Ludovico Casalegno, Turismo di massa e kitsch

Turismo di massa e kitsch sono due parole che vanno facilmente a braccetto. Come è possibile che ogni monumento, ogni panorama, ogni oggetto, se toccati dal turismo di massa vengano istantaneamente trasformati in kitsch? Eppure prima dell’era del turismo i racconti dei viaggiatori non riportavano mai nessun elemento kitsch nelle visite effettuate agli stessi luoghi. Forse dipende dal modo di viaggiare, completamente diverso da quello che intraprendevano i nostri antenati, perché ora contaminato dal “viaggio organizzato”, fonte di ogni aspetto kitsch. I turisti del viaggio organizzato non devono parlare la lingua del posto, non devono necessariamente mangiare i cibi tipici, visiteranno solamente i “posti famosi”, avranno già tutte le risposte in tasca grazie alle guide cartacee o alle guide in carne e ossa. Questo turismo è in grado di rendere standardizzata e trasformata in cliché una gran parte dei riti che rendono un luogo affascinante: pensiamo alle ghirlande a Honolulu o alle gondole sul Canal Grande. Come si può credere che  ci sia ancora qualcosa di realmente tipico negli usi dei Pellerossa americani nelle loro riserve-Casino, o nei balletti folkloristici dei resort  in qualche esotica parte del mondo ? Forse quest’ultima citazione riguardo ai resort turistici merita un approfondimento. Che cosa può esistere di più kitsch di un villaggio posto in qualche esotica meta? Pensiamo all’architettura della sala comune che spesso scimmiotta lo stie locale pur accogliendo le comodità a cui un turista occidentale è abituato (il bar all-inclusive…), oppure alla serata  di cucina tipica  del ristorante che propone, di fianco al piatto originale, la variante occidentalizzata per i palati deboli, o ancora lo spettacolo serale che offre pseudo balletti e musiche del luogo che ospita il villaggio. I villaggi vacanze sono un vero esempio di kitsch. D’altronde, quando il turismo di massa si imbatte in qualche aspetto genuino di una cultura, immediatamente ha il potere di trasformarlo in un vuoto simulacro svuotandolo di ogni originalità, in un sostituto di realtà che, come abbiamo visto, è il fondamento del kitsch. Di per sé la gondola veneziana è ammirabile e interessante, forse unica nel suo genere, ma trasformata in ridicolo quando gli si accosta il termine “wi-fi gratis”  o “we speak russian” e direttamente spedita nel reame del kitsch. D’altronde i siti turistici, ampiamente documentati da guide, web, siti internet di chi vi è già stato, blog, quale sorpresa possono ancora riservare? Nessuna se non in negativo. La sognante Roma ne “La dolce vita” non potrà che apparire, nella realtà, più sporca e trafficata;  Venezia non potrà che essere solo più scomoda e maleodorante rispetto all’ideale di bellezza forzata che le cartoline patinate ci hanno imposto. Certo il meccanismo del turismo di massa non può che dipingere ogni luogo visitato come magico e unico perché risponde alle ferree regole del profitto e del marketing: vendere al meglio un prodotto, in questo caso una esperienza, perché possa essere comprato al miglior prezzo e nella massima quantità. ll kitsch, abbiamo già detto, nasce dal desiderio di piegare l’arte alle regole del business. Qui si cerca di piegare l’arte, la natura, la storia, la culinaria e quant’altro un viaggio può mettere a disposizione alla dura legge del profitto. Il turismo di massa ha la capacità di rendere qualsiasi spettacolo della natura o dell’uomo un evento mediatico, uno pseudo evento. Così il Colosseo non esisterà veramente come opera d’arte se non per apparire su cartoline, siti di operatori turistici, o sotto forma di statuetta e gadget. Il leone della foresta esisterà solo quando il pulmino dei turisti passerà a cercarlo e lo appiattirà in centinaia di fotografie digitali riversate sui social media. Questi pseudo eventi vivranno ed esisteranno solamente per essere registrati su supporti digitali ed essere scaricati su internet. La natura, per la prima volta, può diventare kitsch.

Ludovico Casalegno, Il kitsch: Dai nani da giardino alle dittature, Google books

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