Enrico Terrinoni, La pagina nasce dal silenzio (Il Tascabile).

Se parliamo o se scriviamo, altro non facciamo se non citare, citare sempre, citare inesorabilmente. Citare i vivi e i morti. Anche senza parlare, senza scrivere, li citiamo di continuo. Alla fine dei nostri giorni sarà il silenzio a condurci al riposo, e quel silenzio è la parola non detta più detta di sempre. E se “il resto è silenzio” come dice Amleto, questo accade, forse, perché ogni giorno viviamo un giorno in meno. Ma il silenzio non appartiene soltanto alla morte. Vive con noi quando dormiamo, ad esempio. E dormire è quasi come morire, insegna di nuovo Amleto; ma, aggiunge, nel silenzio della morte, i sogni, con la loro assenza, ci daranno pace.

Dormiamo, sogniamo: sogniamo sogni che ci consentono di vedere al buio, come anche di parlare silenziosi. Di reagire, insomma, a stimoli che non sono esterni. Viviamo vite di morte nella notte, e nel giorno talvolta ci silenziamo per inazione. Quando, invece, siamo “in azione”, riusciamo solo a reprimere quel nostro prezioso esser muti: muti di fronte all’ombra e al tempo.

La memoria è una sorta di scrittura interna, e in questa luce, oscuramente, siamo tutti scrittori silenziosi. Lo è anche chi non ha lo straccio di una penna in mano. Celiamo sempre, non riveliamo mai, neanche quando crediamo d’esser sinceri. E se le nostre storie poi le riveliamo, in realtà – l’ho detto spesso – noi le ri-veliamo, ossia le dotiamo di nuovi veli per nuovi occhi. Ogni storia, ogni opera d’arte non è che la reincarnazione in forma differente di una narrazione passata, ed è per questo, probabilmente, che davvero non sappiamo non riprodurre forme sempre ri-velate di quel che un tempo fu prodotto da altre menti prima di divenire nostro.

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