
Viviamo nell’epoca del benessere instagrammabile e del sorriso a tutti i costi, un’eterna Pressure to Party, come quel pezzo di Julia Jacklin: Pressure to feel fine after the fact/Out on the dance floor with my body back. Devi sorridere, ammiccare ed emanare vibrazioni positive, altrimenti sei devianza, non alimenti la produttività karmica che ti circonda e, in un certo senso, stai peccando. Guastare la festa agli altri con la propria infelicità – anzi, con la propria non felicità: l’infelicità presuppone sempre un certo coefficiente di malessere, mentre io cerco l’autenticità – è come rifiutarsi di partecipare al processo democratico, come disertare una guerra o lavorare poco e male.
Se non vuoi essere felice stai deviando. Eppure anche essere devianza ha i suoi lati buoni. Come suggerisce Durkheim, persino in una società di santi sono necessari i peccatori per rinforzare le norme che mantengono coesa e funzionale la collettività: abbiamo bisogno di modelli che ci insegnino cosa dobbiamo fare, ma è altrettanto importante avere un’idea chiara di cosa ci verrà rimproverato: quando siamo bambini il broncio è considerato il capriccio per definizione, mentre essere allegri e propositivi invece è performativo e indicativo di una certa capacità sociale ed emotiva.
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