Narrativa. Alberto Arbasino, Turbamenti alla Scala (frammento)
La sera della «prima» sono salito con grande anticipo di mezz’ora al solito vantage point della seconda galleria, e mi sembrava anche più eccitata del solito la folla che correva alle entrate evitando urto e fragore | di rote, di flagelli e di cavalli | sotto le luci gialle lampeggianti, più nervoso lo scalpitare delle pantegane da boulevard in attesa tra il Biffi e i venditori di libretti | che vengono , che vanno, e stridi e fischi | di gente, che domandan, che rispondono | alla fermata del tram.
Nella fila che non finiva mai di salire le scale ecco gli occhietti sbattuti delle marànteghe, e le impeccabili grisaglie degli habitués che «tutte spiegando | dell’omero virile e de’ bei fianchi | le rare forme, lusingar son osi | de le Cinzie terrene i guardi obliqui» alle prima alle repliche e alle ultime, agli spettacoli per i lavoratori e alle matinées fuori abbonamento. Alcuni spartiti riposti vennero poi alla luce sulla panca circolare, poi le maschere interruppero il flusso e nel buio smorzato ecco l’applauso improvviso al direttore, e le prime note di quel preludio Impero tanto sorprendente che passando da una arcata all’altra potevi sentire che anche i meno provveduti si stupivano — e ben contenti — a mezza voce.
«Dieci anni dopo, Beethoven compose la medesima ouverture e la chiamò… Ma questo è il Fidelio, è il Coriolano, è il Prometeo!»
Ora la figlia di Creonte scherzava con le ancelle a ritmo di danza elisia dabbene, sorridendo alle prossime nozze… ma già non ero più libero di ignorare la presenza di un Giovin di capelli nerissimi e largo di spalle né il suo sguardo chiaro che mi fissava, non potevo sottrarmi alla pressione delle dure linee del suo corpo, come se la folla che si accalcava per vedere ci spingesse l’uno addosso all’altro. Mi accorgevo appena che la Callas ormai entrata spiegava ancora quel suo stregonesco canto… e minuti e minuti passavano senza che i miei occhi riuscissero a lasciare i suoi al suono di una marcia trionfante non sapevo se esultare o tremar, sfilava l’esercito portatore del vello d’oro e lui mi faceva cenno che non lo fissassi così ma le mani a un certo punto cominciano a cercarsi… Io mi sentivo molto profondamente commosso e sbigottito e turbato, ero appena capace di riflettere che «gioia-abisso-disperazione-incanto», tutto d’ora in avanti dipenderebbe da lui, quindi da chi lui fosse, dal suo carattere, intenzioni, ambizioni, esigenze, ecc. Per questo appena finito l’atto l’ho seguito dove era corso ad accendersi una sigaretta per chiedergli come prima cosa «chi sei?» — e senza aspettare un attimo ha detto il suo nome (che è Roberto) aggiungendo subito «e ho un appartamento libero tutti i pomeriggi in via Proust numero 1925» dandomi anche il telefono.
E così abbiamo parlato, poi abbiamo sentito il resto dell’opera, dal momento che non volevo davvero perderla, una «prima» della Medea con Callas in straordinaria forma… Ma io mi sentivo già in pieno Romanzo, e lo guardavo sognando, ma davvero sognando, mi sentivo altro che separato dalla Scala, dal mondo, e le luci si riaccendessero, si potevan udir delizie, levar brache e velari, finir l’opera, gli applausi clamorosi non mi toccavano; ci sedevamo sui divanini a parlare, e non riesco a ricordare cosa abbiamo detto, perché io pensavo: «non mi sentirò solo, mai più», era molto bella la sua voce all’orecchio, molto calda, molto profonda, e io ero contento pensavo: «è lui il mio, sarà sempre lui», poi sono dovuto correre via subito, per colpa di quelle troie dei miei, e così ci siamo dati un appuntamento per il giorno dopo.