Immagine e finzione

Su molti prodotti alimentari della grande distribuzione campeggia la dicitura “L’immagine ha il solo scopo di presentare il prodotto”. A prima vista essa sembra indicare che l’immagine non serve a nient’altro che a illustrare la realtà “vera”del prodotto contenuto nella confezione, ossia che essa è subordinata alla realtà vera e propria della cosa (fisica, in questo caso). Eppure, è evidente che l’immagine non si limita affatto a rappresentare il prodotto, piuttosto lo raffigura nel senso di figurarlo, di fingerlo: non lo rispecchia, bensì lo effettua nella misura in cui induce all’acquisto, all’immaginazione di un’esperienza gustativa e via discorrendo. Essa in ultima istanza serve proprio a creare una realtà rispetto alla quale si è consapevoli che sarà il prodotto a non corrispondervi. In altre parole, come sa ormai bene ogni acquirente, quella dicitura indica l’opposto di ciò che dovrebbe apparentemente sottolineare: “l’immagine ha il solo scopo di presentare il prodotto” significa proprio che quella che si ha di fronte è una pura immagine con i propri dinamismi e le proprie caratteristiche, ossia che non ci si deve aspettare che essa si limiti a rappresentare il prodotto che pur presenta. Ciò accade non tanto perché esistono ormai tecniche di modifica delle immagini che rendono impossibile distinguere la riproduzione fotografica autentica dalla sua alterazione ottenuta tecnologicamente, quanto piuttosto perché, al contrario, l’immagine esibisce in modo chiaro la propria intima natura, cioè – se così si può dire – rappresenta essenzialmente se stessa, la propria forza e la propria capacità di effettuare: rappresenta la propria realtà, il proprio modo di essere reale, non una qualche altra realtà esterna di cui pure in qualche modo riproduce la visibilità.

Graziano Lingua, Sergio Racca, La cornice simbolica del legame sociale, Mimesis/Morphé

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