Le figurine di Radiospazio. Inizi canonici

A dieci anni sentivo un’inquietudine, dei desideri di cui non conoscevo il fine… A quel tempo ci radunavamo spesso, ragazzine e ragazzini della mia età, in una soffitta o in qualche camera appartata. Là ci divertivamo con dei curiosi giochetti: uno di noi faceva la parte del maestro di scuola, e la più piccola mancanza veniva punita con la frusta. I ragazzi si abbassavano i pantaloni, le ragazze tiravano su le gonne e le camicette, guardandosi attentamente: ed ecco qui in quattro e quattr’otto tanti bei diletti pieni di stupore, carezzati e frustati a turno. Quello che chiamavamo il “guiguì” dei ragazzi ci serviva da trastullo: ci passavamo e ripassavamo la mano sopra cento volte, lo stringevamo forte, lo trattavamo come una bambola e baciavamo quel piccolo strumento di cui eravamo ben lontane dal conoscere l’uso e il valore. I nostri sederini erano baciati a loro volta, non c’era che il centro del piacere a essere dimenticato. Perché questa dimenticanza? Lo ignoro, ma questi erano i nostri giochi: la semplice natura li dirigeva, una esatta verità me li detta. Dopo due anni trascorsi in questo libertinaggio innocente, mia madre mi mise in un convento;

Denis Diderot, Thérèse Philosophe

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