Il nostro Philip Roth è Umberto Saba. Leggere per credere (Pangea)

A me, qui, interessa esaltare l’Umberto Saba scrittore di prosa. S’inventò (era il 1946) il genere delle Scorciatoie, che sono, in fondo, dei tunnel narrativi pieni di coriandoli e di risa. Sono canyon di provincia, viottoli dove Saba, da teppista, fa fuori l’opera di Svevo in un distico (“poteva scrivere bene in tedesco; preferì scrivere male in italiano”), disarticola i Libri gialli (“ricordano le interminabili avventure dei cavalieri erranti. Al posto del cavaliere è stato messo il poliziotto”), disintegra l’Ermetismo con una definizione shock (“Parole incrociate”) e mentre ci spiega cosa sia l’arte (“L’opera d’arte è sempre una confessione; e, come ogni confessione, vuole l’assoluzione”), s’inventa il primo romanzo in due righe e mezzo della storia (“Bianca – la mia bella ospite – è nata a Messina. È tutta luce. Non ha ombre dove possa rifugiarsi la mia stanchezza”) e ci spiega perché esiste la guerra (“Le guerre si combattono perché l’uomo è un animale aggressivo”), spacca gli stinchi, per sempre, a Gabriele D’Annunzio (“Che grande poeta minore sarebbe stato; solo che avesse avuto il senso dei suoi limiti!”).

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