Narrativa. Alexandre Dumas, I mariti italiani

Ciò che colpisce a Firenze, come costume particolare della città, è l’assenza del marito. Non cercate mai il marito nella vettura o nel palco di sua moglie, è inutile, non c’è. Dov’è? Non lo so; in qualche altro palco o in qualche altra vettura. A Firenze il marito possiede l’anello di Gige, è invisibile. C’è una signora della buona società che ho incontrato tre volte al giorno per sei mesi, e che per tutto questo tempo ho creduto vedova, finché per caso, conversando, ho appreso invece essere sposata, con un marito che esisteva egualmente e che abitava nella sua stessa casa. Allora mi misi a cercare questo marito, chiesi di lui a tutti, mi impuntai a vederlo. Tutto vano, dovetti partire da Firenze senza avere avuto l’onore di fare la sua conoscenza e sperando di essere più fortunato un’altra volta. Nelle grandi famiglie, nelle quali i matrimoni sono quasi sempre di convenienza, capita dopo un tempo più o meno lungo, un momento di stanchezza e di noia in cui si fa sentire il bisogno di un terzo: i due sposi non si parlano più se non per scambiare recriminazioni; sono sul punto di detestarsi. E’ allora che si presenta un amico. La moglie gli racconta ai suoi dolori, il marito lo mette a parte della sua profonda noia; ciascuno dei due scarica su di lui una parte dei suoi rimpianti e si sente sollevato; c’è già un miglioramento. Ben presto il marito si accorge che la sua ostilità contro la moglie nasceva dall’obbligo tacitamente contratto di portarla sempre con sé; la moglie dal canto suo comincia ad accorgersi che la società in cui la conduce suo marito non è insopportabile se non perché lei è costretta a frequentarla con lui. Quando si è arrivati a questo punto non è difficile capirsi.

Alexandre Dumas, Les Italiens, Laffont

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