
I bambini devono avere le loro marionette, le loro commedie.
Goethe, La vocazione teatrale di Wilhelm Meister
Come quello di Wilhelm Meister, anche il mio apprendistato teatrale si era svolto fra le mura domestiche, ma con una variante: al posto delle marionette recitavano, senza fili, le amiche di mia madre.
Il palcoscenico era il salotto, all’ora del tè. Non avevo mai visto uno spettacolo e mi sembrava logico che il teatro fosse quello; la finzione si rivelava nelle toilette delle signore che io passavo in rassegna una per una come fossero le divise di una truppa variopinta e bislacca convocata, il mercoledì, per il mio intrattenimento. Quei personaggi così fisici e profumati trasumanavano quando si riflettevano dentro una grande specchiera dorata che stava sopra il divano; un paio di secoli avevano corroso il fondo argentato creando delle chiazze nerastre nelle quali le signore annegavano e riapparivano in un gioco del cuccù versione adulta.Da quelle nuvole spuntavano come uno squillo araldico i cappelli.
Gli uccelli appollaiati sulla testa della signora Chistoni richiamavano il suo volo dinoccolato nell’alta società che attraversava con distacco; come per tutte le autentiche dame di Parma, il suo riferimento era Maria Luigia e figuriamoci se si lasciava impressionare dalle argenterie che i milanesi e i bolognesi esponevano ancora fresche di Sidol. Con quel suo naso lungo aristocratico li beccava tutti, i parvenu. Non era malevola, anzi aveva un décollété largo, accogliente, le piaceva solo divertirsi un po’, e rideva ancora quando scappava via per un nuovo impegno, contornata dallo svolazzo dei suoi uccelli devoti.
Due possenti ganasce mordevano il cappello color piombo della signora Sommaruga con tanta forza che il viso della penitente esprimeva sofferenza anche quando tentava di sorridere.
«Oramai non se ne accorge neanche più, ci è abituata» derubricavano le più ciniche: «Anche a casa sua è tutto un dolore.»
Secondo alcune, la Sommaruga era una sventurata. A causa del marito. Secondo altre, una cretina. Ne era la prova vivente lo stesso marito, giudicato da tutte non sposabile. È vero che lei l’aveva conosciuto quando era ancora una giovane sciocchina e lui già un notaio, ma anche la vergine più ottusa avrebbe intuito, sotto quella grisaglia consunta e in quegli occhi scoloriti, la crudeltà dell’avaro e la foia del pervertito.
Quattro figli le aveva fatto fare, a cui imponeva di raccattare tutti i rifiuti metallici che trovavano per la città, molle rotte, viti arrugginite, tubi di scappamento a brandelli, barattoli sventrati. A turno, prima di cena, i ragazzi dovevano mostrare al padre il bottino, un pezzo dopo l’altro, lì sulla tovaglia. Come una sordida gazza, il notaio esaminava ogni reperto, incurante della morchia e dei microbi, e tutto riponeva, tutto catalogava
«Ogni cosa può tornare utile in caso di catastrofe. Non si può mai sapere.»
Era il suo pensiero fisso. Qualcuna commentava che la catastrofe era già avvenuta quando la Sommaruga si era messa un uomo simile in camera da letto – «Con quelle mani…» – e tutte rabbrividivano mentre immaginavano le unghie del corvide sul corpo femminile.
Lo scarafaggio di velluto nero ancorato da due clip metalliche sul cranio fragile della Giovanna Accorsi, vedova di una guerra ancora fresca, ricordava le bande degli scarafaggi, vivi e pazzi che di notte si disperdevano in preda al terrore nella nostra vecchia cucina quando accendevamo la luce. Era un terrore contagioso a cui reagivamo menando colpi di scopa isterici nel mucchio. Quasi tutti a vuoto, ma qualche tenebrionide più emotivo degli altri veniva sempre a suicidarsi sotto le punte della saggina; spiaccicato per metà, tentava di trascinarsi al riparo di un mobile, e allora fuorusciva dal suo corpo una striscia lattiginosa, una sorprendente anima candida imprigionata in quella corazza nera da nazista. Poiché erano stati proprio i nazisti (in combutta coi repubblichini) a trucidare il marito Accorsi, mi chiedevo perché sua moglie se ne andasse in giro con quel fregio funereo sulla testa: era un memento, come le piccole lapidi che spuntavano in quegli anni agli angoli delle strade con i nomi dei partigiani caduti? O non era invece, quello scarafaggio di velluto, un potente segno scenico che riscattava la signora dalla sua triste biografia trasformandola in un personaggio teatrale senza passato, finalmente libero di galoppare in una nuova drammaturgia dell’assurdo?
Questa seconda ipotesi mi piaceva, così ai miei occhi l’Accorsi dimise panni della vedova e diventò la Dama col bagarozzo in testa. (Non si sa come, qualche batterio surrealista era venuto a contaminare il tessuto compatto del neorealismo familiare).
Seduto su una piccola poltrona della mia misura, ero l’unico spettatore di quelle rappresentazioni pomeridiane nelle quali cercavo di cogliere una trama. Ma era impossibile collegare tutti gli argomenti che si accavallavano. I morti, le malefatte dei primari, la Società dei concerti, la guerra, il naso di De Gasperi, gli sfollati, lo scià di Persia, la guerra, l’alluvione del Polesine, i sontuosi buffet dei congressi di medicina a Torino, la guerra, il burro, l’ex-Federale che passeggiava sotto i portici lustro come un gatto soriano, i gelati di Palermo, la guerra, il pericolo rosso, i gelati di Torino, l’immondo delatore fascista Franz Pagliani, le corse notturne nel ventre delle cantine durante i bombarda- menti, la guerra, la Nuova Fiera di Milano, la guerra, la cortina di ferro, il pane bianco, i topi, il paciugo di gelato alla ligure, la guerra.
Infine mi convinsi che in quegli spettacoli di signore non riuscivo a trovare una trama qualsiasi, come nei piccoli romanzi che avevo incominciato a leggere, per la buona ragione che essa non esisteva.
Il nascosto di cui parliamo non è quello del segreto o del mistero, ma il nascosto di quello che continuamente si esibisce.
François Jullien, Il saggio è senza idee
Quella conclusione mi tranquillizzò; potevo starmene seduto e seguire lo spettacolo senza impegnarmi troppo. Qualche anno più tardi avrei scoperto che le passerelle finali del varietà funzionavano più o meno allo stesso modo. Sfilavano tutti, le ballerine, il cantante, la soubrette, il capocomico… Sfilavano e basta, dovevano soltanto mostrarsi così com’erano, perfetti e compiuti nel loro sorriso da passerella. Quel girotondo di corpi rammendati e ripittati chissà quante volte era sostenuto da una musichetta che suonava: “Siamo tutti mezzi morti/ proprio questo il nostro bello.” Quando il pubblico si surriscaldava, il serpentone dei variopinti e delle discinte incominciava a correre come un trenino elettrico che ripete all’infinito il suo anello.
Invece, nel teatro del salotto le signore stavano ferme: la dinamica scenica era alimentata dalle battute – quelle battute di cui non capivi se erano le stesse che ritornavano in sequenze sempre diverse oppure se erano sempre diverse ma recitate in modo da sembrare tutte uguali. Questa oscillazione tra l’uguale e il disuguale generava in me un torpore ipnotico, un desiderio inappagato che, ancora non lo sapevo, è il motorino della Conversazione – un mulinello morbido, di superficie, sul quale è facile galleggiare, basta fare il morto e lasciare che siano le frasi a girarti intorno. Ma mentre ti rilassi in quell’acquetta tiepida senti un rumore che risale dal basso. Sono i racconti. Se ne stanno giù sul fondo, una matassa inquieta che si deforma e si strazia, perché ciascuno vorrebbe svincolarsi dagli altri, risalire in superficie e decantarsi anche solo per qualche minuto.
Nei dialoghi delle signore affioravano numerosi tentacoli di racconto, ma erano apparizioni troppo fugaci da cui era impossibile ricavare un plot.
«… Allora io gli ho detto che dovevamo assolutamente parlare, noi due. Passeggiavamo avanti e indietro sulla banchina vicino ai vagoni letto. Aveva tutto il tempo per dirmelo, invece ha preferito darmi una pugnalata al cuore, e via.»
Fine. Niente prima e niente dopo. Anche quello scampolo narrativo della signora Bonfanti sarebbe finito con gli altri spezzoni di storie inutilizzabili; ne avevo raccolti molti, ma tutti insieme non facevano un racconto, impossibile combinarli, non si prendevano proprio. Stavano bene così, ciascuno soddisfatto della sua incompiutezza, come certi cani a cui hanno tagliato la coda da piccoli: mica si sentono menomati, fanno le feste come i cani interi e agitano tutti contenti quel mozzicone malinconico che certifica il loro pedigree.
Non saprei dire quanto tempo trascorsi, spettatore solitario, nella platea di quel Teatro della Conversazione. Ricordo però quando alla fascinazione subentrò l’insofferenza.
Le signore delle repliche pomeridiane mi sembravano troppo estroverse. Recitavano i loro ruoli come quelle piratesse di palcoscenico che macinano i copioni – tutti i copioni di tutte le epoche – con una disinvoltura aggressiva, la stessa con cui nella vita di tutti i giorni entrano in un negozio di scarpe, fanno disperare la commessa ed escono senza aver comprato niente.
Avrei voluto sabotare quella naturalezza, imbavagliarle strette e farle tacere per qualche minuto. Calcare quei loro cappelli fino agli occhi, strangolarle con le loro lunghe collane fantasia (due o tre giri intorno al collo e sarebbero diventate meno disinvolte, oh sì!). Afferrarle per i capelli e gridare: «Adesso basta scherzare, si prova seriamente. Ricominciamo dalla prima battuta!». Oppure, al contrario, sedurle e piegarle (anche se non sapevo come). Piegarle e plasmarle. Le fissavo con un brutto cipiglio, ma quelle tiravano dritto, ciascuna sul suo binario.
A volte, qualcuna si accorgeva che la guardavo e faceva una fermata fuori programma: «Il piccolo sta per addormentarsi. Le nostre chiacchiere devono annoiarlo a morte» e mi passava un cioccolatino sulle labbra avanti e indietro come lo stick di un rossetto, finché non le socchiudevo.
(Continua)
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1ª puntata https://wordpress.com/post/radiospazioteatro.wordpress.com/23112