Narrativa. Aldo Palazzeschi, Quelle… (Racconto)

Un temporale di violenza inaudita s’era formato rapidissimo e dal mare in movimento di tromba aveva investito il litorale oscurandone l’aria, intorbidandola di polvere e di sabbia.
Preceduti dall’architetto in capo, i maestri costruttori erano usciti di sottoterra, e con aria di eccezionale gravità valutavano in un primo sguardo l’entità del disastro e la sotterranea città devastata dove le vittime si contavano a migliaia. L’aspetto dell’architetto in capo circondato dai fidi maestri era di una glaciale, funebre tristezza. Si guardavano intorno senza decidersi a rompere un silenzio di cupa rassegnazione, del tutto religiosa.
È bene sapere che le formiche non conoscono la gioia spensierata che ad altri animali è concessa, l’esercizio del ridere non sanno che sia, un sorrisetto ironico produrrebbe nel loro mondo un’insanabile ferita, e una risata squillante risuonerebbe come la più sconcia bestemmia. Due attività conoscono le formiche che regolano la loro vita: il lavoro e l’obbedienza.
Senza un attimo d’incertezza l’architetto in capo prese a impartire ordini per iniziare nel minor tempo possibile la ricostruzione della città devastata.
– Bianca!
– Rosetta!
– Delfina!
– Stella!
– Dora!
– Gemma!
– Celeste!
– Fiorella!
– Alba!
– Pellegrina!
– Urania!
– Palmira!
– Kikì
– Ninetta!
Mentre chiamava a sé le sue operaie, l’architetto in capo sentì provenire dalle fronde di un albero lì accanto un intrecciarsi di grida vivacissime
– Hai sentito che roba?
– Hai avuto paura?
– Credevo di morire, stai zitta, non respiravo più. M’ero aggrappata al ramo stretta stretta, lui mi diceva: «Stringimi sai, stringimi forte altrimenti sei perduta». Lo stringevo da strozzarlo.
– Ci avevi preso gusto, di’ la verità.
– Capirai, in certi casi non si guarda più nulla.
– Io ero entrata proprio dentro le foglie. Vuoi che te lo dica? Quando ho capito che non sarei caduta ero tutta contenta: che altalena!
– Taci che ho perso tutti i miei rubini.
– Io non ho ancora contato i miei zaffiri, sono trentadue, capirete… come si fa?
– Mentre nel basso, fra i tronchi della giovane foresta viveva la sotterranea città delle formiche, sulle cime dei pini vivevano le farfalle in piena luce e libertà. Fu in un attimo di silenzio che quelle indiavolate ciarliere poterono rendersi conto come là sotto si parlasse di rovine… di feriti… di funerali imminenti… Le farfalle vennero assalite da un riso convulso. Ridevano a crepapelle. Si sbellicavano tutte insieme dalle risa, in un crescendo che produceva una sinfonia.
– Hai sentito?
– Gli è rovinato ogni bene.
– Gli è rovinata ogni cosa.
– Non ti posso descrivere fino a che punto sono contenta.
– Sono morte a migliaia.
– Fossero morte fino all’ultima!
– Si fosse perso il seme di quella razza maledetta!
– Stai fresca, fra quindici giorni sono più di prima.
Al crescente schiamazzo, immerse nelle loro preoccupazioni gravissime, le formiche
socchiudevano gli occhi, stringevano le labbra, abbassavano la testa.
Hanno ragione quelli che le infilano vive in uno spillo.
Da epoca preistorica s’era perpetuata fra le due specie una convivenza assurda, nella quale ogni giorno si allontanava la possibilità di un’intesa. Le formiche, quando volevano indicare le soprastanti di casa, dicevano soltanto una parolina: «quelle…». Dopo di che tacevano, facendo conto che non ci fossero. E il più bello si è che per designar loro, dicevan «quelle…» anche le altre, ma loro sempre vi aggiungevano una parolina. Alle farfalle pareva troppa la distanza fra loro e le brutte vicine.
– Che colpa ne abbiamo se il Signore ci ha fatto belle e loro brutte da far paura?
– Che schifo.
– Si può dare una sagoma più ridicola?
– Dall’alba al tramonto non fanno che trafficare per portar roba a casa.
– E tutti quei chicchi appartengono a loro? Quali diritti hanno sopra di essi?
– È roba rubata. Sono ladre.
– A me, quando ho fame, tutti i fiori spalancano le braccia.
– E a me? Mi danno il cuore e l’anima: «vieni anche da me, bella, e a me non m‘hai visto? Non ti piaccio? Ti faccio paura? Sentirai come son buono. Vieni, tesoro mio, son tutto zucchero».
Quella mattina l’architetto in capo delle formiche, dato il suo stato d’animo eccezionale, e le preoccupazioni che si agitavano nella sua mente, prima di scendere dopo aver detto «quelle…», vi aggiunse anche lui una parolina incomprensibile, che soltanto chi gli era accanto poté udire: «quelle…»

Aldo Palazzeschi, “Tutte le novelle”, Mondadori

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