
Così ora è da sola, Alice, e può esplorare Nostra Signora della Foresta, Santuario, la ragione per cui è arrivata fino a lì, per cui ha compiuto, pensa, quello strano viaggio. Emma le ha scritto, ha suscitato la sua curiosità. Non dubita, non ha mai dubitato Alice, che Emma stesse eseguendo le ultime volontà di Marie-Ange, dichiarate o meno che fossero. Dall’altro lato rispetto alla grande cucina e alle camere comuni si apre una stanza ancora più grande e più nuda delle altre, con vista sulle onde del mare azzurrissimo, battuto incessantemente dal sole, un letto – poco più che sacchi tenuti insieme da lenzuola, pieni di qualcosa che forse sono piume, forse alghe, o un misto delle due cose – enorme, addossato a una parete, una cassapanca e un lettino di legno. Dev’essere qui che sua madre, Agnès, dormiva da bambina. Quell’infanzia, pensa Alice, non ha avuto niente in comune con la sua, con gli appartamenti in affitto o le residenze universitarie, i college di mezza Europa, le lingue continuamente cambiate, l’Accademia di tutti i Paesi come una comunità, i convegni in tutte le stagioni, le estati lunghe e dai cieli sempre più alti, sempre più al Nord. Quell’infanzia è stata vissuta in un altro tempo, direbbe quasi un altro mondo.
Perché mai Marie-Ange avrà scelto proprio quel luogo per fondare la sua, di comunità, la sua comune – per gli abitanti di Stellamarina, la sua setta o strana religione? Il cognome, certo, poteva tradire un’origine italiana, ma chissà di dove, e da quelle parti i Daras non hanno proprietà. Vagabondaggi, forse, incontri, amori o amicizie di quella giovinezza furibonda, e ancora dopo, molto dopo. Perché sono qui, si chiede Alice, sfiorando con le dita la coperta su quel lettino minuscolo, la stoffa che porta ancora l’incavo del corpo di sua madre bambina, o di chissà chi.
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