
A tavola, di solito, ascoltavamo France Inter, la trasmissione dedicata agli ascoltatori. Mia madre estraeva dal forno in gratin di zucchine. Mia madre portava in tavola, servendosi di un grosso guanto a fiori, il gratin di zucchine. Ancora il gratin di zucchine, esclamavo sbuffando. Un giorno creperemo tutti di overdose! Ho trascorso la mia giovinezza mangiando gratin di zucchine. Due alla settimana, come minimo, per diciotto anni, anzi facciamo quindici, cioè settecentoventi settimane, che significano grosso modo millecinquecento gratin ingurgitati. Potrei figurare nel Guinness dei Primati insieme ai divoratori di pizze.
«Ecco, tocca a voi, cari ascoltatori! Potete porre le vostre domande!», ripeteva incessantemente il conduttore della trasmissione. «Sì, siete in onda, fate la domanda!», s’impazientiva.
Il gratin di zucchine, il pesce fritto, l’acqua del rubinetto, le disillusioni, le umiliazioni, gli ascoltatori di France Inter; conservo un ricordo sordido di quei pranzi. Se potessi scegliere, preferirei, lo giuro, essere un terrorista, un serial killer, un rapinatore di banche, un sequestratore di bambini, dovessi passare trent’anni in cella, dovessi farmi sodomizzare ogni notte da un branco di bruti sanguinari, sarebbe sempre meglio che rivivere quei pranzi, io al posto di mio padre, quadro intermedio di una multinazionale, di fronte a me una donna di casa come mia madre, con lo sguardo vagante nel nulla, liquefatta dal succedersi implacabile dei miei fallimenti. Quando ripenso alla mia infanzia, alla mia adolescenza, a quelle cene patetiche, alle nostre passeggiate domenicali nei dintorni, alle serie tv di cui si nutriva mio padre, in particolare Starsky e Hutch e le Teste bruciate, ai cugini di Antony da cui andavamo in visita certe domeniche, alle fondute bourguignonne che ci facevano mangiare, alle forchettine di ferro col manico di plastica che si infilavano nella carne, ci ripenso come a un crogiolo di ricordi mosci e viperini: oggi, nella mia mente la mia infanzia è ripugnante come una sorta di lunga, lugubre domenica.
Eric Reinhardt, Le moral des ménages, Stock