
Ugo di Sant’Agabio si mordeva convulsamente un labbro, picchiava le dia nervose sul tavolino e cercava frattanto un mezzo strategico che gli permettesse di avvicinare senza offesa la bella sconosciuta.
Questa doveva essere di natura generosa, perché non lo lasciò cercare a lungo. Trasse dalla borsetta un piccolo astuccio d’oro, o di finto oro, ne tolse una sigaretta, la introdusse pel vertice in un bocchino d’ambra, o di finta ambra, e se lo portò alle labbra, volgendo intorno un’occhiata circolare e interrogativa ad informarsi se non esistesse nelle vicinanze un cameriere o un altro compiacente personaggio munito del fuoco necessario a concederle la voluttà del fumo.
Il personaggio era già stato tacitamente designato e Ugo fu pronto ad alzarsi e precipitarsi verso di lei, tutto sorridente e premuroso, frugandosi in tasca. Quando le fu vicino fece scattare la molla dell’accendisigaro e con un trepidante “Permetta, signorina” comunicò a quella sigaretta, attraverso una fiammella azzurra, una scintilla del suo fuoco interiore.
La signorina aspirò due boccate di fumo, disperse la nuvoletta bianca con un colpo della mano, poi gli volse con un luminoso sorriso d’occhi e di denti mormorando: “Grazie”.
Ugo di Sant’Agabio, benché italiano e ligure, aveva una nella testa da inglese moderno, bionda, lucida, liscia, una di quelle schiette figure fiovanili segnate di freschezza e di signorilità, ma leggermente inespressive, che gli sport d’oltre Manica hanno oggidì diffuso anche fra noi.
Nondimeno l’anima e i nervi latini gli vibravano nella voce calda, nei gesti pronti, nelle iridi sempre fosforescenti di trattenute domane e di mute investigazioni.
Ella gli porse l’astuccio aperto, ma Ugo lo chiuse con delicatezza e ne considerò il fregio leggero.
“Grazie. Non fumo. Ma trovo che la sigaretta stia molto bene fra le sue labbra. È un piccolo vizio che le invidio.”
“Ha ragione. I miei sono assai più gravi e più pericolosi.”
“Ad esempio?”
“Amo il giuoco e vado pazzo per le donne belle.”
“E perché rimanete qui ad annoiarvi in questo caffè deserto?”
“Non è deserto, poiché ci siete voi.”
Ella rise.
“Suppongo che non sarete qui per me, poiché ignoravate la mia esistenza nel mondo, come io ignoravo la vostra.”
“Difatti aspettavo i miei compagni di poker, ma vi giuro che avrei lasciato la partita più interessante, giuoco più travolgente per guardarvi e per seguirvi”.
“Dove?”
“Ovunque vi piaccia. C’è qualche cosa di oscuro e d’immateriale, come un fluido, come una fatalità che m’attira da mezz’ora verso di voi e che mi tiene da dieci minuti legato a voi. Non so chi né cosa siate, e non m’importa di saperlo Siete la donna che in questo momento completa la mia personalità, agita la mia vitalità e che esiste soltanto per piacermi.” Ella crollava il capo con un sorriso d’ilarità incredula e sarcastica che a tratti le balzava lieve dalle spalle.
“Dunque, questa sera io esisto soltanto per piacervi.” Ripeté divertita, “ e non vi importa di sapere chi né cosa io sia.”
“Le donne possono sempre mantenere l’incognito, specialmente se sono graziose, come voi siete. Ciò che conta maggiormente in una donna non è quello ch’essa fa, ma quello ch’essa rappresenta nel mondo, ma. La sua apparenza esteriore, la sua linea, il suo sguardo, la sua grazia, tutti quegli attributi femminili che costituiscono il fascino. Due begli occhi e una fila di denti candidi valgono assai più d’un titolo accademico, d’una corona comitale, o d’una indiscussa celebrità.”
“In tal caso ci piacciono anche le donne stupide.”
“Sono quelle che amo di più. Mi sembra di adorare il vero idolo di carne, coperto di sete, d’oro e di gemme, ma insulso e inutile, come dev’essere sempre la divinità.”
“Vi avverto che io non appartengo a questa categoria.”
Amalia Guglielminetti, La rivincita del maschio, 8tto Edizioni