
Le mie azioni sono calate, le mie azioni sono nella ceramica e sono calate. Dove combattono i soldati distruggono tutta la ceramica; le mie azioni sono investite nella società che importa quella ceramica, altre azioni sono aumentate, ma le mie sono calate. Calate a causa della guerra in quel paese dove c’è la ceramica.
Devo pensare a mia madre. Vivo con lei, le compero della roba, è minuta e pallida, e quando si muove le scricchiolano le ossa. Si preoccupa che quando morirà non avrò niente. Chiede: «Come va la ceramica?»
Io dico: — Cala. — Lei si china, fa un fischio e dice: «Oh, Gerald!»
«Oh, mamma!»
La ceramica sembrava un buon affare, la ceramica aveva un futuro, la ceramica era sicura. Nella
ceramica ho messo tutti i soldi che mi ha lasciato mio padre. La ceramica è scesa a un dollaro, si è quasi volatilizzata.
«Oh, Gerald!»
« Oh, mamma!»
«Gerald, devi fare qualcosa. Mi ammalerò per la preoccupazione se non farai qualcosa.»
«Che cosa posso fare?»
«Non deludermi adesso.»
«Che cosa posso fare?»
«Oh, Gerald!»
«Oh, mamma!»
Tirò la sua tazza da tè. Mi colpì in fronte.
«Vuoi far qualcosa, razza di stupido!?»
Ho telefonato al nostro deputato al congresso, ho telegrafato al ministro degli esteri e ho scritto una lettera al presidente. In un modo o nell’altro tutti mi hanno detto che la guerra non si può fermare. Alla mamma ho detto: — Non possono fermarla. Una volta che si è dentro è difficile uscirne.
«Sei stupido come il governo.»
«Sta’ calma, mamma.»
«Come si può stare calmi quando si sta per andare all’ospizio?»
Da molti giorni mamma è sempre sveglia, sta seduta rigida, fissa il davanti della mia camicia e dice: «Gerald, sei sempre stato un minchione.»
Philip O’ Connor La canzone di Gerald, “Narratori di poche parole”, Guanda, trad. L. Schenoni
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