
Arrivammo a Chioggia il quarto giorno. Non avevo l’indirizzo dell’abitazione di mia madre, ma non stetti molto tempo in cerca. Madama Goldoni e sua sorella portavano la cresta, erano nella classe dei ricchi e ognuno le conosceva. Pregai il direttore di accompagnarmi fin là; egli accondiscese con buona grazia e ci venne; fece passare l’ambasciata e io restai nell’anticamera. – Signora, egli disse a mia madre, vengo da Rimini, e ho nuove da darvi del vostro signor figlio. – Come sta mio figlio? – Benissimo. – È contento del suo stato? – Signora, non troppo: soffre molto. – Perché? – Per essere lontano dalla sua tenera madre. – Povero ragazzo, vorrei averlo presso di me. – (Ascoltavo tutto, e mi bat- teva il cuore.) – Signora, continuò il comico, gli avevo esibito di condurlo meco. – Perché non l’avete fatto? – Lo avreste voi approvato? – Senza dubbio. – Ma i suoi studi? – I suoi studi? Non ci poteva ritornare? E poi vi son maestri dappertutto. – Lo vedreste voi dunque con piacere? – Col più gran giubilo. – Signora, eccolo. – Apro la porta, entro e mi getto ai piedi di mia madre; ella mi abbraccia, e le lacrime c’impediscono di parlare.
Carlo Goldoni, Memorie per l’istoria della sua vita e del suo teatro