
DEL NASCERE
Io nacqui nell’ottobre del 1989 dall’amore di mia moglie, una donna bellissima, con il suo amante.
Nascere ha cambiato la mia vita finalmente illuminandola. È stata, per me, una liberazione, perché fino ad allora qualcosa di plumbeo aveva gravato sulla mia testa dandomi un’andatura curva.
Non che ne fossi consapevole, però sovente avvertivo quel peso, misto a un certo qual senso d’angoscia.
Ma si è anche squarciato un velo. Perché, fino ad allora, mi avevano fatto credere che fossi “nato” da una vecchia signora che se la faceva con mio padre e che fin dai primissimi minuti di vita mi aveva accolto proprio dentro di sé, nel ventre, benché questo possa parere incredibile. Io non me lo ricordo assolutamente perché allora non avevo ancora la memoria.
Nascere significa semplicemente – quando avviene che non ne sei consapevole – “essere accolto da” mentre te ne stavi abbandonato all’aperto o al riparo di una foglia o portato nel becco da un uccello, come un verme; e si riferisce esclusivamente a bambini, che le madri – signore benemerite e un po’ maniache, simili alle gattare – tirano su, nutrono e cui tengono pulito il sedere.
Quella che mi nacque si occupava di me in tutto e per tutto, dal cibo, alla pulizia, alle ore di esercizio e di aria. Era una buona signora, ma la dovevo obbedire ciecamente, specie nei primissimi mesi, e fare tutto quello che lei voleva, persino mangiare se non avevo fame e far pipì e la cacca in posti precisi e non dove mi veniva spontaneo. Quest’ultima imposizione, soprattutto per la cacca, la trovavo degradante e difatti ero stitico più che potevo.
Paolo Brunati, Colloqui con il pesce sapiente, Miraggi editori