Le figurine di Radiospazio. Un antenato di Fantozzi

Fin dal primo anno del suo noviziato, il signor Flavio si era invaghito del suo impiego: prima della sua venuta lo studio del signor Soretti era in un malarnese indicibile; bastarono sei mesi al signor Flavio per dare un assetto più ordinato ad ogni cosa, introducendo un po’ per volta tutti quei ninnoli di cancelleria, tutte quelle migliorie che erano reclamate dal progresso.
Comperò due calamai di porcellana, due taglia carte, due sottomani, un asciugapentole di setole, e tutte insomma quelle chiappolerie, quelle bagatelle di prima necessità.
Scrisse vari cartellini che appiccicò su tutti gli usci per le varie indicazioni; sull’armadio che conteneva le carte vecchie d’ufficio scrisse: passaggio di famiglia, fuori nell’entrata di fronte alla scala: agenzia incendi, e più in giù sui vetri, un cartellino mobile che da una parte diceva: aperto, e dall’altra: chiuso.
Riordinò tutte le cassette incollando sopra ognuna la dicitura, in rotonda, dell’oggetto contenuto; una fu battezzata così: Ubbiati o suggellini – Cera spagnola e timbri – un’altra Fascie ed enveloppi – quella contenente le lettere da riscontrare la chiamò: Protocollo; e la sua vicina che custodiva le lettere riscontrate: Protocollo estinto.
Concentrando tutta la sua febbrile attività nella cura del suo impiego, egli era riuscito a cose prodigiose; sapeva a memoria il nome, le generalità, ed il numero di inscrizione di tutti gli assicurati. Ricordava i minimi incidenti, i più fuggevoli particolari di tutti i casi avvenuti in ufficio durante la sua gestione, e quando un assicurato si presentava nello studio, egli lo riveriva subito per nome e per numero, e senza bisogno di verificare, sapeva dire quante volte era stato sinistrato, e di quale somma fosse stato risarcito.
Aveva stampate nella mente tutte le lettere, le circolari e le osservazioni che la direzione spediva all’Agenzia, e volendolo avrebbe potuto recitare tutte le risposte e le contro osservazioni che aveva mandato alla presidenza.
Tutta la corrispondenza dell’ufficio era casellata, protocollata, cartulata  nel suo cervello con una lucidità maravigliosa.
La vita, il mondo, l’universo, erano per il signor Flavio concentrati nell’azienda della sua società assicuratrice. Per lui l’uomo più grande più onnipotente della terra, era il Presidente dell’Amministrazione, venerabile personaggio che egli nel suo lirismo burocratico s’immaginava sfolgorante di luce di maestà e di grandezza . — Là, in quegli uffizi tappezzati di carte e di registri, in quelle sale del consiglio, in mezzo a quei dignitari, consiglieri d’amministrazione, egli, il signor Flavio, credeva in buona fede che si regolassero i destini del mondo, e che il venerabile presidente con l’onnipotente bacchetta, dall’alto del suo trono, come un direttore d’orchestra, prescrivesse la misura del tempo.

Achille Cagna, Il vice-segretario

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