
Chi se non Hannah Arendt ha saputo analizzare meglio di chiunque altro lo sfondo sociopolitico sul quale si sviluppano i drammi del XX secolo, ma anche i suoi radicali progressi tra cui l’emancipazione delle donne che ha cambiato la faccia del mondo? Filosofa, allieva di Jaspers e amante di Heidegger, sionista critica, questa «giornalista politica» (come Arendt amava definirsi) condanna, in La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, l’incapacità degli esseri umani di pensare con la propria testa – tendenza in realtà sempre più largamente diffusa: ieri sotto la ferula dei totalitarismi, oggi, in versione soft, a causa dell’automatizzazione della nostra specie. Arendt osserva che il totalitarismo nazista e quello staliniano hanno cominciato con lo sradicare la capacità di pensare prima ancora di sterminare gli esseri umani che ritenevano «superflui». Dopo l’orrore della Shoah e il discredito della politica, Arendt fa appello a una vita politica capace di garantire l’originalità del cittadino, all’interno di legami politici fatti di memoria e di racconti elaborati dal singolo e destinati agli altri. Poiché la «verità di per sé resta nascosta all’io» e appare chiara e netta soltanto agli altri.
Julia Kristeva, La vita altrove, Donzelli