ciò era crudele.
«Qualche volta ho pensato che fosse tutta una manovra per tenermi sulla corda e scoparmi…»
Si arrestò, sbigottita, e si guardò intorno come se avesse parlato un’altra.
«Naturalmente il mio amico non potrebbe nemmeno concepire un pensiero così ignobile… è un uomo buono, semplice e raffinato, capace di intrattenerti per ore passando da Dionigi di Alicarnasso alle pitture pompeiane, a Rilke, a Ligabue (sia il pittore che il cantautore)… Chissà, forse il suo blocco narrativo è dovuto ai suoi troppi interessi culturali… Una specie di ingorgo, chi lo può dire?»
La Lettrice nera cadde nel silenzio dell’ingorgo, sopraffatta dalla visione di una rotatoria rigurgitante di automobili alte e cattive che imprigionavano la panda di quell’uomo mite.
E lei che non poteva fare niente per lui.
Sospirò. Bisognava comunque continuare a vivere.
– … A proposito di incipit, come inizia questo suo lavoro sui tonni?
– Nel buio, parte un collage di voci, effetti e musiche. Una luce sale in lenta assolvenza …
– Lasci perdere le luci, dicevo il testo, la prima battuta.
– È: “Mangia, porca!”
Non ero il suo autore, lo sapevamo tutti e due senza dircelo, ma neanche questo aveva importanza. La Lettrice continuò a soggiornare nel mio studio, non so se per scelta o perché costretta da un disegno più grande di noi.
Certe mattine, aprivo la porta e non la vedevo. Mi illudevo che se ne fosse andata, perlustravo la stanza, poi l’intera casa. Nessuna traccia. Allora mi mettevo al lavoro senza più fingere, ma erano ore di libertà provvisoria; sarebbe tornata, ne ero certo, per controllare il poco che avevo scritto durante la sua assenza; riusciva a leggere attraverso lo schermo del computer, acceso o spento che fosse.
Sul mio collo alitava il fiato di una committente implacabile. La Lettrice non mi aveva mai commissionato niente (era l’ultimo dei suoi pensieri), ma controllava giorno dopo giorno l’avanzamento del mio lavoro al quale peraltro rimaneva del tutto estranea.
Gli attori sono disposti a ogni bassezza per conquistare la platea, il mio obiettivo era l’opposto: non volevo sedurre la Lettrice, al contrario, desideravo che se ne andasse, che tornasse ai suoi psicoromanzi, che riprendesse le passeggiate negli orti dell’erudizione con il suo amico enciclopedico rinfrescandosi con i madrigali frondosi di Gesualdo da Venosa, e che tutti e due andassero a fottersi tra le pagine di qualche poema persiano.
Ma era necessaria una strategia.
Per indurre la Lettrice a uscire dalla mia vita dovevo aumentare la sua repulsione. Incominciai a scrivere copioni sempre più scombinati, illeggibili e non rappresentabili, ma anche le porcherie drammaturgiche più provocatorie cadevano nel vuoto.
Col passare dei giorni, il vuoto finì per diventare il nostro habitat naturale, mio, della Lettrice e anche dei miei testi, sempre più eterei, come i bozzoli di certe crisalidi nei quali si riesce a leggere solo il profilo vago dell’inquilino che se ne andò.
Però nel vuoto si stava più larghi.
Ci si incontrava sempre meno, anche se non è mica necessario vederlo, l’altro, per sapere che c’è, da qualche parte, e che prima o poi comparirà, non importa se fra dieci minuti o fra due giorni; si manifesterà in forma di figura, o di voce, o di tramestii nella stanza accanto. Quando sai che l’altro c’è, c’è sempre, come ci sono i morti, che giocano sull’ambiguità della presenza e dell’assenza, lo fanno tutti, anche quelli per i quali hai scelto la tomba più profonda del catalogo senza badare a spese.
Non puoi dividere te stesso da me senza che io ti segua.
Shakespeare, La commedia degli errori, Atto II, Scena I, Adriana
In certe occasioni la Lettrice si mostrava discreta. Nei giorni in cui mi incontravo con gli altri aspiranti drammaturghi scompariva fin dal mattino presto, così io uscivo abbastanza tranquillo, quasi come se lei non esistesse, ma niente era mai certo. Più di una volta me la ritrovavo seduta a un tavolo nella saletta accanto alla nostra con un libro e un bicchiere di vino. Beveva un sorso di Chardonnay, scorreva qualche riga, sottolineava e fingeva di guardare le bottiglie allineate sulle mensole del locale. Evitava di voltarsi verso la nostra saletta, poteva sembrare una turista distratta che non fa caso a una decina di drammaturghi intorno a un tavolo.
I miei compagni erano troppo presi dai loro copioni per notare la cliente della sala accanto.
Mi chiedevo se anche qualcuno di loro avesse una sua Lettrice della quale evitava di parlare, ma mi sembrava impossibile, erano tutti così liberi! In particolare quelli sposati. La pratica matrimoniale li aveva resi ruvidi con le donne. Se una mattina si fossero trovati per casa una Lettrice non si sarebbero chiesti se era reale o immaginaria, e comunque ci avrebbero pensato le loro mogli a sbatterla fuori .
A volte, organizzavamo una pubblica lettura in qualche sala da conferenza abbandonata; qui, davanti a una piccola platea raccogliticcia, si misurava il destino delle nostre drammaturgie; non era in discussione la scrittura ma la protervia di ciascuno, cioè la sua predisposizione al successo.
Fu durante queste serate che sperimentai la crudeltà di quello che oggi chiamano spettacolo dal vivo. Si trattava di portare a casa la pelle, non importava come. Tutto era lecito pur di non annegare nell’indifferenza del pubblico.
(Continua)
Leggi le puntate precedenti:
1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117
3ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23125