
A volte, osservando i nuovi fenomeni musicali mainstream in Italia, sorge un dubbio: forse ci siamo proiettati indietro nel tempo e non ce ne siamo accorti? Se dal punto di vista musicale questo appare evidente (sia che si recuperi la storia della musica italiana fino quasi a plagiarla, sia che ci si rifaccia al “roccketto” da saggio di fine anno o che si giochi con tendenze all’estero già mangiate e ricacate), lo è ancor più sul piano del costume, che da sempre va a braccetto con le sette note. I nuovi pargoli del music biz che si autoproclamano trasgressivi, fluidi, “genderbenderati”, in realtà ripropongono cose nella nostra penisola sempre esistite, cose di cui certi artisti si sono fatti portavoce senza tanti riflettori addosso. Pensiamo a Ivan Cattaneo, al quale i “compagni” lanciavano oggetti contundenti sul palco per la sua ambiguità, a Renato Zero, regolarmente pestato dai bulli in periferia per i suoi travestimenti, ad Alfredo Cohen, esperto di marchette pederaste nei cinemini, alla Rettore paladina dell’androginia, all’amazzone Giuni Russo, entrambe costrette a tirare fuori le unghie per farsi strada nel mercato.
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