Narrativa. Marcel Schwob, Una sorpresa (frammento)

Devo confessare che da giovane ero vittima di passioni improvvise, di una violenza a volte riprovevole, ma che fortunatamente svanivano con la stessa velocità con cui mi avevano aggredito. Avevo letto a lungo Apuleio, Petronio, Catullo e Longo e Anacreonte; tutte le donne mi apparivano come fiori e io ero la loro farfalla. Mi piaceva seguire per strada quelle eleganti e costruivo un romanzo sulla loro forma, vista da dietro. Non osavo vedere il loro viso per paura di una delusione. Facevo piuttosto il gradasso e nonostante fossi un po’ sovrappeso, assumevo pose poetiche, ma non scrivevo mai versi, anche se avrei potuto farne. Il ridicolo della mia giovane età! Mi lasciavo crescere i capelli, criticavo Victor Hugo dopo averlo esaltato – ero un giovane Alceste viziato – e, parola d’onore, mi credevo affascinante.
Nella corte vicino casa, c’erano molte giovani che attiravano i miei sguardi. Una fra le altre, una ragazza che un po’ cuciva e un po’ leggeva il giornale o qualche romanzo, mi sembrava estremamente poetica. Per lei bruciavo dell’amore più byroniano; e poiché ero miope, mi sembrava di vedere la Venere di Milo. Presto credetti di aver fatto un certo colpo su di lei e aspettai che me ne desse la prova.
Un giorno – era estate, e lei cuciva alla finestra – la vidi fermarsi; mi parve che mi avesse lanciato uno sguardo languido; si portò le mani alle labbra: doveva avermi mandato il più casto dei baci. Presi i miei occhiali e corsi alla finestra: la sua mano era ancora posata sulle labbra: “Io vi amo!”, gridai.
Orrore! Si stava ficcando le dita nel naso.

Marcel Schwob, Scritti giovanili

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