
Capitolo secondo
Nel quale compaiono delle creature destinate a lasciare un’impronta in questa storia.
Se qualcuno compra questa bottiglia, il diavolo sarà ai suoi ordini; tutto ciò che desidera […] sarà suo non appena avrà espresso un desiderio.
Robert Louis Stevenson, Il diavolo nella bottiglia
Una notte, mentre leggevo illegalmente un giornaletto, incontrai le Scimmie di mare.
Il riquadro pubblicitario occupava mezza pagina, era stampato in un bianco e nero approssimativo ma l’insieme dava l’idea di un technicolor fra l’esotico e la fantascienza. Lo accompagnava un coupon con le istruzioni per l’acquisto in contrassegno.
Entrate nel meraviglioso mondo delle
SCIMMIE DI MARE
Una vasca di felicità!
Il miracolo della vita istantanea. Aggiungete dell’acqua, è tutto!
In un secondo le stupefacenti
SCIMMIE DI MARE
nasceranno dalle minuscole uova
sotto i vostri occhi!
Allevare le
SCIMMIE DI MARE
è così facile
che anche un bambino di sei anni può farlo.
POSSONO ESSERE AMMAESTRATE!
Sempre attivissimi e allegri, questi animaletti scherzano e
giocano tra loro continuamente. Possono suonare il violino,
recitare, danzare ed eseguire ogni altro esercizio che vorrete insegnar loro!
SORPRENDERETE TUTTI I VOSTRI AMICI!
Quasi tutte le scimmie erano femmine. Dietro i loro corpi in primo piano comparivano alcuni esseri indefiniti che si tenevano aggrappati alle rocce emergenti dalle acque; sembravano preoccupati di ricadere giù negli abissi marini dove forse giacevano le loro identità tormentate.
Le scimmie femmine erano molto più donne che scimmie, ma incarnate entro corpi magrolini disegnati alla buona; pochi fianchi e niente seni, che l’illustratore aveva sostituito con scarabocchi vaghi come degli omissis. Invece per i visi si era impegnato e il risultato era brillante – quelle bocche hollywoodiane e quegli occhi che sembravano sbattere le palpebre come le insegne intermittenti dei casinò; poi, per rendere il quadro più marino, aveva dotato le sue creature di pinne, dorsali in alcune, caudali in altre, e impreziosito le loro teste con qualche piccola antenna simile a quelle delle chiocciole, circondata da pulviscoli di bollicine.
Circolava molta musica implicita in quel disegno male inchiostrato.
Le musiche implicite sono pericolose, creano l’illusione di un’orchestrina invisibile che suona soltanto per te. È il vecchio trucco dell’intimità. Il momento unico. La nostra canzone. Sembra condivisione, ma è contagio. Infatti, proprio per il contagio della musica implicita, gli sguardi delle scimmie di mare (che diventavano sempre più simili a delle ragazze) incominciarono a puntarsi su di me. Si proponevano. (Per gli attori è normale ma ancora non lo sapevo). Ero lusingato e imbarazzato come di fronte a un dono sorprendente che nasconde la magagna. (Una donna bellissima e di forme perfette ha perso la testa per te ma, poniamo, le mancano gli alluci – un turbamento momentaneo è comprensibile).
Tuttavia la tentazione era forte: quelle creature, compreso il loro codazzo di esseri indefiniti, potevano diventare di mia proprietà esclusiva. Bastava compilare il coupon.
La mia compagnia. Le mie attrici. Le avrei viste nascere mentre rompevano le piccole uova. In pochi secondi si sarebbero sviluppate e formate sotto i miei occhi come le fanciulle delle tre melarance – che però, una volta sbucciate, erano già pronte, senza pinne né antenne, con i seni e tutto.
A riguardarle bene, le loro escrescenze avevano una certa grazia ma limitavano parecchio il repertorio; che ruolo può sostenere un’attrice con la schiena pinnata come un pesce ragno? Conoscevo bene lo scoramento del metteur en scène che deve arrangiarsi per carenza di interpreti, era la mia pena quotidiana. Avevo ereditato una mezza dozzina di burattini disastrati che ogni giorno mi costringevano a compromessi mortificanti; di protagonisti con un fisico presentabile, neanche parlarne; in più, rimanevano scoperti tre ruoli fondamentali come il Diavolo, il Re e il Malvagio. Per non parlare delle donne. In compagnia ne avevo solo una, scrostata dall’età e dall’usura (ma nemmeno da giovane doveva essere stata una bellezza) che si doveva sobbarcare tutte le parti femminili, quasi sempre sdoppiandosi o triplicandosi.
Rispetto a quella accozzaglia di teste di legno, le scimmie di mare aprivano nuovi e sconfinati orizzonti teatrali: erano originali, a loro modo spiritose e soprattutto potevano diventare vive. Mentre riguardavo i loro corpi disegnati mi tornò in mente il racconto di un collega di mio padre sulla separazione dei gemelli siamesi. Sembrava che un chirurgo rumeno (o forse polacco, comunque oltre la cortina di ferro) avesse operato con successo due sorelle unite per la schiena – se si fosse trattato delle teste, sottolineava il collega, sarebbe stato molto più difficile. Mio padre era scettico, come su tutte le notizie che venivano dall’impero sovietico.
Quella notte, il destino delle sorelle siamesi era l’ultima cosa di cui mi preoccupavo; pensavo invece che se un rumeno era riuscito in un’operazione così delicata, io, come figlio di medico di un paese evoluto e sotto l’ombrello della NATO, potevo benissimo intervenire sui corpi delle scimmie di mare con qualche taglietto; sarebbe bastato un paio di forbicine, oppure, meglio ancora, uno dei bisturi che mio padre teneva in ambulatorio. Avrebbero gridato? Purtroppo sì – in quanto attrici, dovevano pur avere qualche corda vocale.
Questo era imbarazzante.
I loro strilli nel silenzio della notte. La famiglia che accorre. Il sangue (ma forse no, se erano pesci. Accantonai la questione). Il dolore. Non disponevo di anestetici, pazienza – d’altra parte, quando gli adulti mi seviziavano con l’alcol e le iniezioni non si facevano tanti scrupoli: «È questione di un attimo… non fare il bambino…», stanche e odiose formule come quelle che certi vecchi parroci recitano col naso: «Dies irae, dies illa, / Solvet seclum in favilla…» – se ne fregano del morto, del tremor futurus e del judex venturus, hanno solo fretta di archiviare la pratica e avanti con la prossima salma.
Invece io sarei stato molto tenero con le mie piccole scimmie di mare mentre le tenevo sotto i ferri. Suadentemente, avrei parlato dei tanti sacrifici che impone il teatro; loro non lo sapevano perché non avevano ancora debuttato, ma per un attore, così come per un regista o un drammaturgo, era fondamentale sfrondare… alleggerire… Bisognava uscire dal carcere del corpo… (e intanto avrei tagliato via qualche pinna)… l’interprete deve essere duttile, pronto ad assumere sempre nuove identità (qui avrei estirpato dal cranio un paio di quelle fastidiose antennine). Eliminati gli orpelli con cui le avevano sconciate la Natura e il loro disegnatore morboso, sarebbero state pronte per qualsiasi ruolo.
Sì, avrebbero gridato e sanguinato, ma era inevitabile: ogni genitore, insieme alle cure e al nutrimento, deve somministrare ai figli anche la paura e il dolore; non c’era ragione che le scimmie di mare fossero esentate da ciò che era toccato a me e a tutti i viventi di ogni specie.
Dovevano metterselo bene in testa: non ero soltanto il loro regista ma anche colui che le aveva fatte nascere gettando le piccole uova in un paio di litri d’acqua. Avrebbero capito. Oppure avrebbero subìto, peggio per loro.
La magia di questo fiore produrrà impensati effetti
Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, Atto III, Puck
Il mio compagno Aldo Chiesa era un bambino mite, molto vestito e imbrillantinato. Divenuta una signora al termine di un lungo percorso, mamma Chiesa ci teneva a mantenere lo status e imponeva a tutti i familiari un’immagine irreprensibile, quindi anche i capelli di Aldo dovevano essere sempre lisci e ordinati, con un piccolo tirabaci sulla destra e una ben disegnata scriminatura al centro, una calotta nera spaccata in due e percorsa da qualche barbaglio sul modello dei gangster cinematografici. Tutta quella ostentazione di lucido mi faceva pensare al mio compagno come a un apprendista debosciato; lo confermavano le sue mani un po’ pingui, singolari in un bambino di peso normale; io me le immaginavo già adulte, ancora più molli e piene di anelli orientali da satrapo. Fu per questo che lo coinvolsi nel progetto delle scimmie di mare.
Avevo visto giusto. Quando gli mostrai il giornaletto, Aldo si rivelò subito molto interessato, ma essendo figlio di due commercianti che parlavano spesso di magazzini e di stoccaggio, mi chiese: «Quanto sono grandi?»
Non ero preparato a una domanda così diretta. Mi spacciai per un esperto di scimmie di mare e improvvisai, divagai, ne descrissi le abitudini e il carattere, inventai qualcosa sulla loro fisiologia, ma il mio compagno insisteva: «Quanto sono grandi?» Infine trovai un argomento che lo mise a tacere: se nascevano da uova minuscole, non sarebbero certo diventate dei dinosauri.
Aldo era un po’ torpido, feci una certa fatica ad accenderlo. Provai a illustrargli le grandi potenzialità di quelle creature nate per lo spettacolo – per ogni genere di spettacolo, sottolineai. Certo, avremmo dovuto realizzare gli allestimenti – le scene e tutto il resto – ma il materiale umano (per così dire) di partenza era straordinario. Si profilava un orizzonte ricco di stagioni teatrali che spaziavano dalla prosa all’operetta, dal cabaret al circo.
Aldo guardava il giornaletto e annuiva, ma la fantasia non lo sorreggeva:
– Qui nel disegno non si capisce bene. Sono nude?
– Certo che sono nude, vuoi mica che nascano vestite. Ai costumi penseremo noi.
– E dopo, quando sono grandi, possiamo farle spogliare? – Siamo i loro impresari, decidiamo tutto noi.
– Ma queste qui non hanno le tette. Io non le vedo.
L’avevo sottovalutato. Credevo che Aldo si fosse appena incamminato sulla strada del vizio, invece era già un debosciato rifinito.
La nostra società incominciava a scricchiolare prima di nascere.
Spesso i drammaturghi inesperti incrociano personaggi del genere; all’inizio sono entusiasti: non devono preoccuparsi per i soldi, ci pensano loro, come no?, poi si scopre che non gliene frega niente del teatro; puntano alle attrici – più che altro come idea, perché di solito riescono a combinare molto meno di quello che avevano fantasticato.
Pensai di ritirarmi dall’impresa, ma purtroppo Aldo mi serviva, avevo deciso di mandarlo in avanscoperta: lui avrebbe comprato la bustina con le uova, l’acquario e tutto il resto; se l’esperimento fosse riuscito, l’avrei estromesso e mi sarei fatto una compagnia di scimmie di mare tutta per me.
La mia linea difensiva fu ipocrita come il mio operato – la signora Chiesa non arrivò a parlare di circonvenzione d’incapace ma mi accusò di avere riempito la testa di Aldo di suggestioni malsane. I teatri. Le scimmie. Le donne nude che emergevano dal mare. Le uova. Io restai coperto: avevo solo mostrato a suo figlio un giornaletto, tutte le fantasie morbose ce le aveva messe lui.
E poi, cosa volevano da me? L’intera famiglia Chiesa era stata consenziente, avevano compilato tutti insieme il coupon e pagato in contrassegno.
«Ma perché credevamo che si trattasse di pesci tropicali!», strepitava la madre. L’idea di un acquario da mettere in soggiorno l’aveva sedotta; era una donna sensibile all’esotico, se fosse stata una lettrice le sarebbero piaciuti i romanzi di Pierre Loti, e probabilmente anche lo stesso Loti che, secondo le testimonianze, si dipingeva la faccia di rosa e portava i trampoli.
La delusione di mamma Chiesa era stata grande, molto più di quanto Aldo, narratore primitivo e di poche parole, mi sapesse rappresentare:
«Insomma, un tale schifo che abbiamo finito per buttarle nel cesso.»
Oltre che torpido e debosciato, il mio compagno era anche anaffettivo. Non appena tirato lo sciacquone, la sua mente si era subito riadagiata al sole, tranquilla come una palla bucata. La strage delle creature non aveva lasciato residui.
«Ma quali creature? Ti dico che erano vermi. Hai presente i bigatti delle pere? Tre volte più grossi.»
Eravamo seduti nel cortile della scuola durante la ricreazione: due vermi bambini biancastri ai quali era stata data una chance per diventare qualcosa di definito prima di precipitare, come tutti, nel grande cesso finale: non così brutalmente, dalla sera alla mattina, come era toccato alle piccole scimmie di mare – avevamo ancora un po’ di tempo davanti a noi, anche se i nostri primi dieci anni di vita non lasciavano presagire granché.
Era escluso che Aldo potesse imparare a suonare il violino o a recitare; sarebbe diventato un vermone di uno e settanta; me lo vedevo seduto nel negozio di suo padre mentre guardava l’ora per tirare giù la serranda e trascinarsi verso casa dove l’aspettava una sua omologa più minuta di lui, una di quelle vermette iperattive con gli anelli sempre in moto. Ogni tanto, durante la pennichella del dopo pranzo, si strusciavano e si riproducevano prima che lui rientrasse in negozio. Nessuno dei due pensava al giorno in cui avrebbero raggiunto le piccole scimmie di mare nella nera cloaca senza fondo.
Quanto a me, non avrei mai avuto una mia compagnia personale, ero stato raggirato da una banda di farabutti che spacciavano illusioni ai drammaturghi bambini. Li vedevo sogghignare seduti al tavolo di un baretto malfamato, alla faccia di Aldo, che nella sua indolenza se ne fregava, e soprattutto alla faccia mia, che era diventata calda di febbre e di vergogna.
Mi restavano solo due alternative: tornare a improvvisare con i vecchi burattini o rassegnarmi a fare un teatro solamente scritto, sulla carta, immateriale. Ripassai con disgusto gli spettacoli umilianti che allestivo da bambino (era trascorso molto tempo, in quei pochi giorni): due sedie collocate a un metro di distanza una dall’altra e ricoperte da un brutto tappeto dietro cui stavo rannicchiato mentre manovravo quegli spaventapasseri che dicevano per bocca mia le più infantili banalità.
No, non sarei mai più tornato a quelle teste di legno.
Un teatro di parole senza suono, di nomi senza corpi, di scenografie inesistenti, solamente descritte, ecco ciò che mi aspettava.
Pazienza, sempre meglio di quelle zucche vuote e screpolate.
(Continua)
Leggi le puntate precedenti:
1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112
2ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23117