Narrativa. Fabio Bacà, Te lo ricordi Kobobo? (frammento)

«… prendi Kabobo. Te lo ricordi Kabobo? È successo a Milano, tre o quattro anni fa. Esatto. Il pazzo con il piccone. Il ghanese che uccise tre poveracci incontrati per caso a Niguarda. Sì, Proprio lui. Il clandestino che disse di aver sentito delle voci nella testa e se ne andò in giro a spaccare quelle altrui, e che alla fine si beccò una condanna relativamente mite grazie alle contestatissime attenuanti invocate da uno psichiatra del tribunale. Anche se a me sembra più significativo quello che era accaduto qualche ora prima. Te lo ricordi? Non credo. Ormai l’hanno dimenticato quasi tutti. Un dettaglio indubbiamente subordinato all’enormità del fatto in sé, come no, ma in un certo senso altrettanti emblematico della vicenda di un trentunenne irregolare che trova un piccone in un cantiere incustodito e lo usa per silenziare i mortiferi suggerimenti di una voce nella sua mente. Alle tre di quel mattino, Kabobo aggredisce a mani nude due persone: nei pressi di piazza Belloveso una ragazza gli sfugge solo perché abita a due passi ed è velocissima ad aprire il portone di casa; mezz’ora dopo, un poveraccio non altrettanto fortunato si becca un cazzotto in faccia. Ora, la cosa strana è che alle autorità non arrivano segnalazioni in proposito. Non è sorprendente? Una coppia di tranquilli cittadini sfugge alle lusinghe potenzialmente fatali di un evidente squilibrato, ma nessuno dei due spende mezzo minuto per una telefonata alla polizia. Tra le cinque e le sei Kabobo si procura una spranga e ferisce seriamente due passanti. Ne insegue un terzo che porta a spasso il cane, ma quello si mette a correre, e il nostro rinuncia a inseguirlo dopo pochi passi. E indovina un po’? Anche qui nessuno si sogna di denunciare l’accaduto alle autorità. Uno dei due sprangati si fa addirittura medicare il braccio al pronto soccorso, ma ai medici fornisce spiegazioni vaghe; né ho idea del perché questi ultimi abbiano trascurato di avvertire le autorità come avrebbe imposto sia la legge che il codice deontologico. A quel punto Kabobo ha già rinvenuto lo strumento che darà un contributo esponenziale all’efferatezza delle imprese successive. Cinque aggrediti, zero segnalazioni: cinque potenziali strangolati o sprangati a morte, ma non una sola chiamata giunta ai centralini di carabinieri o polizia. A seguire, il solito plotone di sociologi, psicoanalisti, filosofi e sobillatori di professione che somministra al pubblico interpretazioni autorevoli: l’egoismo epidemico, l’autismo emozionale, il crollo dei valori come civismo, empatia e solidarietà. Tutte opinioni sensate, certo. Ma io ti dico che c’è di più. Qualcosa che non ha moto a che fare con la logica elementare o l’erosione del senso di umana pietà. Io credo che la maggior parte delle persone non sia preparata a un evento psichicamente traumatico come un’aggressione brutale. Considerata la società in cui viviamo, è assolutamente probabile che un occidentale tipico si predisponga all’eventualità di subire un qualche tipo di violenza: ma ti assicuro che fra la presa d’atto di un fatto spiacevole e la sua metabolizzazione emotiva c’è un abisso. Sono pronto a scommettere che nessuna delle persone scampate alla furia di Kabobo avesse avuto esperienza dell’aggressività tanto da identificarla e gestirla a un livello razionale più profondo. No, non sto divento che la sensibilità del cittadino medio sia diventata impermeabile alle conseguenze interiori di una tentata picconata, detta così, sembrerebbe che il problema sia l’indifferenza. No. Io sostengo una cosa ben diversa, ossia che per quasi tutti noi la violenza è un fatto emotivamente alieno. Non è che il cittadino medio sia diventato immune ai contraccolpi psichici di un agguato: è che non riesce a stabilire un collegamento produttivo tra l’impatto razionale e le inferenze emotive che tale impatto innesca. La parola fondamentale, qui, è “produttivo”. Il problema è che abbiamo perso contatto con qualcosa di essenziale dentro di noi. Pensaci un attimo. Com’è possibile che una ragazza scampata a un pazzoide sotto casa non sia in grado di intuire c he l’assalitore potrebbe scegliere la prossima vittima tra le persone che conosce nella stessa via? Come può no barattare il fastidio di una telefonata al 112 con il sollievo di aver rimosso un pericolo mortale dal quartiere in cui vive? Che è poi lo stesso in cui vivono i genitori, magari – o i suoi amici, o il ragazzo che le piace? Come fa a ignorare che la mattina dopo potrebbe aprire la finestra e spalancare gli occhi davanti a un mucchio di segatura sul marciapiede con i residui mezzo assorbiti di sangue e fluidi cerebrali di un innocente?
«Come credi che reagirebbe, se accadesse?
«E tu?
«Fatti questa domanda, dottore.
«Come reagiresti, tu?“»

Fabio Bacà, Nova, Adelphi

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