
Nel pomeriggio feci il bagno in mare e presi lezione di nuoto da Amenta, un marinaio italiano, quindi pranzai al ristorante Vittoria. La magnifica estate siciliana era al suo culmine e il ronzio degli insetti rendeva l’aria sonnolenta. Ci sdraiammo pigramente sull’erba secca e bruciata, con doloroso turbamento di svariate colonie di formiche, e Amenta rise di me vedendomi così impigrita. Feci lo sforzo di rialzarmi e c’inerpicammo su per il fianco della collina, per ritrovare la stessa fornace ardente alla sommità; così ci abbandonammo alla nostra indolenza e giacemmo all’ombra di un fico, sotto un cielo dell’azzurro più intenso; giacemmo l’uno nelle braccia dell’altro, la mia testa posata sul suo petto. Ma ahimè; non provai nessun brivido in risposta all’ardore della sua passione.