Che un gatto scriva un’autobiografia non è tanto straordinario, soprattutto se si tratta di un gatto studente in belle lettere; la cosa incomincia a farsi complicata quando E.T.A Hoffmann, grande romantico autore letterario del gatto scrittore, inventa un marchingegno narrativo in virtù del quale il gatto Murr, per scrivere di sé, usa pagine strappate dalla biografia di un musicista; ne nasce un ingorgo di personalità che s’intrecciano e si sovrappongono. Senza addentrarci nel complesso, polifonico intreccio ricordiamo solo che il gatto Murr è molto simile ai nostri felini di casa, ma con in più qualche inevitabile tratto dello stesso Hoffmann, innamorato, visionario e soprattutto in vena di autoironia.
Da un abbaino lì presso uscì, lieve e silenziosa, una creatura incantevole oh, potessi dipingerla!… – Era tutta vestita di bianco soltanto una cuffietta nera sulla fronte graziosa e quattro calzini neri nelle delicate gambette. Una dolce luminosità le splendeva nei begli occhi verdi come l’erba, le morbide movenze delle orecchie appuntite esprimevano virtù e intelligenza, il modo di ondulare la coda rivelava una grazia suprema, una delicata sensibilità femminile.
La soave piccina parve non vedermi fissò il sole batté le palpebre e sternutì. Quello sternuto mi fece fremere fin nel profondo: il cuore si mise a battere fino a scoppiare il sangue a ribollire tumultuoso nelle vene e nei polsi. L’ineffabile, dolorosa, sconvolgente delizia proruppe infine nel Miao! lungamente represso. La piccina si volse di scatto mi vide gli occhi le si riempirono di sgomento e di infantile pudore. Zampe invisibili mi trascinarono irresistibilmente verso di lei ma, mentre spiccavo un balzo per ghermirla, rapida come il pensiero, la bella disparve dietro un comignolo. Disperato e furente corsi su e giù per il tetto, chiamandola con lamentosissima voce. Tutto inutile lei non riapparve più. Ah, povero me!… – Il cibo mi disgustava, le scienze mi nauseavano, non avevo più voglia di leggere né di scrivere.
Il giorno seguente, dopo averla cercata ancora dovunque sui tetti, in solaio, in cantina, in ogni angolo della casa rientrai sconsolato. Non pensavo che a lei alla mia piccina e perfino il pesce arrosto portomi dal maestro pareva fissarmi, dal piatto, con gli occhi di lei. – Cielo! – esclamai. Pazzo di gioia. – Sei tu?… La tanto attesa creatura dei miei sogni?…Cielo, cielo!… – e divorai il pesce in un boccone. Già un po’ più tranquillo, decisi di chiarire, come si conveniva a un giovane erudito, la vera natura del mio sentimento e, benché con grande fatica, mi immersi nello studio del “De arte amandi” di Ovidio – Ma nessuno dei sintomi ivi descritti ai adattava al mio caso. Tutt’a un tratto ricordai d’aver letto in una commedia che i contrassegni caratteristici di un innamorato sarebbero l’indifferenza a tutto e la barba incolta. Mi guardai nello specchio… Cielo!… Avevo la barba incolta… Cielo!… Mi sentivo indifferente a tutto!
La certezza di essere innamorato mi diede un po’ di conforto. Decisi di mangiare, bere, rifocillarmi e quindi di rimettermi a cercare l’oggetto dell’amor mio. Un dolce presentimento mi disse che l’avrei ritrovata davanti alla porta di casa scesi e la trovai per davvero! O vista!… Sconvolgente delizia, ineffabile trasporto d’amore!… – Mimì, così si chiamava la cara piccina, sedeva garbatamente sulle zampe posteriori e si faceva bella passandosi e ripassandosi lo zampino anteriore sulle guance e le orecchie. Con quale indescrivibile grazia compiva sotto i miei occhi quella doverosa funzione di pulizia e di eleganza! Non le occorrevano artificiosi espedienti di toilette per ravvivare i fascini naturali. Mi avvicinai con maggior prudenza e modestia della prima volta e le sedetti accanto. Essa non fuggì mi scrutò con occhio indagatore e quindi abbassò lo sguardo. – Divina! – le sussurrai. – Vuoi essere mia?…– Sfacciato! – rispose lei tutta confusa. – Chi sei?… Mi conosci forse?… Se sei un gatto onesto e sincero come sono io, giurami che mi ami veramente. – Oh! – esclamai estasiato. – Per la sacra luna e le stelle, e i pianeti che stanotte splenderanno in cielo se sarà sereno ti giuro che t’amo! – Anch’io, – bisbigliò la piccina, volgendo, soave e ritrosa, il capo verso di me.
Stavo per azzamparla con passione, quando due gatti giganteschi mi furono addosso con un balzo ringhiando come demoni. Mi morsero, mi graffiarono e, per soprammercato, mi rotolarono nel rigagnolo, dove un fiotto di risciacquatura mi travolse. Appena riuscii a sgusciare di sotto gli artigli di quelle bestiacce assassine e irriguardose del mio rango mi precipitai su per la scala strillando terrorizzato.
E.T.A. Hoffmann, Considerazioni filosofiche del gatto Murr, Formaggini
Traduzione di Rosina Pisaneschi
