
Nella famiglia di mio padre anche gli adulti si facevano scherzi con vermi e scarafaggi di gomma; alle vecchie zie grasse si chiedeva di accomodarsi su seggiole traballanti, mentre gli zii facevano vento in pubblico dicendo: «Ehi, tenetevi laggiú», fieri di sé come se avessero fischiettato una melodia difficile. Non c’era verso che ti chiedessero quanti anni avevi senza una filastrocca burlona d’accompagnamento. E con Mary McQuade mio padre recuperava le abitudini familiari, esattamente come tornava a divorare montagne di patate fritte con carne di maiale e torte rustiche dalla crosta spessa e a bere tè nero e forte come una medicina da una teiera di smalto, sempre ringraziando: «Mary, tu sí che hai capito cosa ci vuole a tavola, per un uomo». E subito dopo: «Non sarà ora che te ne trovi uno tuo da sfamare, a proposito?», battuta che gli procurava il lancio dello strofinaccio dei piatti.
Alice Munro,. Danza delle ombre felici, Einaudi